Tocchiamo gli schermi, ma non tocchiamo mai nessuno: una mostra sul digitale come pelle

Pensare lo schermo come pelle significa ripensare il rapporto tra corpo e tecnologia. Nella mostra di Emanuela Moretti, il digitale diventa materia aptica e scultorea, superficie sensibile che promette contatto ma ne rivela l’ambiguità politica.

Pensare lo schermo come superficie significa abbandonare definitivamente l’idea che esso sia un semplice mezzo di rappresentazione. Lo schermo non è più una finestra, né un’interfaccia neutra: è una pelle. Una superficie sensibile, attraversabile, che produce esperienza prima ancora di produrre immagini. In questo slittamento concettuale, la distinzione classica tra corpo e tecnologia si dissolve a favore di una zona di contatto instabile, in cui il visibile si costruisce attraverso il tatto e il tatto diventa una forma di visione.

È su questo sfondo teorico che si colloca “A screen has no edges”, personale di Emanuela Moretti presentata da Studio Orma a Roma fino al prossimo 12 febbraio. Curata da Gianlorenzo Chiaraluce, la mostra mette in tensione questi concetti attraverso un ambiente che ricostruisce un interno domestico perturbato, abitato da forme che sembrano oscillare tra corpo e infrastruttura. 

Pulviscoli, 2022

Le sculture di Moretti assumono l’aspetto di organismi meccanomorfi: vertebre modulari, leggere, concatenate, che funzionano insieme come ossatura e come rete. Su queste strutture si innestano “pelli digitali” fatte a brandelli: stampe a bassa definizione che dichiarano la loro provenienza dal web. "Emanuela lavora moltissimo sull’immaginario digitale", spiega Chiaraluce, "ma non utilizza direttamente media digitali: non ci sono video, non ci sono manipolazioni grafiche. Il digitale viene affrontato da un punto di vista materico, attraverso la scultura, attraverso pratiche muscolari". Il ritorno al fare manuale non è nostalgico, ma critico: è un modo per riappropriarsi del digitale attraverso il corpo.

Emanuela Moretti

Come osserva Chiaraluce, "oggi questo continuo scambio epidermico che abbiamo con le superfici che attraversiamo – banalmente gli schermi che utilizziamo ogni giorno – non è qualcosa di superficiale: è un rapporto tattile, materico, sempre foriero di nuovi significati e potenzialmente estendibile all’infinito". La superficie, lungi dall’essere un limite, diventa così un campo di intensità, un luogo di accumulazione affettiva e percettiva.

Non mi interessa rappresentare il digitale, ma toccarlo: trasformarlo in pelle, in peso, in resistenza fisica.

Emanuela Moretti

In questo senso, l’aptico non è semplicemente un registro sensoriale alternativo allo sguardo, ma una modalità epistemologica. Il gesto dello scroll, del tocco ripetuto, dell’attraversamento continuo della superficie è una pratica ricorsiva, quasi una forma di accarezzamento. "Immaginiamo di accarezzarla, questa superficie", suggerisce Chiaraluce, "di attraversarla attraverso altre temporalità: il tatto con lo schermo ha una gestualità che diventa pratica, che costruisce senso nel tempo". Il contatto digitale promette prossimità, ma allo stesso tempo la differisce: toccare non significa mai incontrare davvero.

È proprio in questo paradosso che la pelle-schermo rivela la sua ambiguità politica. Se il tocco implica reciprocità, lo schermo la simula senza mai compierla. L’altro è sempre presente come immagine, come proiezione, come avatar, ma resta strutturalmente irraggiungibile. "Quello che spesso abbiamo", osserva il curatore, "è l’illusione di poter toccare l’altro attraverso lo sguardo, attraverso superfici che suggeriscono carnalità ma che restano fittizie". Il digitale costruisce così una nuova forma di solipsismo: una stanza intima in cui il sé si moltiplica senza mai uscire davvero da sé. La pelle che emerge in mostra non è mai integrazione armonica. È una pelle smembrata, atomizzata, che può essere estesa, replicata, concatenata fino alla deflagrazione dell’immagine. In questo processo, l’identità si dissolve: ciò che resta è una superficie disponibile, continuamente rinegoziata. "L’opera mette in scena il paradosso della nostra epoca", afferma il curatore, "una realtà meccanizzata e industriale che, pur negoziando incessantemente la sua materialità, tenta ancora di conservare un residuo carnale".

Gli oggetti domestici che troviamo esposti – la tenda, lo specchio, il lavabo – funzionano come dispositivi simbolici di questo scarto. La tenda, stampata con la nuca di una ragazza, non copre alcuna finestra: dietro c’è un muro. "La sua funzione è simulata", osserva Chiaraluce, "si rivolge a un’apertura che non esiste". È un gesto che rende esplicita la logica dello schermo: promettere accesso, mentre restituisce solo riflesso.

Il paradosso è che tocchiamo continuamente le superfici, ma quel contatto non diventa mai incontro: lo schermo simula reciprocità mentre la differisce all’infinito.

Gianlorenzo Chiaraluce

In questa stanza, l’immagine non funziona più come rappresentazione trasparente, ma come infrastruttura opaca. La bassa risoluzione, il pixel evidente, la sgranatura non sono difetti formali, bensì dichiarazioni ontologiche. "Le immagini online sono minuscoli quadratini giustapposti", ricorda Chiaraluce, "un’impalcatura visiva che noi chiamiamo immagine digitale". Portare l’immagine al limite della sua definizione significa esporre il processo che la genera, farne emergere la materialità tecnica e il suo statuto artificiale

Il tema del sé, infine, attraversa l’intero progetto come una risonanza psichica. Non si tratta di costruire identità multiple in senso relazionale, ma di moltiplicare il sé all’interno di uno spazio chiuso, domestico, autoreferenziale. "L’altro", spiega il curatore, "è spesso il sé che si rispecchia in altre superfici e che ritorna attraverso un riflesso". Lo schermo, come lo specchio, diventa così il luogo di una osmosi continua: il sé si proietta all’esterno per poi rientrare, filtrato, impoverito, trasformato.

“A screen has no edges” costruisce un campo di esperienza in cui la pelle e lo schermo coincidono, e in cui l’aptico non è una via di fuga dal visivo, ma il suo destino. Una superficie senza bordi, appunto, che non delimita ma assorbe – e che, nel farlo, ridefinisce radicalmente il modo in cui sentiamo, vediamo e abitiamo le immagini.

Tutte le immagini: Vista della mostra “A screen has no edges”. Courtesy l'artista e Studio Orma

  • “A screen has no edges” di Emanuela Moretti
  • Gianlorenzo Chiaraluce
  • Studio Orma
  • 10/12/2025 – 14/02/2026