C'è una parola giapponese, derivata dalla dottrina taoista, che indica "lo stare semplicemente seduti". Shikantaza è lo stato della mente che puramente (shikan) rimanendo seduto (za) colpisce (ta). È un esercizio di concentrazione, un training di com-prensione reale di sensazioni e sentimenti, senza reprimerli e senza rincorrerli. Shikantaza è la pratica dell'immediatezza del fare che ritorna all'essere e si siede, semplicemente.
Pochi giorni fa ho ricevuto una lettera da Naoto Fukasawa che ci avvertiva che quest'anno non parteciperà al Salone. Il suo studio, la sua famiglia e gli amici stanno bene, ma lui non intende lasciare Tokyo: "Non c'è molto che io possa fare come singolo per il mio Paese, ma il minimo che posso offrire è la mia presenza qui, vicino ai miei familiari, ai ragazzi, alle scuole, al lavoro e soprattutto vicino alla mia città. Stare qui e prepararci per quello che ancora ci è sconosciuto ma potrebbe accadere".
Tra le tante reazioni al dramma che lo scorso 11 marzo ha colpito il Giappone, tra le movimentazioni, le comunicazioni, le azioni che stanno seguendo vicine e lontane, quella di Naoto è una risposta silenziosa, immobile, assoluta. Anzi, è una non risposta, come corrispondenza esatta e anticipata con una non domanda. Quella di Fukasawa è l'assenza da citare in mezzo a tutti gli ospiti e gli avvenimenti che animeranno quest'altro rutilante Salone; la consapevolezza di una presenza altrove, preparata "a quello che potrebbe accadere".
Una lettera da e per Naoto Fukasawa
Pochi giorni fa ho ricevuto una lettera da Naoto Fukasawa che ci avvertiva che quest'anno non lascerà Tokyo per partecipare al Salone.
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- Chiara Alessi
- 14 aprile 2011
- Milano
C'è una parola giapponese che significa "senza pensiero". Una delle espressioni preferite di Naoto è: "pensare richiede molto tempo; sentire è immediato. Puntare all'immediatezza che non richiede l'intervento del pensiero è l'essenza del design". "Without thought" è un po' diverso da "thoughtless". Siamo abituati a pensare che tutto il lavoro di Fukasawa e di gran parte dei suoi colleghi e maestri giapponesi, sia un'opera giocata proprio sull'assenza, il vuoto, l'anonimo, verso l'essenza, il "senza" (mu-ji), il bianco. E questo è normale. Ma il design come pratica si innesca su un confine che non coincide mai con lo zero, ma gli gira intorno; innesca una correzione, un "plus", indefinibilmente esatto. Più che normale. Come questa lettera.
Quando ho visitato il suo studio a Tokyo, Fukasawa stava lavorando all'idea di "outline" come perimetro tra il progetto e il suo osservatore, tra il dentro e il fuori dell'oggetto, come confine. Se c'è un design che supera i confini, che mette in valigia usi, costumi e tradizioni e oltrepassa le dogane, che sta simpatico comunque a tutti, è proprio questo design nipponico e quello occidentale che più gli si avvicina. Naoto è simpatico in un senso vero, come persona, come autore e come maestro giapponese e si prova un istintivo calore nei confronti di tutti i suoi conterranei colpiti da questa tragedia. Ora, col Salone del Mobile, anche Milano si trasforma per una settimana in una città senza frontiere, si sfalda l'outline e si ridisegna un perimetro eccentrico fatto a forma dei consumatori di design a vario titolo. La lettera di Naoto Fukasawa mai come oggi sembra arrivare da lontanissimo, scardina l'archicentrismo, sposta l'asse dei pensieri a Est e, pur stando "semplicemente (shikan) seduto (za)", colpisce (ta) con la delicatezza senza fronzoli del suo mittente.