Charles Fréger

Charles Fréger: Fotografare è un modo di possedere quel che vuoi e allo stesso tempo vuoi sempre qualcosa che manca

In occasione di “Fabula”, la sua prima retrospettiva italiana all’Armani/Silos di Milano, il fotografo francese Charles Fréger ci parla di antropologia, design, colori e coincidenze.

Charles Fréger, Armani Silos

Sei stato spesso definito un antropologo, e sono completamente d’accordo. Ma nella tua indagine visiva sulle connessioni tra identità sociale e scelte estetiche c’è un’indubbia ricerca della pura bellezza: quand’è che l’occhio dello studioso lascia il passo a quello dell’artista?
Non ho mai definito il mio lavoro come etnografico o antropologico, ma è piuttosto chi lo guarda a trovare connessioni con queste discipline. Il mio primo obiettivo è produrre fotografie, e la scelta di ritrarre un determinato gruppo sociale si basa su aspetti essenzialmente visivi. La mia attrazione per una comunità nasce prima di tutto da fattori estetici, che sono molto potenti; poi sicuramente scopro elementi che sono anche etnografici, ma solo in un secondo momento. Però è vero che realizzo i miei progetti sapendo in anticipo che ci sarà una connessione con dei temi antropologici.

Il tuo lavoro ruota attorno a gruppi sociali che si distinguono attraverso l’uso di “uniformi” più o meno complessamente codificate, e a me interessa il design che c’è dietro. Cosa puoi dirmi in proposito? Hai trovato dei modelli ricorrenti (in termini di colore, forma, trucco, strumenti o accessori) che vanno oltre la logica del folklore o della tradizione?
La domanda riguarda l’universalità, quindi è molto difficile rispondere: sicuramente ho trovato similitudini tra culture differenti, ma queste similitudini possono essere venute a crearsi per caso, o più semplicemente attraverso il trasferimento di una cultura all’interno di un’altra. Pensa ad esempio alla via della seta o a quelle delle spezie: per terra o per mare che fossero, gli scambi commerciali, come ovviamente la colonizzazione, hanno profondamente influenzato le popolazioni coinvolte. Ora potresti avere la sensazione che ci siano elementi universali che le accomunano, ma questi potrebbero essere arrivati attraverso, chiamiamolo così, il viaggio delle tradizioni.

Sono però certo che da qualche parte, a un livello profondo, negli aspetti più istintivi di quel che facciamo esista anche una vera universalità. E sì, in questo senso puoi trovare dei legami tra le varie culture, ma saranno sempre alquanto generici, come per esempio l’uso di oggetti che simboleggiano i genitali. Quanto al colore, è veramente dura. Alcuni gruppi etnici usano un determinato colore solo a causa della sua disponibilità. Per esempio, l’uniforme della Legione Straniera è nata per errore… Be’, non proprio per errore, ma per caso.

I colori scelti per rappresentare un dato reggimento potrebbero sembrare codificati, ma la maggior parte sono stati decisi sulla scorta della loro disponibilità, magari perché un certo tessuto era a portata di mano in quel momento. Un’altra ragione è che ogni gruppo vuole distinguersi dagli altri, e allora sceglie un colore differente, ma quanto al significato del colore in sé direi che è un aspetto secondario.

Sono certo che da qualche parte, a un livello profondo, negli aspetti più istintivi di quel che facciamo esista una vera universalità

Ho trovato la mostra assolutamente stupenda, come mi aspettavo, ma anche un po’soggiogante: malgrado il perfetto equilibrio tra l’elegante austerità degli Armani/Silos e la colorata anche se pressoché scientifica allegria dei tuoi ritratti, ho avuto la sensazione di esplorare la tua mente, dove la gerarchia cronologica del lavoro lascia spazio a un’allegra insubordinazione della visione. Come hai costruito il percorso espositivo?
La difficoltà del percorso nasce dall’ampiezza e dalla grande varietà del mio lavoro, quindi comprendo perfettamente la tua sensazione. E penso che abbiamo raggiunto il limite delle possibilità per una mostra fotografica. Voglio dire, ci sono 250 fotografie esposte, e immagino che oltre un certo numero cominci a diventare difficile mandarle giù. Per quanto riguarda il progetto espositivo, volevo che non fosse semplicemente cronologico, ma anche logico: ho iniziato con ritratti molto frontali, che però inoltre rappresentavano bambini e ragazzi, come in Water–Polo, Winner Face o Rikishi.

Gran parte di quelle serie ha a che fare con la formazione e l’essere parte di un gruppo, e stando con loro ho sicuramente imparato molto. Ma poi il mio lavoro è diventato progressivamente sempre più teatrale, quindi all’interno della mostra c’è un’evoluzione nel momento in cui il costume diventa davvero importante, forse anche più importante del personaggio che lo indossa, e quando si passa pian piano dal ritratto alle siluette, dall’identità individuale alla mitologia dell’identità di gruppo.

So che era molto tempo che volevi che Panini stampasse un album di figurine con le tue foto, e col catalogo di Fabula finalmente ce l’hai fatta. Com’è stata la fase di progettazione e di editing?
Abbiamo dovuto fare molto in fretta, non avevamo scelta. La selezione si basa sulle storie dietro le fotografie: dato che il progetto espositivo è divisi per temi, che riguardano ognuno un diverso aspetto del mio lavoro, nella mostra c’è un elemento narrativo. Quindi, per esempio, nella prima sala è esposta la sezione Grow (Crescita, ndr) non solo perché Water–Polo, Winner Face e Rikishi sono le prime serie che ho realizzato, ma anche perché riguardano i ragazzi e i primi passi nella vita delle comunità. Quindi abbiamo selezionato gruppi di foto, e il catalogo è venuto fuori in modo piuttosto logico. Inoltre, per me l’album Panini ha davvero senso perché ha a che fare con l’idea di collezione, perché fotografare è un modo di possedere quel che vuoi e allo stesso tempo vuoi sempre qualcosa che manca, e faresti di tutto per riuscire a ottenere quel ritratto che vuoi realizzare.

Il mio obiettivo era fare comunque qualcosa di molto umile, anche se il titolo della mostra non è affatto umile: un catalogo con poche foto, giusto una selezione del mio lavoro, con una copertina molto semplice, non un catalogo prezioso. Ma realizzarlo è stato davvero super, la gente alla Panini era veramente motivata dall’idea, e questa è stata un’ottima cosa. Non mi stupirei se facessimo un altro progetto assieme… Sarebbe super!

Mostra:
Fabula
Fotografo:
Charles Fréger
Galleria:
Armani/Silos
Date di apertura:
fino al 24 marzo 2019
Indirizzo:
via Bergognone 40, Milano

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