Sono decenni che viviamo nell’orrore delle backrooms

Dal labirinto dell’Overlook Hotel di Shining fino agli uffici impossibili di Scissione, il nuovo film Backrooms mostra come l’horror contemporaneo stia trasformando architettura, design e spazi del lavoro nei veri luoghi della paura.

Non aprite quella porta (1974)

Psycho (1960)

Psycho (1960)

Shining (1980)

Scissione 2022

Backrooms 2026

La “backroom”, nel nostro mondo, è una stanza nel retro di una struttura, di solito non usata per rappresentanza ma per esigenze di chi abita o vive la struttura. Un ambiente di servizio. La “backroom”, online, è diventata invece il luogo inaccessibile al quale si accede per un errore nel tessuto della realtà. È, in buona sostanza, il retro del nostro mondo: il posto in cui vengono nascoste le cose impresentabili e, per estensione, il retro della nostra testa, sede dei pensieri peggiori e dei mostri della mente. Per questo, benché oggi il film Backrooms porti in superficie quest’idea e la renda esplicita, in realtà le backrooms, come concetto metafisico, nel cinema ci sono sempre state. Non si chiamavano così, ovviamente, e non ci veniva costruito intorno un intero film, ma il cinema horror le ha sempre usate. Quello che il nuovo film di Kane Parsons fa è semmai rendere ancora più chiaro il legame tra paura e architettura, associandole alla mente di un architetto frustrato.

Severance

Foto courtesy of Apple TV+

La scenografia della serie (Apple TV+) gioca un ruolo centrale nella definizione del tema principale, con un’azzeccata critica dei cliché del lavoro da ufficio, dell'etica del lavoro del secolo scorso e del fanatismo aziendale.

Foto courtesy of Apple TV+

La scenografia della serie (Apple TV+) gioca un ruolo centrale nella definizione del tema principale, con un’azzeccata critica dei cliché del lavoro da ufficio, dell'etica del lavoro del secolo scorso e del fanatismo aziendale.

Foto courtesy of Apple TV+

La scenografia della serie (Apple TV+) gioca un ruolo centrale nella definizione del tema principale, con un’azzeccata critica dei cliché del lavoro da ufficio, dell'etica del lavoro del secolo scorso e del fanatismo aziendale.

Foto courtesy of Apple TV+

La scenografia della serie (Apple TV+) gioca un ruolo centrale nella definizione del tema principale, con un’azzeccata critica dei cliché del lavoro da ufficio, dell'etica del lavoro del secolo scorso e del fanatismo aziendale.

Foto courtesy of Apple TV+

Severance

Foto courtesy of Apple TV+

Severance

Foto courtesy of Apple TV+

Severance

Foto courtesy of Apple TV+

La scenografia della serie (Apple TV+) gioca un ruolo centrale nella definizione del tema principale, con un’azzeccata critica dei cliché del lavoro da ufficio, dell'etica del lavoro del secolo scorso e del fanatismo aziendale.

Foto courtesy of Apple TV+

Le backrooms del cinema esistevano già

Prima di questo film, forse le backrooms più note e influenti — cioè le stanze che rappresentano l’inconscio rimosso e la cui architettura suggerisce qualcosa di disumano — stavano nell’Overlook Hotel di Shining. Quel film presenta moltissimi ambienti liminali, cioè vuoti, di passaggio e proprio per questo inquietanti, pensati come diverse parti della mente di chi abita l’hotel. C’è la stanza 237, epicentro di ogni male e nefandezza, o il bar dove sembra avere sede la coscienza, incarnata nella figura del barman, fino allo scantinato, deposito di ogni pensiero rimosso. Ma è una backroom incredibile anche la Loggia Nera di I segreti di Twin Peaks, quella stanza con il pavimento a zigzag e le tende rosse in cui si avvicendano vivi, morti e nani che parlano al contrario. E in un certo senso lo è anche una stanza che non vediamo mai: quella al secondo piano della casa di Norman Bates in Psyco, nella quale sta la madre di Norman, un cadavere ridotto a scheletro che lui finge essere ancora vivo. Sono le stanze in cui non vorresti entrare ma che, proprio per questo, stimolano l’esplorazione.

Saw - L'enigmista. Courtesy Eagle Pictures

A partire da questo concetto, Backrooms, con uno spunto di essenziale semplicità, fa passare un uomo attraverso una parete dello scantinato del suo negozio, portandolo così in un’altra realtà: una zona liminale gigantesca, fatta di parti di mobili, cunicoli e corridoi. È uno spazio postindustriale, come un grande ufficio in una fase di passaggio da un occupante all’altro o uno showroom in attesa di essere allestito, illuminato al neon e ramificato fino all’impossibile.

È il luogo in cui è possibile tutto. Non dall’altra parte dello specchio, come in Lewis Carroll o nelle suggestioni surrealiste, dove esiste un mondo a regole sovvertite, ma proprio nelle pieghe della nostra realtà. Le backrooms vengono concettualizzate online a partire da una dinamica tipica dei videogiochi tridimensionali: quando, per un errore di programmazione, si finisce dove non si dovrebbe poter arrivare. Si passa attraverso un muro, una roccia o una porta teoricamente invalicabile e ci si ritrova così in un luogo non previsto dalla mappa, uno spazio incompleto, non programmato.

Prende forma la paura ancestrale dell’era del lavoro da ufficio: non poter più uscire ed essere intrappolati in un incubo fatto di vita lavorativa, pareti gialle, pochissime finestre e luci al neon

L’idea fortissima è quindi quella di applicare al mondo reale un concetto che per sua natura esiste solo in quello digitale. E ciò che si trova nelle zone “non programmate” della realtà sono spazi lavorativi svuotati e disumani.

L’horror contemporaneo ha la forma di un ufficio

È molto interessante che, per il film Backrooms, le backrooms siano state costruite davvero. È stato quasi tutto girato in un set analogico, solo occasionalmente prolungato digitalmente, ma pensato per replicare alcuni difetti tipici degli ambienti virtuali. Ci sono esseri umani con troppi occhi o troppe dita, come negli errori delle immagini generate dall’intelligenza artificiale; mezzi oggetti, parzialmente interrati; mobili prolungati come in un render difettoso di AutoCad.

Backrooms

Courtesy A24

Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

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Backrooms

Courtesy A24

Questa esplorazione di un luogo reale pieno di errori normalmente appartenenti al mondo digitale genera una sensazione di profondo disumano. Ed è proprio questo l’aspetto più contemporaneo di Backrooms. Perché gli altri luoghi disumani del cinema horror — ambienti molto simili a quelli umani ma leggermente alterati — erano tali soprattutto per ragioni organiche: luridi, sporchi, pieni di elementi rivoltanti. In Non aprite quella porta, per esempio, c’è una clamorosa backroom piena di pezzi di corpi: è la stanza in cui Leatherface, macellaio e assassino, compie i suoi atti. Ce n’è una anche nel primo Saw – L’enigmista: un bagno squallido, sporco, mal illuminato e pieno di tracce di sangue. Oppure lo scantinato abbandonato in cui termina The Blair Witch Project, origine di ogni male.

Backrooms, invece, fa un’operazione architettonica molto più raffinata: usa le piantine e mette al centro un architetto che non è riuscito a fare l’architetto, conducendoci in quella che capiamo essere la proiezione della sua mente frustrata. La backroom è una zona in costruzione, progettata in modi illogici e per questo disumana, in cui — come sempre accade nelle backrooms del cinema — albergano pezzi di memoria, incubi e frustrazioni materializzate.

Casa di Ned Flanders, I Simpson. Courtesy Reddit

L’illogico e lo sbagliato, come una piccola fessura raggiungibile da un pendio che sembra ricordare la folle casa di Ned Flanders progettata da Homer Simpson, sono la porta verso la paura. Anche lo spettatore meno avvezzo all’architettura riconosce che quella progettazione non ha nulla di umano, e l’idea di quale mente possa aver partorito una creazione simile suggerisce l’orrore.

Già Scissione aveva giocato con questa idea, trasformando spazi che hanno tutte le caratteristiche degli uffici contemporanei in luoghi di follia e quindi di paura. Soprattutto luoghi da cui è difficile uscire. Se le backrooms dell’horror classico fanno paura per ciò che contengono, quelle di Backrooms fanno paura per il modo in cui sono costruite e per il fatto che la loro illogicità suggerisce che possa non esserci via d’uscita.

In questo labirinto di stanze liminali in cui si aggira una specie di Minotauro — un mostro che urla, cammina pesantemente e sembra sempre vicino — prende forma la paura ancestrale dell’era del lavoro da ufficio: non poter più uscire ed essere intrappolati in un incubo fatto di vita lavorativa, pareti gialle o dai colori tenui, pochissime finestre e luci al neon pensate per risparmiare. Che poi, alla fine, è il vero disumano: una vita da impiegato negli spazi squallidi.

Immagine di apertura: Shining, 1980

Non aprite quella porta (1974)

Psycho (1960)

Psycho (1960)

Shining (1980)

Scissione 2022

Backrooms 2026