In occasione di Art Basel 2026, nella sezione della fiera svizzera dedicata ai progetti monumentali e alle installazioni fuori scala, un gigantesco renaco - un albero dell'Amazzonia peruviana - è stato riprodotto in metallo attraverso una scansione tridimensionale, e sospeso sopra una superficie di pixel che restituisce immagini d'acqua e vegetazione.
Forse siamo arrivati al momento in cui l'ecologia è andata oltre la natura. O almeno al momento in cui la natura può esistere anche nella forma di banche dati, scansioni tridimensionali, immagini digitali e strutture metalliche. È una possibilità che attraversa da anni il lavoro di Timur Si-Qin, artista tedesco di origini mongole e cinesi che esplora le zone di contatto tra ecosistemi biologici e infrastrutture tecnologiche.
Mariposita è l’ultima espressione di questa ricerca.
Dall’Amazzonia a Basilea
L'origine del progetto si trova a migliaia di chilometri dalla fiera svizzera, nella regione amazzonica di Ucayali, in Perù, dove Si-Qin ha trascorso diversi periodi di ricerca negli ultimi anni. Qui ha individuato il grande renaco che ha poi scannerizzato insieme all'ambiente circostante: radici, vegetazione, corsi d'acqua e dettagli del sottobosco sono diventati la base digitale da cui è stata costruita l'opera.
“L'Amazzonia è un incredibile paradiso terrestre, con una biodiversità esplosiva”, racconta a Domus. “Piante, fiumi, pietre, insetti e luce si compongono in capolavori infiniti.” Ma questa esperienza è stata accompagnata anche dalla consapevolezza della fragilità dell'ecosistema. “Quando ero lì due anni fa, i fiumi erano al livello più basso mai registrato e gli incendi avevano ricoperto la regione. Si sentiva l'odore del fumo nell'aria e, camminando nella foresta, piccoli frammenti di foglie bruciate cadevano come fiocchi di neve.”
Non ho mai creduto davvero a una rigida opposizione tra natura e tecnologia. Gli esseri umani sono organismi e i nostri strumenti fanno parte del nostro fenotipo esteso.
Timur Si-Qin
È da questa tensione tra meraviglia e vulnerabilità che nasce Mariposita. “La foresta pluviale non è un simbolo astratto della natura. È un'intelligenza vivente, un mondo di esseri, relazioni e forme”, spiega l'artista. “Vorrei che quest'opera diventasse una soglia verso quel mondo e ricordasse alle persone che questi luoghi sono reali, fragili e hanno urgentemente bisogno di essere protetti.”
La tecnologia come ecosistema
Se il soggetto dell'opera è la foresta amazzonica, il suo linguaggio è quello delle scansioni 3D, della modellazione digitale, dell'acciaio e delle immagini in movimento.
Per Si-Qin, però, non esiste una vera contrapposizione tra questi strumenti e il mondo naturale. “Non ho mai creduto davvero a una rigida opposizione tra natura e tecnologia”, spiega. “Gli esseri umani sono organismi e i nostri strumenti fanno parte del nostro fenotipo esteso. In questo senso una fotocamera, uno scanner 3D o un computer non sono categoricamente separati da una conchiglia, un termitaio o una diga costruita da un castoro”.
Naturalmente, riconosce, molte tecnologie sono state utilizzate per sfruttare e distruggere gli ecosistemi. “Ma il problema non è la tecnologia in sé. È la visione del mondo che la guida.”
In Mariposita, quindi, gli strumenti digitali non servono a sostituire la natura, ma a mantenere viva una relazione con essa. L'albero originale, ribattezzato La Guardiana de Rinquia, continua infatti a crescere nella foresta amazzonica, mentre la sua controparte digitale viaggia da un continente all'altro. “L'opera porta con sé la presenza di un albero vivente senza tentare di possederlo o distruggerlo.”
Oltre l’Amazzonia romanticizzata
Il concetto intorno al quale ruota l'opera è quello di pristine, termine che potrebbe essere tradotto come “integro” o “non compromesso”. Una parola problematica, soprattutto all'interno del dibattito contemporaneo sull'ecologia, dove l'idea di una natura incontaminata viene spesso messa in discussione per il suo carattere romantico e idealizzato.
Vorrei che quest’opera diventasse una soglia verso quel mondo e ricordasse alle persone che questi luoghi sono reali, fragili e hanno urgentemente bisogno di essere protetti.
Timur Si-Qin
L'artista condivide molte di queste critiche, ma ritiene che il dibattito abbia finito per produrre un effetto collaterale inatteso: l'idea che ecosistemi realmente selvaggi non esistano più. “La maggior parte delle persone non ha mai camminato per più di un'ora lontano da un parcheggio”, osserva. “E non sa che questi luoghi esistono ancora. Ci sono ecosistemi in cui la densità, la bellezza e l'intelligenza della vita sono quasi travolgenti. È lì che si trovano i veri capolavori della natura, il più grande artista di tutti”.
Il “pristino”, per Timur Si-Qin, non coincide non coincide con l'assenza degli esseri umani, ma con la presenza di relazioni ecologiche ancora intatte.
In questo senso, l'Amazzonia insita in Mariposita “non è una fantasia di purezza”, ma “un tentativo di rendere visibile la complessità vivente di un luogo che è ancora straordinariamente vivo, riconoscendo al tempo stesso quanto sia diventato vulnerabile”. Un modo per portare l’attenzione sulla natura e sul suo sfruttamento che, paradossalmente, passa proprio per gli strumenti che siamo abituati a considerare il suo opposto.
