Voleva fare i tessuti più fini del mondo e per questo da Trivero, una piccola cittadina in Piemonte, era arrivato fino a New York. Oggi il suo cognome identifica una vastissima oasi di protezione montana e il suo lanificio è ancora al centro di uno dei più riusciti esperimenti italiani di relazione tra welfare industriale e territorio. Parliamo di Ermenegildo Zegna, l’industriale piemontese che nel 1910 fondò il lanificio destinato a diventare uno dei maggiori gruppi del lusso italiano legati all'abbigliamento maschile. La sua Oasi, sulle montagne biellesi attorno a Trivero, oggi è un territorio di oltre 100 chilometri quadrati — circa 14mila campi da calcio — fatto di boschi, sentieri, strade panoramiche, giardini, opere d’arte e architetture disseminate nel paesaggio.
Nell’Oasi Zegna anche la montagna è una costruzione umana
Chiara Camoni, l’artista del Padiglione Italia alla Biennale 2026, costruisce una mostra fatta di terra, cenere, minerali e filati per interrogare il confine sempre più ambiguo tra natura, industria e presenza umana.
Foto Camilla Maria Santini
Foto Camilla Maria Santini
Foto Camilla Maria Santini
Courtesy Oasi Zegna
Foto Camilla Maria Santini
Foto Camilla Maria Santini
Foto Camilla Maria Santini
View Article details
- Alessia Baranello
- 27 maggio 2026
Qui, accanto ai lavori permanenti di Dan Graham, Liliana Moro, Daniel Buren e Roman Signer, arriva ora anche una mostra di Chiara Camoni, l’artista scelta per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2026, il cui sponsor è stato proprio Zegna.
Una serra di famiglia e una piccola cappella sulla strada
Ospitata all’interno di Casa Zegna e visitabile fino al 22 novembre 2026, “Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice”, a cura di Ilaria Bonacossa, si muove nella villa di famiglia degli Zegna, in particolare nel Giardino d’Inverno — lo spazio aperto e attraversato dall’acqua che ospitava la serra — e nella chiesa di San Rocco, una piccola cappella affacciata sulla strada, da poco restaurata e restituita al paese. Per questa mostra Camoni ha lavorato quasi come una raccoglitrice della montagna. Nel Giardino d’Inverno compaiono vasi e ciotole in ceramica, figure sdraiate che sembrano emerse direttamente dalla terra, tappeti intrecciati con i filati del lanificio e tende leggere stampate con foglie e fiori raccolti nell’Oasi.
Amo la tradizione ma non posso ignorare che i materiali del nostro paesaggio ormai non sono solo quelli del paesaggio naturale, ma anche quelli dell’antropizzazione.
Chiara Camoni
L’allestimento, pensato come quello di un’abitazione domestica, ricorda la mostra dell’artista alla Pirelli HangarBicocca e dispone arazzi, teloni e sculture in una piccola sala luminosa dove il paesaggio entra continuamente attraverso le vetrate. Nella cappella ritorna Senza titolo, Stabkarte, opera del 2014 commissionata da ZegnArt — il programma di arte contemporanea fondato nel 2012 dal gruppo — mentre le opere esposte nella serra sono tutte site-specific, disegnate e prodotte mentre a Venezia si costruiva la Biennale.
Ogni oggetto si muove in quel limite ambiguo “tra dove finisce la scultura e dove inizia l’oggetto”, racconta Camoni a Domus parlando della propria ricerca. Allude a quei momenti in cui ci si trova da soli in casa la mattina e gli oggetti comuni sembrano improvvisamente animarsi. “Quella è la generosità del mondo che si manifesta”, conclude poeticamente.
Una mostra fatta con la montagna
Nel lavoro di Chiara Camoni, spesso, il reale non entra — o almeno non nel modo in cui ce lo si aspetta dall’arte contemporanea. “Il mio contemporaneo sono i sogni”, risponde a chi le domanda come la sua ricerca si rapporti agli avvenimenti del mondo. Ma se il cambiamento climatico e il rapporto con la montagna non emergono volontariamente in nessuna delle opere di “Luccicanza”, c’è un elemento che inevitabilmente li fa riaffiorare, forse ancora più forti, ed è la materia. Ogni opera in mostra porta infatti dentro di sé un frammento della storia geologica e sociale del territorio: le ceneri dei falò estivi nella Conca dei Rododendri, la sabbia del torrente Sessera, le fibre vegetali, i minerali e la terra nera delle antiche carbonaie dove i piemontesi sorvegliavano il fuoco per sette giorni e sette notti nel bosco.
E così anche il colore delle opere non viene mai davvero “aggiunto”. Le tende vegetali si imprimono direttamente di foglie, fiori e succhi naturali; le ceramiche cambiano tonalità in base alla risposta dei minerali alle alte temperature; le ceneri anneriscono progressivamente le superfici. Lo stesso titolo del progetto prende le mosse dalla “luccicanza” del micascisto montano, una pietra metamorfica tipica del paesaggio di Trivero che riflette la luce grazie alle scaglie di mica presenti nella sua composizione. Nel bacino della Val Sessera, all’interno dell’Oasi Zegna, questa pietra — che nasce solo a temperature e pressioni altissime — segna ancora il punto in cui milioni di anni fa si sono scontrati il continente africano e quello europeo dando origine alle Alpi.
La natura non è più incontaminata
Se il reale perciò non entra davvero nelle opere dell’artista, qualcos’altro continua a muoversi. “Io amo la tradizione ma non posso ignorare che i materiali del nostro paesaggio ormai non sono solo quelli del paesaggio naturale, ma anche quelli dell’antropizzazione”, ammette Camoni, ricordando come sia stata sua figlia a farglielo capire, mentre raccoglievano conchiglie sulla spiaggia e la bambina non faceva distinzione tra i gusci e le plastiche portate dal mare.
Questo stesso concetto ritorna continuamente mentre si visita il progetto Zegna. “Non bisogna vedere la gestione della montagna come qualcosa di negativo”, spiega Marco Passerini, dottore forestale dell’Oasi. “Al contrario, il controllo della montagna è ancora più necessario se c’è il cambiamento climatico, se ci sono le frane, se c’è la scarsità d’acqua”. Lo dimostrano i numerosi progetti di riforestazione promossi dal lanificio. Prima quelli voluti da Ermenegildo, poi Zegna Forest, che nel 2020 ha ripiantato 60mila alberi destinati anche a proteggere le risorse idriche del territorio.
Insomma, la protezione della montagna passa per l’uomo quasi quanto la sua distruzione. Ed è proprio per questo che Casa Zegna diventa il contesto ideale per il lavoro di Camoni, una pratica che negli anni ha provato sempre di più a sciogliere il confine tra natura e cultura. Se per l’artista i materiali oggi non sono strumenti neutri ma interlocutori attivi, infatti, non lo sono neppure per l’Oasi. I nuovi laghi artificiali servono a garantire acqua al lanificio ma anche a prevenire gli incendi, e la Conca dei Rododendri, piantata da Ermenegildo Zegna negli anni Trenta, continua ancora oggi a trasformare il paesaggio in un organismo vivo e continuamente modificato.
Una città operaia lontana dalla città
Piscina, centro socio-assistenziale, case per i lavoratori, chiese, sentieri, alberghi e piste da sci: il sogno di Ermenegildo Zegna era quello di riportare ricchezza in una montagna impoverita dal disboscamento e dall’abbandono. Ma soprattutto Zegna voleva estendere alla vita quotidiana la stessa idea di qualità che cercava nei suoi filati: una qualità del lavoro, del paesaggio e persino del tempo libero. È un racconto che inevitabilmente richiama l’esperienza olivettiana a Ivrea e altri villaggi operai italiani come Crespi d’Adda. Eppure, rispetto agli altri, il progetto Zegna è uno dei pochi ad avere continuato a trasformarsi nel tempo. La ragione è che si è messo continuamente in discussione.
Lo si vede nei progetti artistici disseminati nell’Oasi: da Daniel Buren, che aveva lavorato sul rapporto quasi alieno che la fabbrica aveva per molti abitanti di Trivero, a Roman Signer, che aveva trasformato il tempo rigido del lavoro industriale in una scultura pubblica fatta di vapore che sbuffa ritmicamente, evocando insieme produzione, fatica e inquinamento. Ma lo si vede anche entrando nella fabbrica, dove gli interni sembrano quelli di un museo modernista e sottilissime vetrate separano gli uffici del fondatore e dei disegnatori dai macchinari, senza troppe gerarchie visive.
Se Adriano Olivetti aveva costruito attorno alla fabbrica una città moderna, chiamando architetti, urbanisti e intellettuali a immaginare nuovi modi di abitare e lavorare, Zegna ha fatto qualcosa di diverso: invece di progettare una città ha progettato un paesaggio e un nuovo modo di abitare la montagna, che dalla fabbrica in via Roma si è esteso fino alle Alpi. Ed è proprio in questo paesaggio che il lavoro di Chiara Camoni trova il suo contesto più naturale: non una natura incontaminata o nostalgica, ma una “città lontana dalla città” continuamente trasformata dalla presenza umana, dove anche la montagna ha finito per diventare una costruzione collettiva.
- “Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice”
- Ilaria Bonacossa
- Casa Zegna, Trivero Valdilana (Biella), via Marconi 23
- 24 maggio-22 novembre 2026
Grès e porcellana smaltate con cenere, sabbia, terra e minerali provenienti dall'Oasi Zegna, ceramica, terracotta, legno patinato verderame, lana, lino e seta provenienti dal Lanificio Ermenegildo Zegna e canapa
Ottone e stampe vegetali su seta