Salone del mobile e Fuorisalone 2019

Margriet Vollenberg e il futuro di Ventura Projects

Le nuove geografie del design (Milano, Dubai e New York) e il ruolo dei designer “che andrebbero mescolati ai politici”. Due chiacchere con la designer olandese, mente e braccio di Ventura Projects.

Margriet Vollenberg

C’è un termine, in agronomia, che può essere applicato al design. La tecnica a rotazione è quella per cui dopo aver coltivato un terreno fertile, lo si lascia a maggese, a riposo. Nel frattempo, si passa altrove. “Beh, è andata più o meno così”, una risata contagiosa quella di Margriet Vollenberg, designer laureata alla Design Academy Eindhoven che all’aeroporto di Linate si prepara per l’ennesimo viaggio di lavoro. Art director di Ventura Projects, Margriet è la fondatrice di Organisation in Design, realtà dei Paesi Bassi attiva nel campo della comunicazione e dell’organizzazione per il design che gestisce una vasta gamma di attività, servizi e competenze finalizzati a supportare gli studi di design attraverso una consulenza a 360 gradi. “Non mi sono mai sentita una designer”, ammette, “ma un ponte, un connettore”. Dopo aver lavorato a Milano come designer per alcuni artisti famosi e come project manager per il Fuorisalone, oggi si occupa di comunicazione e design. “Oggi Ventura Lambrate non esiste più. Nel 2010 sentivo la necessità, con designer ed espositori, di scoprire nuovi posti a Milano, avevamo la precisa volontà di proporre qualcosa di più internazionale, alla scoperta di giovani creativi in tutto il mondo. Eravamo trentenni appena laureati, lì abbiamo scoperto Lambrate, un’area interessante. Era la giusta scenografia. Ma fin dall’inizio, mi sono detta sarà solo per cinque anni”.

Un po’ triste, come iniziare una storia d’amore e sapere che finirà.
Tutto cambia, sempre. Dopo otto edizioni, c’era bisogno e desiderio di cambiamento, allora mi sono messa a cercare altri spazi. E siamo approdati nei magazzini in disuso della Stazione Centrale.

Come si trovano nuovi spazi a Milano?
Abbiamo cercato. Abbiamo passato in rassegna un po’ di location e poi abbiamo scoperto una nuova area in Stazione Centrale che era rimasta chiusa per circa 30 anni. Nove spazi per 300 metri quadrati ciascuno. Fanno parte dei Magazzini Raccordati, sette corpi di fabbrica distribuiti lungo i binari a nord della Stazione e affacciati da un lato su via Ferrante Aporti, dall’altro su via Sammartini. 40.000 metri quadrati che, dopo anni di abbandono, verranno riqualificati dalla cordata italo-francese di Grandi Stazioni Retail (Borletti-Antin-Icamap) e da un progetto dello Studio Giugiaro. Di fatto, sono stati aperti da noi, che abbiamo dato una nuova luce. Quest’anno ci saranno talenti del design da ogni parte del mondo: Messico, Giappone, Lapponia e Germania.

Secondo te, Milano ha bisogno di nuovi spazi?
Milano è interessante per quello. Non la conosci finché non apri le porte. Vedevo solo grandi palazzi con facciate molto belle. Però non avevo idea di cosa ci fosse dietro, a volte c’era un bellissimo giardino. Per esempio, quando abbiamo scoperto Lambrate, abbiamo preso l’auto e abbiamo iniziato a improvvisare tour per le strade meneghine. Dieci anni fa quando ho iniziato a parlare del progetto Lambrate, mi dicevano che era troppo fuori. 

Tortona Design District, Ventura Lambrate e Ventura Centrale, Porta Romana Design, Brera Design District, Porta Venezia in Design, 5VIE, Fabbrica del Vapore sono solo alcuni tentativi che, nel corso degli anni, hanno provato a identificare e promuovere ambiti urbani milanesi.
L’Expo nel 2015 ha fatto capire che Milano è una città mondiale. Per questo mi piacerebbe che non fossero spazi solo temporanei che si attivano in occasione del Salone, ma che fossero visibili anche durante tutto il resto dell’anno. Manca il concetto di design globale, dovremmo provare a dare la possibilità a nuove aziende, nuovi brand ed etichette.

C’è una nuova geografia del design?
Con i “Ventura Projects”, già dal 2011 siamo andati a Berlino, poi a Londra. E poi a Dubai. Per il 2019 vorremmo fare la terza edizione di “Ventura New York”. Credo che da questo punto di vista il Medio Oriente sia interessante; e Tblisi, in Georgia. Poi stiamo riscoprendo New York e le sue nuove tendenze. Ovviamente anche Milano, città che conta molto nel movimento globale, ha una versione più matura, paragonabile alla Grande Mela.

Qual è la tua idea di design?
Il mio approccio è quello di trasformarlo in una piattaforma, fitta di relazioni e rapporti. Il design non è soltanto il prodotto esposto, in vendita. Per me è anche il design thinking, il concetto, le domande e le risposte che possono esserci. Non può essere solo una fiera. È circolazione delle idee e sollecitazione a riflettere.

E in questo contesto cosa sono i designer?
Sono artisti, non imprenditori. A mio avviso, dovrebbe esserci più designer di concetto, di idee, di soluzioni.

Un design più politico?
Questo tipo di fiere hanno cambiato l’intera città di Milano, l’hanno trasformata. Da un terreno fertile, grazie a cura e attenzione, il raccolto è, ed è stato, generoso. Adesso sento che si sta tornando al pensiero, perché abbiamo altre domande, altri problemi da risolvere. Il punto non è più come guadagnare soldi ma sono l’ecosostenibilità, il verde, i rifiuti.

Quali credi che siano le nuove competenze nell’ambito del design?
È un continuo dialogo. Il percorso è all’inizio, ci vogliono anni. Oggi non vediamo grandi cambiamenti rivoluzionari, basti pensare al nostro sistema scolastico o sanitario. Anche il nostro modo di viaggiare è lo stesso. C’è un’evoluzione in atto. Bisognerebbe mettere i designer tra i politici, nell’amministrazione di un Comune. Questa dev’essere la nuova direzione. In tempi non sospetti Paul Valery scriveva: “Bisogna che i monumenti cantino”. È necessario che essi generino un vocabolario, creino una relazione, contribuiscano a creare una società civile. La memoria storica, infatti, non è un fondo immobile in grado di comunicare comunque, bisogna sapere come farla riaffiorare, va continuamente rinarrata. Anche perché, se il patrimonio storico e culturale non entra in relazione con la gente, declinando linguaggi diversi e parlando a tutti, rischia di morire, incapace di trasmettere senso e identità a una comunità.

L’esito delle elezioni sarebbe stato diverso?
A vedere gli ultimi risultati, forse sì.

Titolo mostra:
Ventura Future – Ventura Projects – Ventura Centrale
Date di apertura:
17–22 aprile 2018

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