di Francesca Critelli e Gabriele Ferraresi
L’appartamento dell’Institut de France è troppo grande per due persone e troppo ufficiale per essere davvero una casa. “Non mi sarebbe certo piaciuto abitarci” dice Emmanuel Carrère a Domus mentre ci troviamo a Roma, al Caffè delle Arti. Lo scrittore francese è arrivato da pochi giorni e dice di voler imparare l’italiano.
Senza troppa nostalgia e con lo stesso disincanto che attraversa tutta la sua opera, racconta dell’“appartamento di rappresentanza” assegnato temporaneamente alla madre Hélène Carrère d’Encausse, storica e accademica, quando è diventata secrétaire perpétuelle dell’Académie française.
È da quello spazio monumentale, svuotato dopo la morte della madre, che prende avvio Kolchoz, il nuovo libro dell’autore pubblicato in Italia da Adelphi. Il gesto di liberare la casa innesca un’indagine familiare che attraversa generazioni, paesi e sistemi politici.
Più che un memoir lineare, Kolchoz prende la forma di una geografia affettiva. Stanze, corridoi, alberghi, case di campagna e piscine comunali diventano i punti di una mappa attraverso cui Carrère ricostruisce la storia della propria famiglia e, insieme, quella del Novecento in cui è ambientata: l’emigrazione russa, l’Unione Sovietica, la Francia delle istituzioni, la provincia contadina, i riti del potere e quelli, infinitamente più fragili, della vita domestica.
I luoghi che fanno parte di questo libro sono dispositivi narrativi che rivelano chi sono davvero i personaggi e la natura profonda delle loro relazioni.
L’appartamento all'Institut de France
“Era un po’ un mausoleo”, racconta Carrère dell’appartamento dei genitori. Lui ci andava per dovere filiale, non certo per piacere. I suoi figli, invece, lo adoravano: “C’era un soggiorno immenso, per loro era un campo da calcio”.
Carrère descrive un interno quasi teatrale: “oltre ai vari locali di ricevimento, ognuno di loro due aveva uno studio”. Quello della madre “grandissimo, maestosissimo, con le finestre che davano sulla Senna”. Quello del padre, in fondo all’appartamento, su “una strada un po’ buia, con tappezzerie scure”. La casa restituisce architettonicamente il rapporto fra i genitori: vivevano da separati. “Lo studio di mia madre era lo yang, quello di mio padre era lo yin”. E così l’appartamento, dice lo scrittore a Domus, era “il dispositivo della loro vita”.
Per lui, invece, il significato stesso di “casa” coincide proprio con una forma di relazione: “è inevitabilmente legata alla famiglia, o almeno alla coppia. La condizione di single e la casa sono un po’ antinomiche”. E invece del fastoso appartamento sulla Senna, predilige ambienti ordinari: “mi piace molto lavorare nei bar, andare al caffè la mattina a lavorare. Lo faccio anche qui, a Roma”, dove alloggia temporaneamente in una casa in prestito da un amico.
Ecco perché una “vera casa” per Carrère e quella dello zio Nicolas, descritta minuziosamente in Kolchoz come un “bozzolo da cui non c’è bisogno di uscire”. Dopo anni trascorsi in stanze provvisorie, infatti, lo zio finisce per vivere in periferia, in una casa che sembra l’opposto del mausoleo materno: uno spazio caldo, pieno di libri, fotografie e tracce sedimentate, in cui vive con la sua compagna. “È come una dacia”, dice. “E in quella dacia mi trovo molto bene.”
La minuscola casa a Cazères
Se l’appartamento dell’Institut è l’emblema del potere, la casa della nonna paterna a Cazères, vicino Tolosa, ne rappresenta l’opposto assoluto. “Era minuscola, mal disposta, ma era una vera casa. Là eravamo una famiglia”. Nel ricordo di Carrère, quel luogo custodisce l’immagine di una Francia provinciale ancora scandita da rituali semplici e da un senso condiviso di prossimità. Idealizzando: quel luogo conserva l’esperienza di un mondo “malgrado tutto meno duro, in cui si poteva guardare al futuro con più fiducia.”
È sempre a Cazères, nella piscina comunale con “i gradini di ceramica azzurra”, che si colloca uno dei ricordi più significativi della sua infanzia: lui bambino che impara a nuotare sotto lo sguardo felice della madre. È un episodio che aveva già raccontato in Un romanzo russo, ma che in Kolchoz diventa il gancio per una riflessione più ampia: mentre il mondo potrebbe trovarsi “davanti alla fine della democrazia […] non è forse fuori luogo scrivere della propria piccola vita?”
Glielo chiediamo anche noi, ancora una volta, nel giardino del Caffè delle Arti. Carrère risponde con un metodo più che con una teoria: “ho cercato di raccontare la vita dei miei genitori e dei miei nonni mettendola in rapporto con gli eventi storici mondiali che le attraversavano”. Il leitmotiv della sua produzione letteraria.
L’hotel Ukraina: dall’Unione Sovietica alla Russia
Se le case francesi raccontano la dimensione più intima della memoria, l’Hotel Ukraina restituisce quella geopolitica. Carrère vi soggiorna per la prima volta da bambino, accompagnando la madre in Unione Sovietica per un congresso. Figlia di esuli russi, Hélène Carrère d’Encausse manteneva con quel mondo un legame profondo.
L’edificio è uno dei celebri grattacieli staliniani, le Sette Sorelle di Mosca, emblema del classicismo socialista che Stalin aveva fatto suo. Carrère, all’Hotel Ukraina, dedica ben quattro capitoli, in momenti differenti della narrazione.
Lo descrive come un luogo che dava l’impressione di essere nella “Gotham City di Batman”. Nei ricordi di Carrère, quell’hotel è l’Urss in forma di edificio: “maestoso, minaccioso, impressionante, assoluto. Doveva essere lusso, ma il comfort era inferiore a quello di un motel nell’Arkansas”.
Oggi, diventato l’Hotel Radisson-Royal, gli appare completamente mutato: impeccabile, occidentale, ma privo di quella densità simbolica che lo rendeva unico. Come i magazzini Gum “diventati un mall”, la trasformazione dell’hotel riflette quella di Mosca e San Pietroburgo, città che negli ultimi decenni “si sono terribilmente occidentalizzate, e quindi banalizzate”.
Ma fuori dalle metropoli, dice, non è cambiato quasi nulla: “La Russia profonda è cambiata pochissimo… A Perm, a Omsk, si è davvero impantanati in una specie di miseria sovietica” dove il carattere delle persone è rimasto pressocché identico nel tempo, “una miscela di brutalità e sentimentalità”.
Abitare transitorio
Kolchoz nasce da materiali concretissimi: archivi, dossier, genealogie raccolti dal padre nel corso di decenni e custoditi nello studio dell’Institut de France, quello spazio appartato in cui, racconta Carrère, “non si sapeva bene cosa facesse”. Molte delle ricerche necessarie per ricostruire la storia familiare erano già lì, pronte. Come se il libro avesse aspettato lì per anni.
Ma quando il discorso si sposta sul proprio modo di abitare, Carrère abbandona ogni certezza.
“Da adulto mi sono spostato molto. In fondo tutti i luoghi in cui ho abitato si sono rivelati transitori”. L’idea stessa di una dimora definitiva sembra appartenergli poco. D’altronde, quando gli si chiede come vive la città e in che modo si sposta, Carrère dà una risposta da flâneur disciplinato: sventolando una mappa in mano, quella che ha comprato per il suo soggiorno temporaneo a Roma, dice che comunque preferisce “camminare a caso”, per il piacere elementare di perdersi.
Alla fine, quando gli chiediamo quale forma avrebbe il suo spazio interiore, Carrère sorride e risponde: “Uno spazio a geometria variabile”.
Eppure, quando pensa al luogo più importante della sua vita, torna con la memoria a quella piccola casa di Cazères.
Emmanuel Carrère (Parigi, 1957) è uno scrittore, sceneggiatore e regista francese. È tra le voci più importanti della narrativa contemporanea, noto per opere che intrecciano reportage, autobiografia e invenzione letteraria. Tra i suoi libri più rilevanti, L’avversario, Un romanzo russo, Limonov, Il Regno, Yoga e V13, in Italia editi da Adelphi. Carrère ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Prix Renaudot, il Prix Femina e il Prix Médicis, oltre al Prix de la langue française per l’insieme della sua opera.
Come sceneggiatore ha firmato, tra gli altri, Il mago del Cremlino (2025, diretto da Olivier Assayas), adattamento del romanzo di Giuliano da Empoli, e ha collaborato a trasposizioni cinematografiche dei propri libri: dal romanzo Limonov è stato tratto l’omonimo film diretto da Kirill Serebrennikov (2024), presentato al Festival di Cannes.
Con Kolchoz torna a esplorare la propria genealogia familiare e il rapporto tra storia privata e storia europea. In Italia, Emmanuel Carrère presenta Kolchoz al Teatro dal Verme di Milano, il 4 maggio 2026, e al Salone Internazionale del Libro di Torino, il 15-16-17 maggio.
