La scritta “Memento Vivere” (“ricordati di vivere”) emerge in rilievo su uno sfondo giallo acceso. La tazzina disegnata da Mohammed Z. Rahman per illy si appoggia su un piattino che, a una prima occhiata, sembra raffigurare un paesaggio rurale. Guardandolo meglio, però, la scena cambia tono: figure chine lavorano nei campi mentre un uomo corpulento in giacca e cravatta si sbottona il doppio petto davanti a loro. Più che accompagnare il rito rassicurante del caffè, l’opera sembra riportare l’attenzione sulle storie di lavoro e sfruttamento nascoste dietro alle filiere agricole globali.
Illy ci ha abituato dagli anni Novanta a collezioni che trasformano la celebre tazzina disegnata da Matteo Thun in una piccola tela d’autore. Nel tempo artisti come Jeff Koons, Marina Abramović e William Kentridge ne hanno reinterpretato la superficie seguendo anche i temi della Biennale Arte di Venezia, di cui illy è sponsor dal 2003.
Ma questa edizione sembra diversa. In Minor Keys, l’ultima Biennale immaginata dalla curatrice Koyo Kouoh prima della sua scomparsa, si misura inevitabilmente con tensioni politiche e sociali che non possono più restare sullo sfondo dell’arte.
Una tazzina come racconto politico
Anche illy sembra essersi spostata su un terreno più esplicitamente politico. I quattro artisti invitati — l’irlandese Alice Maher, la camerunese Werewere Liking, la sudafricana Thania Petersen e Rahman — hanno trasformato “un oggetto quotidiano come la tazzina di caffè in uno spazio di narrazione, memoria e immaginazione”, racconta il brand.
Rahman lavora tra pittura, scultura e ricerca antropologica, attraversando temi come migrazione, lavoro e memoria diasporica. La tazzina Memento Vivere sembra dialogare direttamente con “Remember to Live”, la mostra personale che l’artista ha presentato nel 2025 alla Peer di Londra. Anche lì compariva un’opera intitolata Memento Vivere, dedicata alle memorie della crisi dell’Aids nel Regno Unito e alle storie migranti della Londra industriale di fine anni Ottanta.
È difficile non leggere la tazzina illy come un riferimento implicito alla storia coloniale delle piantagioni e alla provenienza stessa del caffè. Senza mai diventare apertamente didascalica, l’opera suggerisce tutto ciò che normalmente resta fuori campo nell’immaginario elegante della tazzina espresso: il lavoro manuale, i rapporti di dominio, la violenza economica che attraversa le filiere globali.
È forse proprio questo il punto più interessante della collezione di quest’anno: un marchio che ha sempre associato il proprio universo estetico a un’idea armonica dell’arte contemporanea ospita qui immagini più dure, attraversate da conflitti storici e tensioni sociali.
