Il Louvre-Lens farà una mostra sui gattini

Con “So Cute! The Art of Happiness”, il museo francese racconta come l’estetica dell’adorabile – dai gatti di internet al kawaii, fino al fenomeno Labubu – sia passata dal margine kitsch della cultura visiva alla storia dell’arte e alla vita quotidiana.

Il Louvre-Lens farà una mostra sui gattini. O meglio: costruirà una grande mostra sull’estetica dell’adorabile, partendo anche da una delle immagini più onnipresenti della cultura digitale contemporanea, quella dei gatti su internet. Perché non riusciamo a resistere a un cucciolo, a un pupazzo dagli occhi enormi, a un oggetto rosa, morbido, apparentemente innocuo? E perché un’estetica a lungo considerata minore, infantile, sentimentale o ai limiti del kitsch è diventata una delle forze più riconoscibili della cultura visiva contemporanea, dai social media al kawaii, fino al fenomeno Labubu?

Nicolas POUSSIN, Concert d'amours, vers 1626, huile sur toile, Paris, musée du Louvre, département des Peintures © GrandPalaisRmn (musée du Louvre) / Jean-Gilles Berizzi

Il Musée du Louvre-Lens prova a rispondere con la mostra “So Cute! The Art of Happiness”, visitabile dal 23 settembre 2026 al 18 gennaio 2027, co-prodotta con i Musei della Città di Strasburgo e curata da Annabelle Ténèze ed Émilie Girard. Il percorso espositivo si articola come un’indagine genealogica che attraversa la storia dell’arte dall’antichità a oggi, esaminando l’impatto emotivo, formale e politico di un concetto – quello di adorabilità, o “cute” – che si rivela molto più ambiguo di quanto suggeriscano le sue superfici morbide.

La grammatica della tenerezza

L’esperienza visiva di ciò che è carino o adorabile affonda le proprie radici in precisi meccanismi evolutivi legati alla sopravvivenza dei mammiferi e, in particolare, della specie umana. John Morreall, nel saggio On Cuteness del 1991 – ripubblicato nel 2022 all’interno della raccolta “The Cute”, parte della collana Documents of Contemporary Art edita da Whitechapel e MIT Press – parte proprio dagli studi dell’etologo Konrad Lorenz, che individuò specifiche caratteristiche morfologiche infantili, come la testa sproporzionata rispetto al corpo, una fronte sporgente con occhi posizionati in basso, guance rotonde, corpo paffuto e arti corti, tutti elementi che agiscono negli adulti come “stimoli di rilascio”, innescando comportamenti di cura e protezione verso i soggetti più indifesi. Nel corso della modernità, questa grammatica della tenerezza si è estesa oltre i corpi biologici di neonati e cuccioli, applicandosi a oggetti d’uso quotidiano, automobili e persino architetture, stabilendo un legame diretto tra una forma visiva non minacciosa e una risposta linguistica spontanea che, secondo Morreall, tende ad azzerare la distanza critica tra il soggetto e l’oggetto.

Nella della teoria dell’arte, l’adorabile si colloca in antitesi rispetto alle categorie storiche ed elevate del Bello e del Sublime. Privo di una codificazione accademica rigida o di un archivio storico fisso come il Barocco o l’Art Déco, il “cute” possiede una natura vernacolare e catchy che gli ha permesso di permeare movimenti complessi, dalla Pop Art al Concettuale. Gli artisti sono attratti dall’estetica dell’adorabile perché rende permeabili i confini della nostra realtà sociale. Ambiti del tutto distanti, dalla progettazione di robot all’addomesticamento degli animali, rivelano un legame improvviso quando si scopre che rispondono alla stessa logica relazionale.

Martin Claude MONOT, Bambino che gioca con il piede (presunto ritratto del figlio dell'architetto Antoine-Joseph de Bourge), 1779, scultura in gesso, Museo del Louvre - Dipartimento delle Sculture, © GrandPalaisRmn (Museo del Louvre) / René-Gabriel Ojeda

Attraverso un percorso espositivo che conta oltre trecento opere – tra dipinti, sculture, installazioni, video e reperti archeologici – inserite nell’allestimento progettato da Mathis Boucher, la mostra al Louvre-Lens attiva un dialogo tra manufatti antichi e opere contemporanee. L’evoluzione di questa iconografia viene tracciata a partire dai giocattoli in pietra della Mesopotamia e dai cupidi di Nicolas Poussin, attraversando i ritratti d’infanzia di Auguste Renoir e le tavole di Tamara de Lempicka, fino ad arrivare alle tonalità e alle fattezze della cultura “kawaii” e alle creature colorate di Jeff Koons o Takashi Murakami. Un esempio storico di questa transizione verso la domesticazione e il diletto visivo è rintracciabile nel dipinto “Chats dans une commode” (1900) di Jules Le Roy, che anticipa la sensibilità contemporanea verso il mondo animale e i temi del conforto domestico. Non è un caso che il racconto curatoriale del progetto di mostra parta dalla risposta di Tim Berners-Lee alla domanda su cosa lo avesse sorpreso di più nello sviluppo di internet: il successo dei video di gatti.

Susa, acropoli, tempio di Inshushinak (odierno Iran) 1500-1100 a.C. Bitume, calcare Parigi, Museo del Louvre, Dipartimento delle Antichità Orientali © GrandPalaisRmn (Museo del Louvre) / Franck Raux

Il lato oscuro dell’adorabile

Dietro l’apparente innocenza delle forme morbide e delle tonalità pastello, la mostra al Louvre-Lens racconta anche come l’estetica del “cute” sottintenda sfaccettature politiche e commerciali, capaci di oscillare rapidamente verso il disgusto, l’alienazione o la propaganda. Frances Richard, nelle sue “Quindici tesi sul carino” (2001), mappa la densità di questa categoria e ne spiega la complessità strutturale attraverso una precisa disposizione geometrica: “Disegnate un cerchio ed esponete a raggiera da esso l’abietto, il malinconico, il malvagio, il fanciullesco. Ora, nelle zone intermedie, aggiungete l’erotico, l’ironico, il narcotico e il kitsch. Intersecate il Romantico/Vittoriano, il Disneyano/consumistico e il biologicamente deterministico. Al centro di questa ruota a più raggi si trova uno spazio vuoto di connessione. Etichettatelo come ‘cute’”. 

È proprio all’interno di questa articolata rete di tensioni che molti artisti contemporanei operano in modo sovversivo, impiegando la vulnerabilità come uno strumento critico per esaminare la violenza sociale, le asimmetrie dei sistemi di produzione globali e le questioni di genere. Attraverso i pupazzi alterati di Annette Messager, gli assemblaggi di peluches di Mike Kelley o le sculture antropomorfe di Philippe Katerine, la superficie rassicurante di ciò che è adorabile viene incrinata, trasformando l’esigenza di relazionarci con ciò che è confortante e carino in un indice delle fragilità del nostro presente.

Charles HASCOET, Labubu #1, 2025, huile sur toile, Courtsey Danysz Gallery – Paris © DR / Adagp, Paris, 2026

Immagine di apertura: Jules LE ROY, Chats dans une commode, 1900, olio su tela, Roubaix, La Piscine - Museo d'arte e di industria André Diligent © Museo La Piscine (Roubaix), Dist. GrandPalaisRmn / Arnaud Loubry