Luca Massaro: casa e bottega nell’epoca della sharing economy

Dalla mostra dedicata all’architettura in Marsèlleria al progetto di sperimentazione collettiva Gluqbar, in via Gluck. Intervista con un fotografo sui generis che ha scelto di vivere a Milano.

Luca Massaro La Tendenza

Di Luca Massaro colpisce l’intelligenza fattiva, sempre in cerca di connessioni che possano attivare nuovi progetti. Fotografo classe 1991, poliedrico e calato nel suo tempo, ci tiene a sottolineare gli aspetti autodidatti del suo lavoro, forse alla base di un’originalità di scatto e di pensiero che lo rende un outsider a tutti gli effetti. In attesa del suo prossimo libro Vietnik, che verrà presentato a novembre con un evento “per ripensare quell’architettura senza pareti che è la fotografia nel campo allargato dell’installazione”, gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua mostra personale negli spazi di Marsèlleria Permanent Exhibition, e di parlarci di Gluqbar, la sua “casa e bottega” che ha appena compiuto un anno ma ha già un ruolonel panorama creativo milanese. 

Parlaci del tuo progetto “La Tendenza”. Come è nata questa idea?
Luca Massaro: 
Il lavoro nasce come commissione monografica sul lavoro di Aldo Rossi e il titolo fa riferimento al gruppo “La Tendenza”, (riunito in una mostra al Centre Pompidou nel 2012 sulle architetture italiane tra il ’65 e l’'85). Alcune foto sono state pubblicate su magazine e altri outtake mi sono rimasti in testa come ritornelli. La mia vita di fotografo, come quella di molti altri colleghi, è divisa tra progetti personali e commissionati. Quando si è presentata l’occasione di esporre alla Marsèlleria, un luogo che da 10 anni sponsorizza l’arte tramite il lavoro nella moda, ho voluto mettere in evidenza questa dualità biografica, espositiva e semantica. La scritta “La Tendenza” all’entrata della mostra dialoga con le immagini, sdoppiando il titolo della mostra e il nome del gruppo architettonico in un’anfibologia aperta, le cui diverse sfumature sono lasciate all’interpretazione dello spettatore.

Mi ha fatto piacere che all’opening alcuni abbiano letto la sequenza come personale fotografia d’architettura, mentre altri come viaggio temporale e critica/autocritica semantica. Perché oggi parliamo tutti di “fake news, antropocene, blockchain” e ieri di “storytelling, sharing economy e post-internet”? Come può la fotografia intercettare lo zeitgeist di un periodo storico e trasformalo in un’espressione personale, in un’immagine di uno spazio senza tempo? Nella stampa fotografica di 2.5 metri in mostra (tanto da diventare un’immagine immersiva, quasi astratta) si legge la parola “Poesia” in una vetrina del Gallaratese, restituendo involontariamente un’altra chiave di lettura di un’architettura diventata ironicamente un trend, una location abusata. L’ambiguità della parola tipicamente italiana è quindi il punto di partenza e di incontro tra commissione d’architettura e installazione, avanguardia storica e mode passeggere, passato e futuro anteriore.

Cosa significa per te fotografare architettura?
Non sono un architetto e non ho studiato in una scuola di fotografia, quindi non credo di poter essere un buon “vero” fotografo di architettura come alcuni amici, a cui ho chiesto consiglio durante la fase di ricerca. Sicuramente ci sono differenze fondamentali tra la mia fotografia (delle installazioni e libri), le commissioni (mi piace a volte spegnere l’ego ed essere parte di un team), e una ripresa di un’architettura (qui senza nessuna pretesa di completezza accademica): ma spesso i confini sono labili e questa installazione ne è la prova o l’esperimento. Non credo nella documentazione pura: la mia ricerca si concentra piuttosto sullo spazio invisibile che separa una fotografia dalla didascalia, la produzione di immagini dal loro consumo, nelle diverse forme di traduzione e trasmissione. Poi mi accorgo che inconsciamente ritorno sempre sulla dualità del mezzo fotografico e sul rapporto tra immagine e parola. Ogni lavoro personale –che parta dall’architettura o dalla musica– si produce in una incrinatura, in quella che Deleuze chiamava “doppia cattura”, nella disgiunzione tra vedere e parlare. 

Reggio Emilia la tua città d'origine. Poi hai vissuto a Parigi, New York e adesso Milano. Cosa ha mosso le tue scelte?
Il sole e il cibo, più contatti di lavoro e un po’ di sano orgoglio italiano. Mi sento ance parte di una generazione europea e iper-connessa, e Milano oggi è un centro culturale in crescita ai livelli di altre grandi città, che da qui si raggiungono facilmente. Dall’ultimo esame universitario a Parigi su Andrè Malraux, mi porto dietro il concetto di “un’architettura senza pareti – costruita sulle possibilità e proliferazione della riproducibilità fotografica”, come metafora del mio lavoro e immaginario. Ho costruito il mio studio sul modello della “casa & bottega” italiana ma con una buona connessione internet e in zona Stazione Centrale: un piede tra Milano e Reggio Emilia (a mezzora di distanza con l’Alta Velocità), e l’altro pronto a ripartire (per il mare la settimana prossima). 

Compie un anno il tuo Gluqbar. In cosa consiste questo progetto che hai definito anfibio?
Lo studio/galleria ha un ingresso su strada, e al piano di sopra c’è la mia abitazione. Gluqbar è una casa e bottega al tempo della sharing economy (metà è sempre in affitto su Airbnb), o se preferisci del “precariato imprenditoriale”. Uno spazio domestico e pubblico, di ricerca e lavoro, personale e collettivo oltre i confini disciplinari tra arte, fotografia, editoria, art direction, clubbing, architettura, (web) design. Ho progettato la ristrutturazione dello spazio dismesso e scelto un nome, con la stessa cura dei dettagli che dedicherei a un mio libro o installazione: doppio e ambiguo come il mio lavoro fotografico; “Anfibio” come il divano-letto di Alessandro Becchi in studio, su cui a volte lavoro, a volte dormo. I due piani sono complementari anche nei colori e tonalità, fredde e bianche per la parte pubblica e di lavoro, calde e con i colori dell’identità grafica per la zona privata di abitazione. Il nome suona come quello di un bar di periferia (si trova in Via Gluck), ma con la variazione della lettera “Q” rispetto al toponimo. Richiama anche Uqbar, la città immaginaria borgesiana.

Luca Massaro al Gluqbar
Luca Massaro al Gluqbar con il divano “anfibio”

Uno studio permette di dare spazio e tridimensionalità alle idee/fotografie, ma con un nome differente dal mio, mi consente di aprirlo alla collaborazione sia sulle mostre che sulle commissioni (a Milano, a Reggio Emilia e online, Gluqbar ha collaborato con quelle che reputo alcune delle realtà più interessanti della mia generazione). Ci puoi trovare una mostra tradizionale, un shooting per un magazine, una riunione per un sito web, o semplicemente un aperitivo nel piccolo giardino, proprio come in un bar. Food di Gordon Matta-Clark o One Hotel di Alighiero Boetti sono per me un punto di riferimento di arte abitabile o “anarchitettura” che sento molto più vicini rispetto a un studio tradizionale. Gluqbar nasce come vetrina IRL/URL, poi come una serie di installazioni pubbliche a Reggio Emilia, e quest’anno è stato un po’ galleria un po’ club a Milano: a settembre riapriremo con una festa e altre iniziative alla congiunzione di immagine e suono, e in futuro mi piacerebbe portare Gluqbar di nuovo fuori dalle pareti di Via Gluck.

Titolo:
La Tendenza
Fotografo:
Luca Massaro
Date di apertura:
11 luglio – 14 settembre
Luogo:
Marsèlleria Permanent Exhibition
Indirizzo :
via Paullo 12/A, Milano

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