Dalla Velasca al Pirellone: il fotografo che ha inventato la Milano moderna

Paolo Monti è il vero cantore del modernismo milanese. Dalla sua ossessione per il grattacielo Pirelli alle architetture di Magistretti, Moretti e Viganò, un nuovo libro di Humboldt Books racconta come ha costruito l’immaginario della Milano moderna.

Milano, 1957-1973: sono queste le coordinate da cui parte il nuovo libro edito da Humboldt Books che, nella collana Time Travel — giunta al suo ventiseiesimo volume e dedicata alla valorizzazione degli archivi di fotografi, artisti e architetti del Novecento — raccoglie questa volta le immagini di Paolo Monti, il fotografo che ha raccontato Milano prima ancora che esistesse davvero una fotografia d’architettura contemporanea italiana.

Ne risulta un atlante della Milano del Dopoguerra: la città della ricostruzione, dei cantieri, dei vuoti lasciati dalle bombe e rapidamente riempiti dal boom economico. È l’epoca d’oro dell’architettura meneghina, quella della Torre Velasca dei Bbpr, del grattacielo Pirelli di Gio Ponti e Pier Luigi Nervi, della nascita del centro direzionale e delle nuove infrastrutture che avrebbero trasformato Milano nella capitale economica italiana.

Grattacielo Pirelli , Milano. Foto © Paolo Monti / Courtesy Fondazione BEIC, Civico Archivio Fotografico di Milano (Fondo Paolo Monti). Paolo Monti, Milano 1957/1973, Humboldt Books, Milano 2026

Ed è proprio dal Pirellone che questo racconto per fotografie comincia. Nella carriera di Paolo Monti il grande protagonista è il grattacielo Pirelli. Un’ossessione visiva. Un po’ come le Campbell’s Soup, Marilyn Monroe o la Statua della Libertà per Andy Warhol, oppure la Montagne Sainte-Victoire per Cézanne, il Pirellone ritorna continuamente nelle sue fotografie: da lontano, dal basso, nei dettagli, negli interni, di giorno e di notte. Più che documentarlo, Monti sembra volerlo scomporre.

Progettato tra il 1956 e il 1960 da Gio Ponti e Pier Luigi Nervi, il grattacielo Pirelli è ancora oggi il grande eroe del modernismo milanese. Monti lo fotografa come se fosse una scultura, con un’attenzione quasi ossessiva ai dettagli costruttivi.

Più che fotografare Milano, Paolo Monti sembra aver costruito l’immaginario della città che ci portiamo dietro ancora oggi.

Se il Pirellone è leggero, verticale ed elegante, vicino alle istanze del modernismo internazionale, la Torre Velasca progettata dai Bbpr tra il 1956 e il 1958 ne è il contraltare perfetto. Nelle fotografie di Monti la torre appare però meno distante dal Pirelli di quanto si possa pensare. Anche qui ritornano modularità, ripetizioni geometriche, strutture diagonali, serialità delle finestre. Più che opporre due visioni, Monti mostra le diverse facce della stessa modernità milanese.

Le architetture meno conosciute

Ma il libro è interessante soprattutto perché non si limita ai grandi monumenti del modernismo italiano. Attorno al Pirelli e alla Torre Velasca cresce infatti una città nuova, che riempie progressivamente i vuoti dei bombardamenti e si espande grazie anche alla nuova metropolitana disegnata da Franco Albini e Franca Helg, con l’identità visiva di Bob Noorda e inaugurata nel 1964 con l’apertura della prima linea, alle infrastrutture e a una nuova idea di abitare urbano.

Compaiono così le architetture di Vittoriano Viganò, Luigi Moretti, Vico Magistretti, Giuseppe Pagano e Giovanni Muzio: edifici oggi meno fotografati ma fondamentali per comprendere la Milano del secondo Novecento.

Torre Velasca, Milano. Foto © Paolo Monti / Courtesy Fondazione BEIC, Civico Archivio Fotografico di Milano (Fondo Paolo Monti). Paolo Monti, Milano 1957/1973, Humboldt Books, Milano 2026

Monti fotografa per esempio l’Istituto Marchiondi Spagliardi di Viganò come una sequenza di volumi brutalisti immersi nella periferia ancora semi-rurale di Baggio; segue le curve proto-moderne della Ca’ Brutta di Muzio; trasforma il complesso di Moretti in corso Italia in una presenza quasi astratta, sospesa tra le rovine dei bombardamenti e la nuova città direzionale.

In molte immagini si vedono ancora terreni vuoti, scali ferroviari, margini urbani e periferie in trasformazione. Oggi sembrano fotografie archeologiche della Milano prima di Porta Nuova e CityLife.

Perché Paolo Monti

Paolo Monti non è stato soltanto un fotografo di architettura. Nato nel 1908, dopo la guerra si trasferisce a Venezia per lavorare come dirigente industriale, prima di abbandonare definitivamente quel mondo e dedicarsi alla fotografia.

Monti vive in prima persona il boom economico italiano e le sue contraddizioni: l’entusiasmo del progresso, ma anche la standardizzazione e la freddezza della modernità industriale.

Nella carriera di Paolo Monti il grattacielo Pirelli è un’ossessione visiva. Un po’ come le Campbell’s Soup, Marilyn Monroe o la Statua della Libertà per Andy Warhol, oppure la Montagne Sainte-Victoire per Cézanne.

A Milano lavora per le Triennali, per gli studi di Bbpr, Gio Ponti, Albini e Scarpa, per l’editoria e per i musei. Ma soprattutto costruisce un nuovo linguaggio fotografico. Silvia Paoli, storica della fotografia e conservatrice del Civico Archivio Fotografico del Castello Sforzesco di Milano, istituzione con cui il volume è stato realizzato, nel saggio che accompagna il libro insiste molto su questo aspetto: Monti non è un semplice documentarista. Per lui la fotografia è composizione, costruzione mentale, ricerca formale.

Scatta muovendosi continuamente nello spazio, cercando punti di vista multipli e rifiutando la classica fotografia frontale d’architettura. Le sue immagini dialogano con il Bauhaus, la Nuova Oggettività tedesca, il cinema di Antonioni e tutta la cultura visiva del Dopoguerra.

La Milano di Paolo Monti

“La coscienza milanese riconosce nel grigio il suo umore incolore”, scrive Barbara Carnevali, direttrice di studi in Filosofia e professoressa di Estetica sociale all’EHESS di Parigi, che firma il secondo saggio del volume. Ed è probabilmente questa la definizione più precisa della Milano fotografata da Paolo Monti: una città grigia nei toni del bianco e nero, ma anche nell’atmosfera emotiva che attraversa le sue immagini, distante, razionale, silenziosa.

È una città che porta ancora addosso le tracce del fascismo e della ricostruzione, dove il modernismo sembra ereditare non soltanto un’estetica ma anche un’idea disciplinata e produttiva dello spazio urbano.

Paolo Monti, Milano 1957/1973, Humboldt Books, Milano 2026

Nelle fotografie compaiono uffici deserti, stazioni, parcheggi, facciate modulari, insegne pubblicitarie e cantieri. La metropoli non è più fatta soltanto di edifici, ma di segni, infrastrutture e immagini. Per questo il libro funziona oggi: perché racconta la preistoria della Milano contemporanea e mostra una modernità meno patinata, più ambigua e profondamente materiale.

“Nessuno come Monti ha compreso così bene la logica visiva del modernismo milanese”, scrive ancora Carnevali. E in effetti, più che fotografare Milano, Paolo Monti sembra aver costruito l’immaginario della città che ci portiamo dietro ancora oggi.

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