Cosa voleva dire chiamare le Vele “casa”

Con un documentario girato interamente con iPhone, Francesca Comencini torna a Scampia dopo Gomorra per riportare le Vele alla loro dimensione più semplice e più radicale: casa.

Le Vele sono una mitologia urbana, le Vele sono edifici brutalisti incredibili, le Vele sono un monumento alla desolazione della periferia.

Le Vele sono orrende, le Vele sono il punto di crisi in cui il sogno moderno dell’abitare collettivo si è incrinato, le Vele sono il disagio del Novecento.

Le Vele sono quelle di Gomorra, le Vele non sono quelle di Gomorra.

Francesca Comencini, La diaspora delle Vele. Courtesy Cattleya & Sky Studios

Dopo il cedimento di un ballatoio e l’accelerazione dei piani di demolizione, le Vele di Scampia – i grandi edifici costruiti tra gli anni ’60 e ’70 nella periferia di Napoli, che a un certo punto hanno ospitato forse più di 8.000 persone – sono state sgomberate. Per anni sono state simbolo di fallimento modernista, marginalità urbana, criminalità mediatica. Con tutto il fascino oscuro che ne deriva. La serie tv Gomorra le ha trasformate in un segno globale. Oggi restano enormi scheletri di cemento, ballatoi scoperti, appartamenti svuotati, pareti segnate da scritte. Molte sono rivolte direttamente all’edificio: “casa ti amo”, “non ti dimenticherò”, lasciate da chi quel posto per anni, per decenni, l’ha chiamato “casa”. La seconda persona è insistita, quasi affettiva. Perché per molti abitanti quelle case non erano un simbolo ma una biografia. Lì hanno cresciuto figli o ci sono stati cresciuti, costruito relazioni, trovato una forma di riconoscimento.

La diaspora

La diaspora delle Vele di Francesca Comencini, prodotto da Cattleya & Sky Studios e disponibile su Sky Documentaries, parte da una frattura che Comencini sintetizza così: “Senza una comunità si muore.” Ed è quella comunità che lo sgombero ha interrotto. Dove sono finiti i suoi abitanti?

Sono una diaspora, appunto. Come un esilio: “È una dispersione forzata”, dice la regista. Non è soltanto la fine di un complesso edilizio, ma la disarticolazione di una configurazione di prossimità. Molti degli ex abitanti non rimpiangono il progetto modernista o l’utopia dell’edilizia popolare. Rimpiangono ciò che accadeva dentro quegli enormi edifici, navi di cemento arenate alla periferia di Napoli, dove la vita si affacciava sui ballatoi e non poteva fare a meno di incontrarsi. Un’architettura che abbiamo indicato come ostile e abusiva ha creato un senso di comunità unico e potentissimo.

Senza una comunità si muore.

Francesca Comencini

Nelle nuove abitazioni, oggi, gli ex residenti raccontano nel documentario cosa significasse vivere alle Vele. Lo fanno con commozione e nostalgia. “Parlano alla casa come a una persona amata”, dice Comencini. O ancora meglio, aggiunge la regista: “come una sorella con cui litighi ma stai sempre insieme”. L’effetto è spiazzante. Per chi ha imparato a leggere quelle strutture esclusivamente come distopia urbana, quell’affetto produce un cortocircuito. Viene da pensare a una sorta di “Sindrome di Scampia”, una versione aggiornata della sindrome di Stoccolma applicata all’architettura. Eppure in quei corridoi sopraelevati e in quegli appartamenti apparentemente claustrofobici si sono rincorse speranze, amori, vite intere. E soprattutto sacrifici — una parola che ritorna più volte nel documentario. Il film ridà voce a chi nelle Vele ha vissuto davvero, dopo che per anni cronaca e cinema hanno trasformato quelle vite in sfondo, in materiale narrativo, in scenografia permanente. Qui non c’è folklore né epica criminale. “Per me è stato proprio anche un senso di restituzione”, spiega Comencini, che Scampia la conosce bene perché parte del team della serie tv Gomorra.

Interni ed esterni

Il film è costruito su un doppio asse visivo molto preciso. Gli esterni sono esclusivamente alle Vele, abbandonate, per come appaiono oggi: i ballatoi, i vuoti, la ripetizione modulare delle facciate, il cemento che ora appare come carcassa. Gli interni, invece, sono altrove: nelle abitazioni provvisorie in cui la diaspora si è ricollocata. Ma in un qualche modo, quegli interni sono ancora incapsulati nella gigantesca struttura progettata da Franz Di Salvo. La casa e l’edificio non coincidono più. Le Vele restano fuori, come corpo massivo e silenzioso.

“Un gigantesco panopticon”: così Comencini definisce quell’edificio che ha conosciuto da vicino durante le riprese di Gomorra. La continuità degli affacci, la visibilità reciproca, l’impossibilità di isolamento producevano un effetto ambivalente. Era una forma che poteva facilitare controllo e dominio, ma che rendeva inevitabile anche l’interdipendenza. “È una riflessione sull’architettura come sociologia”, osserva. La forma non è neutra: organizza le relazioni. Nelle Vele quella organizzazione ha generato conflitti, ma anche solidarietà.

Negli appartamenti che oggi gli ex “velisti” abitano questa dimensione appare sospesa. Gli ambienti sono curati, ordinati, talvolta rifiniti con attenzione, ma hanno una qualità temporanea: pareti neutre, luce uniforme, arredi che sembrano non voler affondare nel pavimento. Sono spazi abitati, ma non ancora radicati. Comencini li descrive come ambienti “a volte anonimi e freddi”, nei quali però “c’è un bisogno fortissimo di dire: io esisto”.

Il documentario riporta per qualche ora gli ex abitanti alle Vele. Le stanze sono vuote, ma restano tracce di trasformazioni: pareti colorate, soluzioni inventate per rendere più accogliente uno spazio nato standardizzato. Non erano semplici alloggi assegnati o occupati. Erano ambienti lavorati, modificati, resi propri. Chiamarle “casa” significava averle trasformate abbastanza da riconoscersi dentro.

La scelta tecnica

Anche i racconti individuali lavorano in questa direzione. Gioacchino parla dell’amore della sua vita incontrato mentre stava per essere arrestato. La regista racconta di averlo soprannominato “il principe Andrej”, in onore del personaggio di Guerra e pace — rilanciando una storia apparentemente qualunque in una cornice di senso assoluto. Nel documentario, quando si racconta il terribile crollo del luglio 2024, Gioacchino-Andrej ricorda di aver dovuto lasciare il corpo di un amico per salvare dei bambini. È lì che l’architettura cessa di essere simbolo e torna a essere spazio vissuto. E Gioacchino, il ragazzone romantico che ha conosciuto il carcere e si è ricostruito una vita sacrificio dopo sacrificio, si commuove e piange senza vergogna davanti alla telecamera.

Il cinema è riuscire a sintetizzare in un’immagine potente quello che un milione di parole non riescono a dire.

Francesca Comencini

Che non è una telecamera. È un iPhone, anzi due. “Usare l’iPhone non significa usarlo come un iPhone, ma come una macchina da presa”, spiega Comencini. E ancora: “Un dispositivo così leggero crea meno filtri.” Alla massa di cemento dell’edificio, indagata con l’occhio grandangolare che Comencini apprezza in particolar modo, risponde lo sguardo minimo, ravvicinato e domestico delle interviste. Quello in cui l’iPhone ha permesso una conversazione senza filtro. E senza recitazione. “Si vede che stanno parlando con qualcuno”, commenta la regista. “Perché non è avere una macchina da presa che aiuta, ma fare dimenticare che c’è”.

La danza

È nella scena della danza che il documentario tocca l’apice del suo cinema. Una ragazzina attraversa con il corpo lo spazio di cemento, ferri ossidati, rifiuti e scritte sui muri delle Vele abbandonate. Non è un abbellimento estetico, ma un’appropriazione temporanea. L’abbiamo vista sul divano di casa pochi istanti prima, nel film, ma ora è diversa. È come se fosse un’altra. Il ritorno alle Vele l’ha trasformata in qualcosa di sublime ed eroico. Per qualche minuto l’infrastruttura smette di essere dispositivo e diventa scena umana. “Il cinema è riuscire a sintetizzare in un’immagine potente quello che un milione di parole non riescono a dire”, osserva Comencini. In quell’immagine le Vele non sono rovina né icona televisiva: sono un luogo che, per qualcuno, è stato casa.

Di complessi come le Vele probabilmente ogni posto nel mondo ha avuto il suo. La Walled City di Hong Kong o Pruitt–Igoe a Saint Louis o i Robin Hood Gardens di Londra riecheggiano la vicenda dei palazzoni di Scampia, ma ognuno di questi luoghi fa storia a sé. E di storie come quella che sentiamo in questo documentario l’Italia (e non solo) è piena. Edilizia popolare nata dall’emergenza, promesse moderniste solo parzialmente mantenute. Il cinema di una certa generazione — quella di Scola, di Risi e del padre di Francesca, Luigi Comencini — aveva saputo raccontare qualcosa che oggi non è più capace di raccontare, “come un racconto cinematografico, non pietistico, non ideologico, ma molto potente, delle fasce di popolazione che oggi stenta molto a raccontare”.

 Oggi quella capacità sembra in bilico tra la vita aspirazionale dei social e quella medio borghese di moltissimo nostro cinema. “Oggi questa cosa non c’è. È una cosa su cui sto riflettendo molto.” La diaspora delle Vele non riabilita né condanna. Osserva. E mostra anche come il cinema, anche grazie a mezzi “leggeri” che oggi tutti abbiamo in tasca, può tornare a raccontare storie emblematiche e per niente scontate. “Voci poco ascoltate e invece potentissime.” Perché, come spiega Francesca Comencini, il cinema non è altro che “mettere insieme le possibilità perché i pianeti si allineino”.

Tutte le immagini: Courtesy Cattleya e Sky Studios

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