Salvatore Arancio

Quello che è obsoleto è prezioso

Dall’interesse per la natura e il paesaggio a quello per i metodi di catalogazione; dalle tecniche arcaiche ai concetti scientifici che si fondono con la mitologia e la fantasia. Conversazione con l’artista siciliano.

Salvatore Arancio It Was Only a Matter of Time Before We Found the Pyramid and Forced it Open 2017

Salvatore Arancio è da sempre attratto dalle forme naturali atipiche. I suoi progetti danno vita a paesaggi dal carattere primordiale, nati dal connubio tra visione scientifica e fantastica; e all’idea del viaggio, che è fisico, ma anche interiore e temporale; e può trasportare tanto indietro, quanto all’interno, verso i recessi della psiche.

Un carattere psichedelico attraversa tutto il suo lavoro; si esprime nelle narrazioni non lineari, nei filtri cromatici, nelle sonorità dilatate e disorientanti, da sogno o da spasimo; nelle metamorfosi dalle implicazioni ambigue che i suoi oggetti invariabilmente subiscono.

Questa proiezione fantastica si coniuga, però, con un interesse per i metodi di catalogazione da un lato, per la materialità del fare e per le tecniche di origine arcaica dall’altro.

Prendiamo, per esempio, la recente mostra “Surreal Science: Loudon Collection with Salvatore Arancio” alla galleria Whitechapel di Londra. Qui l’artista si è confrontato con una collezione privata di reperti e manufatti creati allo scopo di favorire lo studio della scienza e del mondo naturale.

Tra gli oggetti raccolti o commissionati da George Loudon, c’erano fossili, pezzi archeologici, tavole anatomiche, elementi botanici e parti di animali; e poi copie delicatissime e preziose realizzate in vetro, in ceramica o con altri materiali. Non mancavano libri e documenti. La selezione era inframezzata da manufatti realizzati da Arancio con i materiali più diversi: in parte giustapposti, in parte innestati su di essi, a creare entità aliene, ibridi enigmatici. Le scaffalature di questi “incontri ravvicinati” erano parzialmente schermate da vetri di colori acidi che agivano da diaframma, conferendo all’insieme un carattere distante.

Dell’installazione facevano inoltre parte alcuni video, costruiti anch’essi accostando e manipolando immagini e frammenti di filmati d’archivio; anche qui emergeva un connubio d’interesse scientifico e fenomeni paranormali, poteri extrasensoriali. La colonna sonora commissionata al musicista Julian House accentuava il senso di profondità.

M’interessa come la giustapposizione di elementi e la convergenza di diverse chiavi di lettura concorra a determinare un’esperienza immersiva che, in un certo senso, trascende l’opera in sé.

Come si coniuga la scoperta della collezione Loudon con l’idea di natura che ricorre nel tuo lavoro?
La collezione è stata assemblata nell’arco dell’ultimo decennio da George Loudon, conosciuto già come collezionista d’arte contemporanea, dopo aver visto per la prima volta all’Università di Harvard le incredibili creazioni in vetro di fine Ottocento del laboratorio di Rudolf e Leopold Blaschka di Dresda.

Da lì in poi, Loudon s’interessò esclusivamente a oggetti legati al connubio tra mondo scientifico e naturale sulla base degli stessi criteri usati per la collezione d’arte contemporanea, ossia considerando queste opere d’artigianato come vere e proprie opere d’arte.

Un atteggiamento assolutamente postmoderno. Una peculiarità della collezione è che i pezzi erano usati originariamente a scopo educativo per illustrare nozioni scientifiche. Di qui il legame con l’interesse per la natura, il paesaggio, che sottende la mia pratica artistica, ma soprattutto per l’estetica che nasce come risultato di questo processo. Allo stesso tempo, sono stato attratto dalla confusione tra fantasia e realtà che nasceva dalle interpretazioni fantastiche di questi artefatti scientifici dati dai nobili illuminati del tempo per colmare la mancanza di effettiva conoscenza. 

Loudon Collection with Salvatore Arancio
“Surreal Science: Loudon Collection with Salvatore Arancio”, Whitechapel Gallery, Londra. Viste dell’allestimento. © Whitechapel Gallery. Foto Stephen White

È forte l’impressione di alterazione percettiva e sensoriale…M’interessa come la giustapposizione di elementi e la convergenza di diverse chiavi di lettura concorra a determinare un’esperienza immersiva che, in un certo senso, trascende l’opera in sé. Così si crea uno spazio atemporale, una specie di viaggio mentale attraverso il mio mondo, in cui concetti scientifici si fondono con la mitologia e la fantasia.

D’altra parte l’idea di viaggio è spesso presente nel mio lavoro, legata sia a dislocazioni temporali sia a un’idea di natura vista come teatro di arcani rituali, dove sostanze lisergiche possono indurre stati di trance in modo da connetterci con qualcosa di spirituale, d’irrazionale.

Allo stesso tempo, faccio riferimento al mio interesse per la musica psichedelica degli anni Sessanta e Settanta, la prima acid house degli anni Ottanta o alla filmografia di registi come Ken Russell o Alejandro Jodorowsky.

Il tuo lavoro ha una base concettuale, eppure in molti casi utilizzi tecniche desuete che recuperi e riadatti, spingendo gli artigiani a destreggiarsi tra le possibilità offerte dai materiali per esaudire le tue richieste. La collezione Loudon ti ha sicuramente stimolato in questo senso, basti pensare a Glass model of a Portugese man o’war.
Mi affascina ciò che è obsoleto. Ai miei occhi, questa caratteristica genera un’aura di preziosità. Inoltre, tecniche e metodologie sono interessate da un processo di continuo cambiamento e obsolescenza e questo è indicativo di come il nostro rapporto con il mondo scientifico sia in continua evoluzione. Il mutamento di posizione tende a generare un senso di nostalgia che trovo molto stimolante.

Faccio riferimento al mio interesse per la musica psichedelica degli anni Sessanta e Settanta, la prima acid house degli anni Ottanta o alla filmografia di registi come Ken Russell o Alejandro Jodorowsky.

Nell’epoca del rapido e dell’effimero, la collezione Loudon parla del desiderio di permanenza nel tempo e di trasmissione del sapere.
Inizialmente, ho dovuto riflettere parecchio su come interagire con questa collezione per trovare il modo di esprimere il mio punto di vista, senza entrare in competizione con gli artefatti.

Infine, ho deciso d’inserire all’interno le mie opere secondo un metodo che prende spunto dall’idea di diorama e usando le mie sculture e gli altri lavori creati per la mostra come vere e proprie scenografie all’interno delle quali gli oggetti della collezione potessero abitare con l’intento che, nell’interazione con le mie sculture, fossero trasportati in un mondo fantastico.

La giustapposizione tra arcaico e moderno contribuisce anche a creare un collasso temporale. In questa situazione lo spettatore si trova spesso a dover riconoscere dove i miei lavori e i pezzi della collezione s’intrecciano.

In apertura: Salvatore Arancio, It Was Only a Matter of Time Before We Found the Pyramid and Forced it Open, 2017. Ceramica smaltata e non smaltata, resina epossidica. Veduta dell’installazione alla 57ma Biennale di Venezia, Giardino Delle Vergini. Courtesy l’artista e Federica Schiavo, Foto Andrea Rossetti

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