Roma rinnova la propria immagine di “città eterna” attraverso stratificazioni e trasformazioni continue, spesso sorprendenti. È il caso del Corinthia Rome, nuovo albergo di lusso situato nella sede dell’ex Banca d’Italia in Piazza del Parlamento, progettata da Marcello Piacentini nel 1914 e rinnovata negli interni dallo studio londinese GA Design attraverso una sfidante operazione di riuso adattivo: un’architettura austera e imponente, concepita per rappresentare il potere economico e politico dello Stato e oggi convertita, quasi per ossimoro, in un luogo di accoglienza, intimità e convivialità.
Dentro la banca di Marcello Piacentini trasformata in hotel: spa nel caveau, stanze segrete e un’idea di eternità
Nel cuore di Roma apre il un nuovo albergo ricavato nell’ex Banca d’Italia del grande architetto italiano: l’abbiamo visitato con i progettisti di GA Design che ne hanno guidato la trasformazione.
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- Chiara Testoni
- 11 maggio 2026
- Rome, Italy
- GA Design
- 9700 sqm
- hotel
- 2026
Ma come si può conciliare un’anima così severa con l’edonismo dell’hotellerie di alta gamma? Lo abbiamo chiesto a Simon Abela, architetto di GA Design che ha sviluppato il progetto in tutte le sue fasi e che ci ha accompagnato alla scoperta dell’hotel recentemente inaugurato.
“Per me la sfida più intrigante in un progetto è intervenire su un contesto esistente che non risponde più alle funzioni originarie e instillare in esso una nuova vita attraverso rinnovati usi contemporanei”.
Il “fascismo di pietra” di Piacentini
La Banca d’Italia trasformata in albergo è stata appunto una di queste sfide. L’opera, per quanto non ancora depurata dagli orpelli ornamentali del classicismo, prefigurava già gli elementi ricorrenti del linguaggio che Piacentini avrebbe sviluppato negli anni successivi, divenendo uno dei principali artefici della trasformazione di Roma tra le due guerre. Un linguaggio che rappresentava in forma solenne l’iconografia di un “fascismo di pietra” - come lo chiama Emilio Gentile (tra i più autorevoli storici italiani contemporanei) - massiccio, essenziale e destinato a durare nei secoli, dalla scala architettonica alla scala urbana. Marcello Piacentini è stato anche uno dei più influenti architetti e urbanisti italiani della prima metà del Novecento: tra le opere principali, a Roma, la Città Universitaria, il quartiere EUR e l’apertura di via della Conciliazione mentre fuori dalla capitale non si possono dimenticare l’intervento di piazza della Vittoria a Brescia, con il Torrione INA (tra i primi grattacieli italiani) e il Palazzo di Giustizia di Milano.
Di questa impostazione, oggi, nella ex Banca d’Italia resta traccia nel fronte in marmo, monumentale e inflessibile, che si affaccia su Piazza del Parlamento: “un dito alzato” — osserva Abela — contro il prospiciente ampliamento di Palazzo Montecitorio in stile liberty di Ernesto Basile, che Piacentini riteneva inadatto ad incarnare la “gravitas” istituzionale. Nel tempo, la banca ha perso la configurazione originaria a causa di pesanti manomissioni negli anni Sessanta, rimanendo per decenni sottoutilizzata fino alla dismissione. Nel 2019 il complesso è stato acquisito da una società privata internazionale di investimento che ne ha promosso la trasformazione in albergo di lusso, sviluppando il progetto con Corinthia Hotels e con il contributo di GA Design.
Un palazzo che diventa casa
Data la compromissione dell’impianto originario, lo studio ha optato per uno smantellamento quasi integrale di elementi strutturali e partizioni incongrue a favore di un layout più funzionale alla nuova destinazione. Un “vuoto” storico che ha facilitato lo sviluppo del progetto — “l’assenza di elementi storici ci ha offerto una libertà di manovra che altrimenti non avremmo avuto”, osserva Abela — ma che non ha impedito rallentamenti dovuti a pandemia e lungaggini procedurali.
Alla base dell’intervento è il sottile equilibrio tra la solennità di un palazzo signorile e l’intimità domestica di una casa di famiglia: “volevamo realizzare uno spazio che desse l’idea di un’abitazione appartenuta ad una famiglia per secoli”, racconta il progettista, “un luogo intimo e ricco di calore domestico, in cui restano comunque leggibili i caratteri signorili del Palazzo”.
L’obiettivo viene raggiunto attraverso una profonda sensibilità materica e una cura sartoriale di dettagli, arredi e finiture, che rileggono il Genius loci e rendono omaggio alla tradizione artigianale italiana. Pavimenti in marmi policromi, arredi e finiture in quercia finemente intagliati, modanature e bassorilievi trasmettono l’idea di un’eleganza senza tempo che sta nella compostezza degli ambienti più che nell’ostentazione.
L’edificio, circa 9.700 metri quadrati distribuiti su sette livelli, accoglie 60 camere, di cui 21 suites. Al piano rialzato, nella lobby d’ingresso, unico spazio che ha mantenuto la quota originaria a doppia altezza, marmi dai toni chiari in contrasto con arredi in quercia e una luce modulata definiscono un’atmosfera aulica ma pacificante. Oltrepassata la hall, si apre la corte centrale all’aperto, liberata dalla copertura degli anni Sessanta, attorno a cui ruotano i due ristoranti.
Poco più all’interno, il bar assume il carattere vagamente amniotico di un fumoir, dove il mobilio in legno scuro e le luci calde dialogano con un soffitto in mosaico di vetro dorato che luccica come una manciata di monete, alludendo ironicamente alla memoria bancaria dell’edificio.
Al secondo livello interrato, il caveau rivive come una spa, reinterpretando i rituali delle terme romane tra pareti in laterizio, marmo di Carrara, travertino e mosaici. Ai piani superiori si dispongono le camere: spazi avvolti da un caleidoscopio di finiture lignee, carte da parati in lino e seta e marmi policromi, dove non manca il gusto per la meraviglia, dalle stanze “segrete” che racchiudono guardaroba e servizi fino alla zona bar in legno che si apre come un gabinetto delle curiosità.
“Punta di diamante” è la storica Sala del Consiglio al secondo piano, unico ambiente originale preservato e trasformato in suite attraverso un meticoloso intervento di restauro filologico che ha riportato in vita mosaici, portoni in noce, soffitto a cassettoni e affreschi.
“L’eternità è adattamento”
Se Piacentini concepiva un’architettura destinata a sfidare il tempo, la storia, come spesso accade, gli ha dato torto: la Banca d’Italia è rimasta a lungo sospesa nel limbo dell’oblio prima di rinascere sotto una veste inattesa, meno proiettata verso un tempo infinito e più permeabile alle dinamiche quotidiane di vita e relazione. Tuttavia, è proprio grazie a questo processo trasformativo che l’edificio ha conquistato la sua longevità, sopravvivendo al tempo non perché “scolpito nella pietra” ma perché capace di adattarsi a nuovi significati.
Un punto di vista che conferma anche Simon Abela, chiaramente critico nei confronti di un’architettura sempre meno durevole: “molta architettura oggi è ready-made, tanto veloce da costruire quanto da smantellare. Il risultato è un paesaggio urbano anonimo, privo di anima e di scala umana”. E conclude: “non penso assolutamente che non si debba più costruire e rimanere cristallizzati nel passato. È una responsabilità morale per un architetto costruire qualcosa che sia migliore di quello che si butta giù. Credo che si debba progettare edifici che durano non solo qualche anno. E se le necessità cambiano, si può rispondere con nuove funzioni, non necessariamente con la demolizione. Perché l’eternità, in fondo, è capacità di adattarsi”. Un compromesso con l’immortalità che, forse, anche Piacentini avrebbe fatto: magari senza troppo entusiasmo, ma non senza coglierne la necessità.
Foto What The Fox
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