Prima fiera d’arte contemporanea in Italia e terza in Europa dopo Art Basel e Art Cologne, Arte Fiera potrebbe contare sulla sola forza della sua longevità per mantenere il proprio prestigio. Eppure, la manifestazione bolognese non ha mai scelto di vivere di rendita. Negli ultimi anni, sotto la direzione artistica di Simone Menegoi, la fiera ha puntato su una selezione rigorosa di gallerie e su una forte attenzione al Novecento italiano, senza rinunciare a un’apertura verso artisti, spazi e ricerche emergenti.
Giunto al termine del suo mandato, Menegoi passa il testimone a Davide Ferri, già curatore della sezione Pittura XXI nelle sei edizioni precedenti, quest’anno affiancato da Enea Righi alla direzione operativa. Come ha spiegato il direttore artistico a Domus, il suo obiettivo è stato quello di assecondare e rafforzare uno slancio che “non mi vergogno a definire nazional-popolare [...] Quella di Bologna è una grande fiera molto visitata, ha un grande pubblico che non si sa mai bene come gestire: per me questa è una risorsa”.
Arte Fiera 2026: le novità e cosa non perdere della 49esima edizione
L’appuntamento è tra i più storici per i professionisti e gli appassionati di arte contemporanea. Dal 6 all’8 febbraio torna Arte Fiera con una nuova direziona artistica.
Matteo Piacenti, Preghiera nel fango, Napoli, 2019. Courtesy l’artista e galleria Spazio Nuovo
Chalisée Naamani, You’ll grow into it, 2025. Courtesy l'artista e Ciaccia Levi. Foto Aurélien Mole
Giulio Paolini, Teogonia, 1982-2024. Courtesy l'artista e Alfonso Artiaco
Artisti come Greta Schodl e Giulia Marchi sono presenze ormai consolidate negli spazi della galleria, insieme a personalità giovanissime come Dionysis Saraji, ed artisti intoccabili come Gianfranco Baruchello. Una ricerca, quella di Labs, che coniuga curiosità e interesse per il nuovo con scelte curatoriali raffinate e criticamente ragionate.
Gianfranco Baruchello, Untitled, 1963. Courtesy Labs Contemporary Art
Numerosi gli artisti esposti presso lo stand, in una mostra collettiva sviluppata su tre direttive: pittura degli anni Settanta, arte femminista - con opere di artiste come Ketty La Rocca e Lucia Marcucci -, Poesia Visiva di Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti e Nanni Balestrini.
Ketty La Rocca, Dolore... come natura crea, 1964-65. Courtesy Galleria Frittelli
Courtesy Barbati Gallery
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- Marianna Reggiani
- 03 febbraio 2026
Il titolo
Con uno sguardo dichiaratamente orientato al futuro, Arte Fiera 2026 si interroga su “Cosa sarà”, con un titolo omaggio a Lucio Dalla, che di Bologna è simbolo indiscusso. Il riferimento all’omonimo brano del 1979 consente a Ferri “di guardare al presente e, insieme, al futuro, e di retroilluminare la storia di Arte Fiera”: nata nel 1974, è quasi sorella minore della canzone che ha finito per rappresentare una generazione e un sentire collettivo.
C’è una dimensione relazionale, una voglia di incontrarsi, che è imprescindibile. Le fiere sono un crocevia, il momento in cui guardiamo e ci parliamo.
Davide Ferri
Si tratta di un dialogo tra passato e presente che è anche profondamente fisico e architettonico. Ferri richiama l’articolazione degli edifici che sorgono nei pressi della fiera, dalle Torri progettate da Kenzo Tange alla ex Galleria d’Arte Moderna nell’edificio progettato da Leone Pancaldi, fino al padiglione dell’Esprit Nouveau, fedele ricostruzione del 1977 dell’opera di Le Corbusier, realizzata per l’Esposizione Internazionale di Parigi del 1922. “Voglio che lo spettatore guardi tutto questo quando entra in Fiera, per me è importante raccontare questa articolazione di storia così ricca, che per me è proprio fisica, di incontro materiale, e che sorge proprio nei dintorni della fiera”, spiega il direttore artistico.
© Comune di Bologna. Foto Giorgio Bianchi
© Comune di Bologna. Foto Giorgio Bianchi
© Comune di Bologna. Foto Giorgio Bianchi
© Comune di Bologna. Foto Giorgio Bianchi
© Comune di Bologna. Foto Giorgio Bianchi
© Comune di Bologna. Foto Giorgio Bianchi
© Comune di Bologna. Foto Giorgio Bianchi
La performance
Come ogni anno, ampio spazio è dedicato alla performance, parte integrante dell’identità di Arte Fiera fin dal 1977, quando - a soli tre anni dalla nascita della manifestazione - si tenne la prima Settimana Internazionale della Performance. In quell’occasione due corpi nudi – quelli di Marina Abramović e Ulay – posizionati ai lati di una porta costringevano il pubblico a passare tra loro per entrare nella Galleria d’Arte Moderna, dando vita a uno dei momenti più controversi e significativi della storia della performance internazionale.
Quest’anno, l’artista invitata a intervenire nel Padiglione dell’Esprit Nouveau è Chalisée Naamani. L’artista franco-iraniana presenta un’azione di tipo installativo, realizzata appositamente per lo spazio del Padiglione in collaborazione con Fondazione Furla. “Una scelta forte”, la definisce Ferri, “un incontro tra il mondo persiano da cui l’artista proviene e gli elementi pop della cultura occidentale”.
La nuova sezione Ventesimo+
Tra le novità più evidenti di questa edizione spicca Ventesimo+, una nuova sezione curata da Alberto Salvadori e dedicata al collezionismo privato. Pensata anche come ponte tra i due padiglioni – quello del Novecento storico e quello dedicato alle nuove generazioni – la sezione “indica strade e possibilità del collezionismo attraverso un gioco di libere associazioni, talvolta anche rischioso, che un museo con una collezione permanente non può permettersi”.
Ventesimo+ non si rivolge però solo ai collezionisti: “Chi non colleziona può capire cosa si può fare nelle nostre case – intese come spazi privati, dove il livello di libertà è maggiore – e come si può trattare l’arte in modo ludico, al di fuori dei rigidi schemi cronologici”.
L’aspetto relazionale della fiera
Il meccanismo delle fiere d’arte è noto e spesso ripetitivo: “Il gioco consiste nell’avere le gallerie migliori e più collezionisti delle altre fiere. È un formato obsoleto e abbastanza logoro” spiega Ferri. In questa continua corsa al confronto, però, si rischia di perdere il contatto con un altro pubblico: curiosi, appassionati, turisti, persone che fanno la fila pur sapendo che non acquisteranno nulla.
“A chi parla la fiera?” si chiede Ferri. E risponde così: “Chi ha una responsabilità non deve mai mostrare che la fiera sta da un’altra parte rispetto ai suoi interlocutori, galleristi e visitatori”.
Quella di Bologna è una grande fiera molto visitata, ha un grande pubblico che non si sa mai bene come gestire: per me questa è una risorsa.
Davide Ferri
Racconta di aver trascorso intere giornate, durante la curatela di Pittura XXI, camminando avanti e indietro nel padiglione, presente, disponibile all’incontro e attento anche alla dimensione commerciale. Insomma, “per fare una fiera come Arte Fiera bisogna essere disposti a sporcarsi le mani”. Questo perché la fiera, ancora prima che un’occasione commerciale, è un evento mondano, fatto di relazioni, scambi, osservazioni e presenza. “Gli appassionati d’arte organizzano i loro calendari attorno alle fiere, e ci arrivano con euforia. C’è una dimensione relazionale, una voglia di incontrarsi, che è imprescindibile. Le fiere sono un crocevia, il momento in cui guardiamo e ci parliamo”.
Immagine di apertura: Buck Ellison, Betsy and Elissa, Ada, Michigan, 2018. Courtesy Barbati Gallery
Tocca senz’altro un tema caldo la sezione curata da Marta Papini, che indaga il tema della mascolinità sotto la lente della fragilità e del fallimento, all’interno di una sezione concepita come un’unica mostra collettiva. Corpi, storie e identità raccontate dal medium fotografico – che più di tutti forse sa mettere in risalto i difetti – ma anche dalla pittura, dal disegno e dal collage. Soggettività maschili intrappolate nello stereotipo della virilità sono ora raccontate e osservate da una prospettiva indulgente, che senza aggredire ne riconosce i limiti, le crepe e le fratture.
Classe 1995, di origini iraniane ma cresciuta in Francia, l’artista presenta Wardrobe, performance site-specific che adotta un approccio trasversale fatto di pittura, scultura, moda e tecnologia. All’interno del Padiglione concepito da Le Corbusier come un machine à habiter, organismo efficiente e organizzato per rispondere alle esigenze della vita quotidiana, Naamani porta i suoi “vêtements-images” (abiti-immagine), realizzati con materiali di recupero e destinati a non essere indossati mai. Al centro di questo grande e ideale guardaroba, l’artista ripete l’atto della stiratura: gesto di cura ma anche meccanico, automatico, reiterato. Naamani riflette così sui concetti di abitazione e abitudine, creando un dialogo a tre tra corpo, architettura e pubblico.
Punto di riferimento per l’arte concettuale e minimalista internazionale, la Galleria è inscindibilmente legata al nome dello storico gallerista Ugo Ferranti, che ne prese le redini nel 1975. Attraverso una rete strategica di rapporti con prestigiose gallerie estere – tra cui quella di Yvon Lambert – Ferranti svolse un ruolo fondamentale nella diffusione delle ricerche artistiche degli anni Settanta e Ottanta. LeWitt, Paolini, Twombly e Kounellis sono solo alcuni degli artisti da lui rappresentati, le cui opere sono visitabili presso lo stand.
Realtà giovane e dedicata a ricerca e sperimentazione, la galleria apre a Bologna nel 2014, vicino piazza Santo Stefano, distinguendosi per i rapporti tra artisti storicizzati ed emergenti, al legame con il territorio e alla storia della città.
Artisti come Greta Schodl e Giulia Marchi sono presenze ormai consolidate negli spazi della galleria, insieme a personalità giovanissime come Dionysis Saraji, ed artisti intoccabili come Gianfranco Baruchello. Una ricerca, quella di Labs, che coniuga curiosità e interesse per il nuovo con scelte curatoriali raffinate e criticamente ragionate.
Fondata da Carlo e Simone Frittelli, con una ricerca che spazia dalla Poesia Visiva all’Arte Concettuale, Minimalista e Informale, dal 2006 la galleria abita gli ampi spazi dell’edificio in via Val di Marina, completamente restaurato dall’architetto Adolfo Natalini e situato nella zona nord-ovest di Firenze.
Numerosi gli artisti esposti presso lo stand, in una mostra collettiva sviluppata su tre direttive: pittura degli anni Settanta, arte femminista - con opere di artiste come Ketty La Rocca e Lucia Marcucci -, Poesia Visiva di Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti e Nanni Balestrini.