Londra, 30 gennaio 1595. L’aria attorno al “The Theatre” vibra di un’elettricità densa, quasi solida. La folla si accalca, i corpi si scontrano durante l’attesa. I Lord Chamberlain’s Men alzano il sipario e, per la prima volta, il mondo assiste alla tragedia più celebre dell’Occidente: Romeo e Giulietta.
William Shakespeare attinge alla narrazione di Arthur Brooke, ne mastica la struttura, ma vi inietta un’urgenza che avrebbe cambiato per sempre la nostra grammatica sentimentale.
In quel momento, il teatro elisabettiano si offriva come l'ultimo baluardo del luogo antropologico. Non era una scatola per spettatori passivi, ma uno spazio identitario e relazionale, intriso di storia che si faceva carne mentre veniva pronunciata. Gli spettatori non erano clienti, ma complici dell’architettura del senso stesso del teatro, consapevoli che "tutto il mondo è un palcoscenico" e che quella Verona ricostruita nel fango di Londra parlava di loro.
Questa tensione tra la realtà del corpo e l'astrazione del mito è il territorio in cui l'arte ha cercato, per secoli, di negoziare una tregua. I pittori sono diventati i nuovi drammaturghi, tentando di recuperare quella carnalità, oscillando tra il rigore della cronaca e l'abbandono della passione.
L’arte, in fondo, si è fermata sulla soglia di quel bacio.
Nel 1823, Francesco Hayez affronta il tema con il suo Ultimo bacio di Romeo e Giulietta. Non un semplice addio, ma un’urgenza civile del Romanticismo che esplode sulla tela. Osserviamo con attenzione la posizione dei piedi di Romeo: è lì che si gioca il destino. Uno è già sulla scala, proiettato verso la fuga, l'esilio, il vuoto; l'altro è ancora ancorato al pavimento, alla vita, a lei. È l'estetica della tensione.
Sembra di sentire il sussulto di Giulietta: "Vuoi andare già? Non è ancora l'alba. Era l'usignolo, non l'allodola, che ha colrito il tuo orecchio timoroso". C'è una sensualità casta ma bruciante nel modo in cui le mani di lei si posano sulle spalle di lui; è un erotismo della soglia, dove il bacio non è un gesto statico, ma un respiro rubato alla condanna del tempo.
Qualche decennio dopo, nel 1870, la prospettiva cambia radicalmente. Ford Madox Brown decide di spogliare la scena di ogni retorica teatrale per restituirci una carica sensuale quasi tattile. Qui non c’è più la posa eroica di Hayez, ma il peso dei corpi. Il braccio di Romeo avvolge la vita di Giulietta con un possesso che è protezione e desiderio insieme, un abbraccio che sembra voler fermare l'inevitabile.
La luce dell'alba, in Brown, non è una benedizione bucolica, ma una minaccia: "Guarda, amore, quelle strisce invidiose che merlettano le nubi che si sciolgono a oriente". La luce mette a nudo la pelle diafana di lei, creando un contrasto erotico potente con il velluto pesante e scuro delle vesti. È il realismo che si fa sentimento.
Nel 1884, Frank Dicksee ci conduce dentro la penombra dell'atmosfera. La sensualità qui si fa languida, quasi opprimente, mescolando il profumo dei fiori al calore che ancora emana dai corpi sul balcone. Giulietta è abbandonata, quasi vinta dal peso della passione, in una resa dei sensi che anticipa l'estetica decadente. In questa penombra, l'addio diventa definitivo: “Addio, addio! Un bacio, e scenderò".
La bellezza si traduce in dolcezza romantica, la luce diventa complice dei due amanti nascondendo il profilo di Giulietta ma esaltando il loro abbraccio che si sta per chiudere in un bacio, prima che la notte ceda il passo a quella "lugubre pace" che avvolgerà Verona.
Ma il balcone è solo l'anticamera del silenzio. L'arte, in fondo, si è fermata sulla soglia di quel bacio.
Il destino, tuttavia, non concede sconti. La tragedia si compie nel paradosso di un veleno che unisce e di una lama che libera. Nell'oscurità della tomba, Romeo pronuncia il suo ultimo addio alla bellezza: “Occhi, guardate per l’ultima volta! Braccia, stringetevi nell’ultimo abbraccio!“.
Esattamente 431 anni fa, il “The Theatre” ammutoliva davanti a una rivelazione: la potenza di quegli amanti non risiedeva nella longevità, ma in un’urgenza bruciante capace di sconfiggere l’eternità.
Il sipario cala, le luci si spengono, ma quel grido contro l'ingiustizia del fato continua a risuonare tra le pieghe dei pigmenti e le righe degli in-quarto. Perché, nonostante i secoli, “mai ci fu storia così piena di dolore come questa di Giulietta e del suo Romeo”, eppure mai storia fu così necessaria per ricordarci cosa significhi essere, dopotutto, terribilmente umani.
