Per mesi preparano costumi, performance, maschere e alter ego che indosseranno soltanto per poche ore. Poi tornano alle loro vite quotidiane e aspettano un anno intero per rifarlo. È questo tempo sospeso, più ancora delle singole sottoculture, il vero soggetto di Mayflies, il progetto con cui il fotografo americano Darren Smith ha trascorso sette anni attraversando festival, carnevali, convention cosplay, nightlife e raduni underground tra Europa, Nord America e America Latina.
Raver, ballerine di burlesque, dominatrix, rapper, metallari, performer queer, cosplayer e partecipanti a carnevali tradizionali: a prima vista i protagonisti del progetto sembrano appartenere a mondi completamente diversi. Eppure, osservando l’archivio costruito da Smith attraverso 34 eventi in tre continenti, emerge una somiglianza profonda: il desiderio di essere riconosciuti dagli altri, di esprimersi collettivamente e di trovare, anche solo per una notte, uno spazio in cui sentirsi parte di qualcosa.
Da Amsterdam a Irving Penn
L’origine di Mayflies coincide con un momento di trasformazione personale dell’artista. Dopo essersi trasferito ad Amsterdam, Smith – cresciuto in un ambiente conservatore nel sud degli Stati Uniti – inizia a documentare la vita notturna della città e scopre mondi dai quali si era sentito escluso durante l’adolescenza. “Ero uno sconosciuto dalla mentalità aperta”, racconta a Domus. “E loro mi hanno accolto, permettendomi di fotografarli. Avevano un luogo che potevano chiamare casa. Ed era proprio quello che ammiravo e che stavo cercando anch’io”.
Più che ascoltare la musica, amo stare in mezzo alle persone che la creano. Amo far parte del processo creativo.
Darren Smith
La svolta arriva con la scoperta di Worlds in a Small Room, il celebre libro di Irving Penn. Per realizzare quei ritratti, il fotografo americano aveva costruito uno studio fotografico portatile da installare in contesti lontanissimi tra loro, isolando i soggetti in una “piccola stanza”. Smith decide di adottare una strategia simile: realizza un piccolo studio mobile da trasportare all’interno di festival, carnevali e raduni subculturali, creando uno spazio temporaneo in cui le persone possano autorappresentarsi.
L’obiettivo non è tanto documentare l’intrattenimento, ma ciò che accade ai suoi margini. Lo sfondo neutro elimina ogni distrazione e rende più visibili le identità costruite dai partecipanti: precise, vulnerabili e cariche dell’energia sociale dei contesti in cui emergono.
La temporaneità come forma di appartenenza
La natura effimera di queste comunità è racchiusa già nel titolo del progetto. Le mayflies, le effimere, sono insetti che vivono soltanto per un giorno e che durante la loro breve esistenza trascorrono tutto il tempo danzando, incontrandosi e riproducendosi. “Le effimere vivono questa vita gloriosa”, racconta Smith. “Danzano insieme per un solo giorno. Si incontrano, si accoppiano e poi scompaiono. L’anno successivo tornano e tutto ricomincia”.
Osservando questi insetti, il fotografo ha riconosciuto qualcosa delle persone che stava documentando: molti dei partecipanti ai festival e ai carnevali che fotografa trascorrono mesi, a volte un anno intero, preparando un’apparizione destinata a durare soltanto poche ore o pochi giorni e, quando l’evento finisce, la comunità si dissolve immediatamente. Ma la sua scomparsa è soltanto apparente: già il giorno successivo iniziano i preparativi per l’edizione successiva.
“La natura effimera della loro esistenza mi ha fatto capire una cosa: per queste persone non esiste un dopo”, spiega. “Quando l’evento finisce stanno già pianificando il successivo. Esiste soltanto un prima e un durante”. Per Smith, Mayflies si riduce in fondo alla stessa intuizione suggerita dalle effimere: la gioia di appartenere a qualcosa, anche solo temporaneamente.
Ero uno sconosciuto dalla mentalità aperta e loro mi hanno accolto, permettendomi di fotografarli. Avevano un luogo che potevano chiamare casa. Ed era proprio quello che ammiravo e che stavo cercando anch'io.
Darren Smith
“Una delle cose che mi ha sorpreso all’inizio”, racconta a Domus, “è quanto spesso incontrassi le stesse persone in eventi completamente diversi. Qualcuno che avevo fotografato a una convention cosplay riappariva a un festival queer o a una festa goth underground”. Un’esperienza che lo ha portato a mettere in discussione l’idea stessa di appartenenza a una singola tribù culturale e a volerne rappresentare le diverse sfaccettature.
Più che un catalogo di sottoculture, Mayflies è diventato nel tempo un atlante di rituali e comunità che prendono forma attorno alla musica, alla performance e all’immaginazione collettiva, in un momento in cui molti spazi indipendenti sono sempre più fragili.
La musica come ritorno
La musica è il fulcro attorno a cui ruotano le comunità fotografate da Smith, ma il rapporto del fotografo con essa è stato tutt’altro che lineare. Cresciuto negli anni della Satanic Panic nel sud degli Stati Uniti, racconta di aver scoperto il grunge e l’heavy metal grazie a un cugino poco più grande che guardava Mtv di nascosto nel seminterrato di casa. “La musica allora era una forma di ribellione”, ricorda.
Anni dopo, la morte improvvisa del cugino lo porta però ad allontanarsene completamente. “Ho semplicemente smesso di ascoltare musica per circa dieci anni”, racconta. “Quel periodo oggi mi appare come un vuoto senza suono”. Per il fotografo, Mayflies è stato perciò anche un percorso di riconciliazione personale, l’occasione per ricucire un legame interrotto molto tempo prima.
La natura effimera della loro esistenza mi ha fatto capire una cosa: per queste persone non esiste un dopo. Quando l’evento finisce stanno già pianificando il successivo. Esiste soltanto un prima e un durante.
Darren Smith
“Più che ascoltare la musica, amo stare in mezzo alle persone che la creano. Amo far parte del processo creativo”, racconta. “Quando riesco a connettermi a quella sorgente, mi sento vicino alle persone che ho amato di più”.
Uno studio fotografico al centro di un rave
“‘Sei magnifico, seguimi’ è tutto ciò che serve per portare qualcuno fuori dalla folla”, racconta Smith a proposito di un processo creativo che mette insieme intimità e divertimento, fantasia e realtà. Ogni fotografia nasce infatti dall’incontro tra il fotografo e le circostanze irripetibili create dall’evento: la musica, l’estetica, il momento in cui le persone si sentono abbastanza libere da esprimersi. “Aspettano tutto l’anno per questa opportunità e compiono sforzi straordinari per trasformarsi, per un periodo di tempo così breve. Io considero la fotografia un tributo a tutto questo”.
Smith descrive ogni ritratto come una negoziazione costruita a partire da experiences condivise all’interno dell’evento, tra chi scatta e chi guarda l’obiettivo. “Le interazioni sono un caos non scritto di idee che gradualmente conduce a un momento di immobilità”, dice. “Io cerco di catturare quell’istante decisivo in cui una persona è temporaneamente allineata tra ambiente e performance”.
Per descrivere questa dimensione il fotografo richiama l’ukiyo-e giapponese, il “mondo fluttuante” delle stampe dedicate alla vita notturna e ai quartieri del piacere. Eliminando lo sfondo e isolando i soggetti nello spazio dello studio, fotografo e partecipante costruiscono insieme “un’illusione che è allo stesso tempo concreta e immaginata, deliberata e spontanea: un mondo fluttuante tutto nostro”.
“Questo posto sono io, e io sono lui”
Insomma, più che documentare con sguardo antropologico mondi marginali o identità eccentriche, Mayflies racconta il momento in cui una persona si riconosce all’interno di una comunità e viene riconosciuta dagli altri. E, per Smith, questo bisogno è tutt’altro che nuovo. “Se guardiamo ai carnevali medievali, alle feste religiose e ai riti antichi, vediamo che svolgevano funzioni molto simili”. Oggi però, aggiunge, “l’era digitale ci ha resi molto più vulnerabili”, e le comunità temporanee continuano a offrire qualcosa che le reti online faticano a sostituire: presenza, esperienza condivisa e connessione umana.
Non a caso, il valore di questi spazi è emerso con particolare evidenza durante la pandemia. “Molte persone se ne sono accorte soltanto quando questi luoghi sono improvvisamente scomparsi. La loro assenza e i danni che ha provocato hanno mostrato quanto contribuiscano al nostro senso di appartenenza”.
Ciò che rende speciali queste comunità, osserva Smith, è la loro capacità di sospendere, anche solo temporaneamente, le barriere che normalmente separano le persone. “Offrono un’esperienza immediata che ci permette di vedere il nostro io interiore e di vedere gli altri”, spiega. “L’apertura che può emergere in questi spazi è sempre più rara altrove”. Nel corso degli anni ha spesso chiesto ai partecipanti perché sentissero il bisogno di costruire questi mondi effimeri. La risposta che riceve più frequentemente è tanto semplice quanto rivelatrice: “Questo posto sono io, e io sono lui”.
È anche per questo che guarda con preoccupazione alle restrizioni sempre più frequenti nei confronti della cultura rave e degli spazi autorganizzati. “Quello che spesso viene frainteso”, osserva, “è che questi luoghi non servono a dimenticare il mondo esterno. Possono aiutarti a ricordare chi sei”.
Le interazioni sono un caos non scritto di idee che gradualmente conduce a un momento di immobilità. Io cerco di catturare quell’istante decisivo in cui una persona è temporaneamente allineata tra ambiente e performance.
Darren Smith
La posta in gioco, allora, va ben oltre il semplice intrattenimento per una notte. “Se perdiamo questi spazi indipendenti”, conclude, “rischiamo di perdere la nostra libertà, il nostro senso di identità e la nostra curiosità verso il mondo. Per me, questo è tutto”.
Dai rave ai rituali ancestrali
Dopo la pubblicazione del libro Mayflies nel 2024, il progetto sta entrando in una nuova fase internazionale. Nel 2026 Smith presenterà il lavoro all’Abuja Photo Festival, in Nigeria, dove svilupperà una nuova ricerca dedicata ai masqueraders locali attraverso una residenza artistica. Nello stesso anno sarà artista in residenza al Thnk Festival di Amsterdam, mentre nel 2027 è stato invitato come unico fotografo ufficiale a esporre al Surva Festival in Bulgaria, una delle più importanti celebrazioni europee dedicate ai giochi in maschera e riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale.
Una traiettoria che suggerisce come il vero interesse di Smith non sia tanto documentare le singole sottoculture, quanto osservare il modo in cui, in contesti geografici e culturali molto diversi, gli esseri umani continuano a tentare di costruire identità condivisibili. Dopo sette anni di viaggi, incontri e fotografie, il vero soggetto di Mayflies non sono i rave, i carnevali o i festival queer. Sono le comunità che, per qualche ora o per qualche giorno, si danno la possibilità di reimmaginare se stesse.
