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Case sospese, brutalisti autodidatti e volte catalane: una mostra riscrive il mito dell’architettura ticinese

Al Teatro dell’Architettura di Mendrisio, una mostra rilegge quasi sessant’anni di architettura moderna attraverso materiali, dettagli costruttivi e segni del tempo. Scoprendo qualcosa di importante.

Case sospese, brutalisti autodidatti, autodidatti, volte insospettabilmente catalane (tantissime): tutto questo, in Ticino. È quel che si rischia di scoprire se l’architettura del Ticino la si va ad esplorare dal vero. L’immagine che si ottiene di quello che ormai potrebbe essere un cliché, un sintagma preformato – l’architettura moderna e contemporanea ticinese – può risultare decisamente nuova, inedita. Un’immagine forse persino più autentica.

Di sicuro è a questo che si rivolge il lavoro ormai ventennale dell’area di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia di architettura dell’USI, l’Accademia di Mendrisio, dove studenti e docenti hanno esplorato negli anni 180 edifici con un approccio hands-on, un guardare da vicino che parte dalla costruzione. Rilievi, ricerca d’archivio, indagine fotografica sull’abitare e sui segni del tempo: un tentativo di ridiscutere gli assunti della storiografia ma soprattutto il modo in cui entriamo a conoscenza delle architetture.

Quelli che si cominciano a notare in Ticino [...] sono i passaggi della storia globale, le intersezioni, i riferimenti.

Di questi edifici, ne troviamo 88 selezionati in “La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939-1996. Materialità e tettonica”, una mostra che dispiega disegni, fotografie di Roberto Conte, filmati d’epoca, documenti, ma anche la restituzione di un “Ticino analogo”, come lo hanno chiamato, una città fatta di modelli di studio che ci porta a guardare con occhi diversi un patrimonio architettonico unico. È il racconto di come si acquisisce una coscienza critica del costruire, più che un know-how tecnico iperspecialistico: la specificità stessa dello studiare a Mendrisio, come spiegano i curatori Franz Graf e Carlo Dusi.

Giampiero Mina, Cinema-Teatro Blenio, Acquarossa, 1967. Foto Roberto Conte

Guardare il Ticino da vicino

È una mostra di restituzione. Certo, restituzione di un lavoro, ma soprattutto produzione di sapere, che unisce a quella coscienza critica made in Mendrisio un ruolo molto concreto nel presente: serve, ad esempio, a indirizzare le istituzioni su cosa tutelare e restaurare, e come; serve a scongiurare gli “adeguamenti energetici” che hanno fagocitato dentro cappotti isolanti intonacati le masse corbusieriane in cemento a vista della casa di Flora Ruchat Roncati a Morbio; oppure a riconoscere che un edificio è rivestito con un brevetto — il Fural, rivestimento in alluminio con incastro a secco — oggi tornato in produzione, evitando così di sostituirlo con un qualunque foglio metallico ondulato.

Antonini Broggini, Ferrini Fischer, Jäggli Marazzi, Roelly Tami, Arsenale militare, Biasca, 1942. Foto Roberto Conte

Si manifestano allora tutti quegli apparenti elefanti bianchi del costruire in Ticino che, a guardarli da vicino, smettono di esserlo: diventano piuttosto espressioni di una circolazione di linguaggi, modi di progettare, costruire e discutere che attraversano un territorio tutt’altro che isolato, anzi vero crocevia di dibattiti internazionali.

Vediamo fluttuare il cemento a vista sopra i pendii di Verdasio nelle case di vacanza che Alfred Altherr firma nel 1964 — un po’ come la Fallingwater di Wright sulla cascata, volendo. E scopriamo il nome del brutalista autodidatta che costruisce poco distante da altri capolavori notissimi: Angelo Andina, che imposta la sua casa a Losone su muri di cemento profondi un metro e mezzo, sorretti da archi degni del più celebre Niemeyer.

Peppo Brivio, Casa Valleggione, 1969. Foto Roberto Conte

La volta catalana arriva invece con Aurelio Galfetti — l’autore del Castelgrande di Bellinzona, per ridurlo a un’icona — e con la sua scuola materna di Biasca, figlia delle maisons Jaoul di Le Corbusier, sulla quale lo stesso Galfetti interverrà in seguito, ma stavolta con quella consapevolezza critica che la mostra cerca continuamente di rintracciare.

Il moderno non era bianco

Quelli che si cominciano a notare in Ticino, tra i Mario Botta e i Luigi Snozzi nei quali — qualcuno finalmente lo dice — si vive bene, sono i passaggi della storia globale, le intersezioni, i riferimenti. Prima di tutto i grandi inattesi, come il colore.

“Il moderno è bianco” è una falsità, dice Graf. E nell’asilo di Galfetti troviamo gialli, blu, un gran rumore di mattoni, ceramiche e cementi; nel villaggio “I grappoli” di un giovane Manuel Pauli, i colori squillanti degli esterni disegnati con Eva Pauli Barna.

Manuel Pauli, August Volland, Eva Pauli, Villaggio vacanze “I Grappoli”, Sessa, 1960. Foto Roberto Conte

Poi, seguendo ancora il colore, torniamo a Losone, dove Livio Vacchini dichiara che il riferimento per la sua celebre scuola, più che Schinkel, è il Craig Ellwood dei metalli leggeri e del California Modern; e basta alzare gli occhi per accorgersene.

Ma anche Tita Carloni aveva definito “un errore di gioventù” il suo Albergo Arizona con quelle piante così Frank Lloyd Wright. E attenzione a non perdersi troppo nel cluster della casa Valleggione di Peppo Brivio, del 1969, che potrebbe portarci verso le megastrutture modulari di Tadao Ando, o verso il pattern di quei “Doppelbungalow” che Dieter Rams avrebbe poi disegnato per Braun, e per sé stesso, in Germania.

Tita Carloni con Luigi Camenisch, Albergo Arizona , Lugano,1957. Foto Enrico Cano

E ancora, anticipi sull’oggi che arrivano da molto più indietro nel tempo: l’arsenale di Biasca, progetto del 1942, con i tetti verdi nati da esigenze mimetiche e le pietre dei muri provenienti dalla montagna franata nel Cinquecento poco distante. O il Cinema-Teatro Blenio di Giampiero Mina, nato nel 1952 per offrire un minimo di intrattenimento agli operai di una diga montana, ma costruito soprattutto recuperando i legnami dismessi di un ponte di servizio vicino. Oggi parleremmo di circolarità.

Entrare negli spazi senza immagini preconcette

Assieme a questa riscoperta del Ticino in costruzione, il Teatro dell’Architettura di Mendrisio ha costruito un gioco di contrappunti con un’installazione che sale dal piano terra per tutta l’altezza dell’edificio e con la mostra “Pino Musi. Continuum”.

Il lavoro del fotografo italiano abbraccia l’anello espositivo del teatro, articolandosi in sei scrolls, sequenze di immagini su un unico rotolo che diventano sei discorsi nati dallo spazio. Origine, Metonimia, Iperbole, Superficie, Transizione, Incompiutezza: un ciclo di cui il visitatore può scegliere inizio e fine, così come la distanza da cui osservare le immagini, lasciando emergere di volta in volta le architetture rurali della Val di Sarno, il Montedoria di Gio Ponti o i mattatoi brutalisti di Shanghai.

Pino Musi: dalla serie Iperbole. Old Millfun (ex mattatoio municipale, riconvertito a centro multimediale). Shanghai, 2023 © Pino Musi, 2026

È anche un discorso sulla distanza con cui Musi ha fotografato le grandi impalcature di Notre-Dame in ricostruzione, identificando in quella condizione il momento in cui la cattedrale è diventata Patrimonio, cristallizzandosi in un valore collettivo globale.

Pino Musi: Cantiere per la ricostruzione di Notre Dame. Parigi, 2024 © Pino Musi, 2026

In un certo senso, è un discorso pronunciato nella stessa lingua de “La costruzione dell’architettura in Ticino”: quella dell’entrare negli spazi in un modo che libera gli occhi da ogni immagine preconcetta.

Immagine di apertura: Livio Vacchini, Scuola media, Losone, 1974. Foto Roberto Conte

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