Un architetto che costruisce montagne e una città tutta di pianura; Bjarke Ingels, l’enfant prodige diventato archistar globale, e Milano, metropoli orizzontale e senza paesaggio. Li fa incontrare l’onda lunga di CityLife, colossale operazione che in 20 anni ha trasformato il recinto chiuso dell’ex-Fiera Campionaria in una luccicante downtown di torri a curtain wall, variamente incurvate e attorcigliate, firmate da nomi giganteschi come Hadid, Libeskind e Isozaki, circondate da residenze di lusso altrettanto formose e da un giardino urbano tentacolare.
Onda lunga, si diceva: sarà completato nei prossimi mesi l’ultimo grande tassello di CityLife, progettato da Big (Bjarke Ingels Group) e identificato con l’epiteto, dinamico quanto elusivo, di CityWave. Parliamoci chiaro: se di onda si tratta, siamo in zona tsunami, perché le sue creste asimmetriche spumeggiano rispettivamente a 53 e a 105 metri di altezza. Anche per questo sembra più appropriata la metafora della montagna, che aiuta pure a ricondurre l’edificio a una ricerca di lungo periodo del suo autore. Lo stesso Ingels, peraltro, presentando l’edificio al pubblico milanese, lo ha raccontato anche come “un gesto alpino, che dialoga con il paesaggio distante della catena montuosa”.
Una montagna per Milano
Copenaghen, la capitale danese dove Ingels si è fatto le ossa negli anni Duemila, subito dopo la fondamentale esperienza nello studio olandese di Rem Koolhaas, è piatta quanto e più di Milano. Meglio: lo era prima che Big vi realizzasse The Mountain (2008, con JDS, Plot e Moe), uno sperone di unità abitative modulari sospese in discesa sopra un garage multipiano; prima delle colline gemelle dell’8 House (2010), i cui pendii sono sequenze di terrazze panoramiche; e, soprattutto, prima di CopenHill (2019), il geniale inceneritore che è anche versante montuoso, parete da arrampicata e pista da sci – a oggi, senza dubbio, l’opera più memorabile dell’intera produzione di Big.
La nuova “montagna” milanese ha le sue specificità. Si compone di due torri per uffici, traforate da una corte interna e connesse da una tettoia, che ne prolunga i volumi in un porticato di scala gigante. Questo cielo audacemente incurvato come una catenaria e dagli estremi appuntitissimi si dispiega senza soluzione di continuità per 140 metri – più di un campo da calcio – e brilla di 11mila mq di pannelli solari.
Come ha spiegato Marco Beccati, Direttore tecnico di CityLife, “la realizzazione della canopy ha rappresentato una sfida ingegneristica particolarmente complessa, per geometria e modalità costruttive”. Osservandola dall’alto, nella bollente giornata d’inizio estate in cui si è celebrato il suo completamento, non si fatica a credere che ogni getto di cemento abbia richiesto calcoli precisissimi e specifici, vista la pendenza estrema e variabile della superficie in cui si solidifica.
Un gesto alpino, che dialoga con il paesaggio distante della catena montuosa.
Bjarke Ingels
Le torri contengono più di 60mila mq di spazi per uffici, organizzati come efficienti open space contemporanei, con gli ambienti di servizio concentrati nel cuore del volume edilizio e quelli di lavoro addossati alle facciate. Queste ultime sono interamente vetrate e scandite ovunque dallo stesso modulo di circa 3 metri di larghezza: è una scelta pragmatica, pensata per garantire ai tenant la massima flessibilità di frazionamento, che diventa anche la principale connotazione linguistica dell’edificio.
Si tratta di soluzioni standard nell’architettura contemporanea per il terziario, mentre è più inedito e intelligente il trattamento dell’intercapedine che si determina all’incrocio tra la “scatola” stereometrica e la copertura curva. Big vi ricava decine di terrazze, coperte ma all’aperto, che offrono un’inedita possibilità di vita fuori dall’ufficio agli abitanti delle torri, evitando discese a terra vertiginose e dispendiose in termini di tempo per ogni boccata d’aria. Il rivestimento in legno della tettoia sovrastante arricchisce questi spazi di una materialità più calda rispetto a quella asciutta del vetro e del calcestruzzo a vista, onnipresenti altrove.
La piazza e la soglia
E poi c’è la “piazza coperta”, allungata tra i due blocchi e delimitata da due colonnati di pilastrini circolari. Il bando di progetto prevedeva la realizzazione di due torri separate da una strada carrabile. È di Big la proposta, sensibile e condivisibile, di reindirizzare i flussi veicolari verso il margine del lotto e di riservare questo spazio alla sola circolazione pedonale. In attesa di verificare se e come la città si approprierà di questo luogo, si apprezza il tentativo di completare la sequenza di spazi pubblici car-free di piazza Tre Torri, spingendola fino ai confini del comparto di CityLife.
Perché è necessario introdurre una soglia tra CityLife e il quartiere vicino, rivendicando così una condizione di ‘alterità’ tra i due brani di città?
Proprio la questione dei confini permette d’introdurre una considerazione conclusiva. La comunicazione di CityLife e dello stesso Big insiste molto sulla natura di CityWave come “porta”, composta da caselli gemelli simili a quelli della vecchia fiera, preservati, e alle porte storiche di Milano. Sul sito di Big appare addirittura un’immagine dei cosiddetti grattacieli di piazza Piemonte, gemelli diversi di 38 metri realizzati negli anni Venti da Mario Borgato.
È un’insolita presenza della storia nella narrazione di un architetto a lungo associato a un’idea molto libera e spettacolare del rapporto con il contesto, e testimonia sia un rinnovamento dei suoi riferimenti – forse aiutato anche dalla sua annata tutta italiana come guest editor di Domus nel 2025? – sia l’inesauribile potenziale commerciale del passato.
È, anche, un riferimento problematico sul piano concettuale: qual è il dentro e qual è il fuori di questa porta? Perché una porta deve esistere in questo luogo? Perché è necessario introdurre una soglia tra CityLife e il quartiere vicino, rivendicando così una condizione di “alterità” tra i due brani di città?
Che sia un’onda, una montagna o un casello, l’augurio è che CityWave e, soprattutto, gli spazi pubblici che lo circondano riescano davvero a ricucire la frattura urbana ancora percepibile ai margini del quartiere quasi nuovo, invece di trasformarla in una nuova frontiera.
