Non ha senso rifare Possession, il film in cui Sam Neill combatteva contro una Berlino spezzata

Nel capolavoro di Andrzej Żuławski, Sam Neill – morto il 13 luglio a 78 anni – interpretava un uomo che assiste alla dissoluzione del proprio matrimonio e del proprio mondo. Ma il vero protagonista era un altro: il Muro di Berlino. Ed è per questo che il remake con Margaret Qualley e Callum Turner non potrà che essere un film completamente diverso.

Il vero protagonista di Possession è un muro. Il Muro.
Hollywood sembra aver perso ogni ritegno. Dopo decenni di sequel, reboot e universi espansi, anche Possession (1981) di Andrzej Żuławski è entrato nel catalogo delle opere da rifare. L’operazione appare inevitabile soltanto se si considera il film come una storia: un matrimonio che implode, un mostro, una possessione, il corpo femminile trasformato in campo di battaglia. Ma Possession non è soltanto una storia. È un luogo, un momento storico e una città che non esistono più. L’annuncio del remake ha prodotto una reazione curiosa, soprattutto online. Su Instagram, tra cinefili, critici e appassionati di horror, si è formato un piccolo ma riconoscibile movimento di opposizione, raccolto attorno a immagini e post che rivendicano l’irripetibilità dell’opera di Żuławski. Non è la consueta diffidenza verso i remake, ma la convinzione che Possession appartenga a una precisa costellazione storica, politica e urbana impossibile da ricreare.


Una posizione che convive, paradossalmente, con l’apertura mostrata dalla stessa Isabelle Adjani, che ha espresso apprezzamento per la scelta di Margaret Qualley come protagonista. Il punto, però, non riguarda l’attrice. Nemmeno un’interprete eccezionale può restituire ciò che il film aveva assorbito dalla sua città. Perché rifare oggi Possession significa inevitabilmente fare un altro film. Di cui non sentiamo l’esigenza. La morte di Sam Neill, avvenuta il 13 luglio a 78 anni, riporta l’attenzione anche su una delle interpretazioni più estreme e meno concilianti della sua carriera. Se Adjani consegnava al cinema una delle performance più radicali e disturbanti della sua storia, Neill le rispondeva con un’intensità opposta e complementare: il suo Mark è un uomo che assiste impotente alla dissoluzione del proprio mondo, consumato da una paranoia trattenuta che rende credibile anche il gesto più assurdo.


Si parla spesso di queste interpretazioni, della separazione personale di Żuławski, dell’horror corporeo. Molto meno della città. Eppure Berlino non è uno sfondo: è l’organismo che genera ogni scena. Il film è stato girato quando Berlino Ovest era ancora un’enclave sospesa, un’isola politica e psicologica circondata dal Muro. Nessuna scenografia contemporanea può riprodurre quella condizione, perché non era soltanto un’architettura: era una percezione dello spazio.

Il Muro è il grande protagonista silenzioso del film.

L’appartamento dove Anna vive la propria metamorfosi non è semplicemente degradato. È un luogo che sembra già abbandonato dalla storia. Le pareti scrostate, i corridoi interminabili, le scale deserte e l’affaccio su una Berlino sospesa trasformano l’abitazione in un’estensione della città stessa.

La stazione Platz der Luftbrücke, location della scena più famosa del film, nel 1981 e nel 2025. Possession, Andrzej Żuławski, Francia/Germania Ovest, 1981. Foto via Instagram Kimsyurulru_s2

Attorno, i grandi complessi residenziali di Berlino Ovest, l’edilizia modernista ormai privata di qualsiasi promessa di futuro, le vaste superfici asfaltate e gli spazi lasciati vuoti dalla vicinanza del confine costruiscono una sensazione di isolamento che precede ancora l’orrore. Persino gli spostamenti dei personaggi sono strani: camminano in una città che sembra continuamente interrompersi. Gli spazi aperti non liberano mai, ma espongono; gli interni non proteggono, ma comprimono. Il Muro è il grande protagonista silenzioso del film. Quando Żuławski gira Possession, tra il 1980 e il 1981, Berlino è ancora attraversata dalla Grenzmauer 75, l’ultima evoluzione del sistema di fortificazioni realizzato dalla Repubblica Democratica Tedesca: una barriera di pannelli prefabbricati in cemento armato, alta oltre tre metri e sormontata dal caratteristico tubo cilindrico che ne impediva lo scavalcamento.

Possession, Andrzej Żuławski, Francia/Germania Ovest, 1981. Foto via Wikimedia

Ma ridurlo a un manufatto significherebbe non coglierne la portata. Il Muro è un’infrastruttura urbana che riscrive la città: genera la Todesstreifen, la “striscia della morte”, impone demolizioni, interrompe la continuità delle strade, produce vuoti, margini e fondali ciechi. È questa geografia spezzata, prima ancora della sua valenza ideologica, a insinuarsi in Possession. L’angoscia del film non nasce soltanto dai personaggi, ma da una Berlino che sembra aver perso la propria unità spaziale, trasformando ogni attraversamento in un’esperienza di separazione. Per questo il celebre corpo a corpo di Isabelle Adjani nella stazione della U-Bahn di Platz der Luftbrücke continua a essere una delle scene più disturbanti della storia del cinema. Non si svolge semplicemente in una stazione della metropolitana, ma in un’infrastruttura che Żuławski svuota di ogni funzione quotidiana, trasformandola in uno spazio mentale.

Possession, Andrzej Żuławski, Francia/Germania Ovest, 1981. Foto via Mubi

Il lungo tunnel rivestito di piastrelle, le luci fredde, il rumore metallico, il cemento e la ripetizione ossessiva degli elementi architettonici partecipano alla performance tanto quanto il corpo dell’attrice. È come se la città avesse smesso di essere un contenitore dell’azione per diventare essa stessa il dispositivo che la genera.

Ambientarlo nella Berlino contemporanea produrrebbe un cortocircuito ancora più radicale: la città non possiede più quella qualità liminale che rendeva credibile l’irruzione dell’orrore.

Żuławski comprende qualcosa che molti registi contemporanei sembrano avere dimenticato: l’architettura non ospita le emozioni, ma le produce. L’angoscia di Possession nasce dalla frizione continua tra corpi e superfici: le finestre gigantesche isolano, i tunnel amplificano il rumore dei passi, le geometrie moderniste diventano dispositivi psicologici. È come se la città intera fosse già infetta.

Il corridoio della stazione Platz der Luftbrücke. Foto IngolfBLN da Wikipedia

Oggi Berlino è un’altra città. È diventata il laboratorio europeo della creatività, del turismo culturale, della gentrificazione, delle startup e delle gallerie. Ha trasformato perfino molte delle proprie ferite in patrimonio urbano. Non è un giudizio di valore: è semplicemente un fatto storico. Di conseguenza, un eventuale remake dovrebbe affrontare un problema impossibile. Dove collocare Possession ora? Ricostruire filologicamente la Berlino del 1981 significherebbe realizzare un esercizio museale. Ambientarlo nella Berlino contemporanea produrrebbe invece un cortocircuito ancora più radicale: la città non possiede più quella qualità liminale che rendeva credibile l’irruzione dell’orrore.

Ogni film horror ha bisogno di una geografia emotiva. The Shining ha l’Overlook Hotel. Possession ha Berlino. Non una Berlino generica, ma quella precisa città congelata tra due sistemi politici, dove perfino l’urbanistica sembrava manifestare una crisi dell’identità. Il mostro tentacolare che cresce nell’appartamento non arriva da un’altra dimensione. È il prodotto biologico di una città spezzata. Il remake rischia allora di fraintendere proprio ciò che rende Possession irripetibile. Non il mostro, non il sangue, non l’eccezionalità recitativa, ma la coincidenza perfetta tra spazio urbano e collasso psicologico. Alcuni film appartengono ai loro interpreti. Altri appartengono ai loro registi. Possession appartiene a una città che non esiste più.

Immagine di apertura: Possession, Andrzej Żuławski, Francia/Germania Ovest, 1981. Foto via Mubi