Progettare con l’ombra: come Pratic ha trasformato una complesso industriale in un’opera di land art

La sede di Pratic progettata da Geza a Fagagna usa ombra, paesaggio e non finito per trasformare un complesso industriale in un’architettura che dialoga con il territorio.

Ci sono edifici industriali che non si limitano ad essere funzionali ed efficienti, ma provano a costruire una relazione con il paesaggio in cui si inseriscono. La sede di Pratic a Fagagna, nelle colline friulane vicino a Udine, appartiene a questa categoria. Vista dalla strada statale, la sede progettata da Geza – lo studio fondato da Stefano Gri e Piero Zucchi – non dà fastidio, eppure si fa notare. In certi momenti della giornata emerge come una massa scura e minerale, in altri riflette il cielo friulano fino quasi a dissolversi. “Volevamo dare un segnale forte senza dare fastidio al contesto naturale collinare” spiega il presidente dell’azienda Edi Orioli, ex motociclista e quattro volte vincitore della Parigi-Dakar, mentre assieme a Marco Durì, amministratore delegato, porta Domus dentro agli spazi della sede. Pratic s.p.a appartiene alla famiglia Orioli dal 1960, e produce dispositivi di protezione solare: dalle semplici tende alle pergole bioclimatiche.

Quello che emerge dalle loro parole è il tentativo – piuttosto raro – di trasformare un edificio produttivo in un complesso che abbia una relazione più ampia con il paesaggio, e che sia fatto per essere apprezzato da chi lo attraversa e ci lavora ogni giorno.

Le origini: la nuova sede, l’azienda, lo studio

“Pratic è stata fondata da mio padre e da mio zio ormai 65 anni fa”, racconta Edi Orioli, mentre ci troviamo nel cortile della nuova sede dell’azienda. Una storia di famiglia, ma con una cultura manifatturiera diventata una realtà internazionale ora che fa parte di StellaGroup. Ma l’evoluzione dell’azienda è iniziata molto tempo prima. Nel corso dei decenni Pratic è passata dalle tende da sole tradizionali alle pergole bioclimatiche e ai sistemi avanzati di schermatura outdoor, costruendo una propria forte identità. E con la crescita dell’azienda e nata anche la necessità di un cambiamento. Perciò, nel 2011 è stato costruito il primo tassello della nuova sede: Pratic 1.0.

La questione centrale, fin dall’inizio, non era semplicemente edificare un nuovo stabilimento produttivo. Il trasferimento della sede rappresentava per l’azienda un passaggio delicato: cambiare comune significava spostare l’intera produzione, e questo avrebbe potuto avere un forte impatto negativo sugli oltre 30mila metri quadri di terreno in cui si inserisce. “Quando è stata ideata questa sede”, spiega l’AD Marco Durì, “è stata pensata per dare un maggiore comfort ai nostri dipendenti, ma anche per rispettare la natura che ci circonda”.

La sede di Pratic

Foto Fernando Guerra. Courtesy Geza

La sede di Pratic

Foto Fernando Guerra. Courtesy Geza

La sede di Pratic

Foto Fernando Guerra. Courtesy Geza

La sede di Pratic

Foto Fernando Guerra. Courtesy Geza

La sede di Pratic

Foto Fernando Guerra. Courtesy Geza

La sede di Pratic

Foto Fernando Guerrera. Courtesy Geza

La sede di Pratic

Foto Javier Callejas. Courtesy Geza

La sede di Pratic

Courtesy Geza

La sede di Pratic

Courtesy Geza

La sede di Pratic

Courtesy Geza

Ecco perché lo studio scelto dalla proprietà doveva essere inevitabilmente radicato in quello stesso territorio. “è scoccata la scintilla mentre lavoravamo a un progetto residenziale, e a Pratic era stata affidata la fornitura di alcuni prodotti” racconta Piero Zucchi. Da quel momento, nasce un rapporto destinato a consolidarsi: lo studio Geza ha realizzato anche i successivi ampliamenti dell’azienda nel 2018 e nel 2023, portando avanti una collaborazione di oltre dieci anni. 

Tre fasi, un’unica evoluzione

Nella storia dell’architettura italiana ci sono stati casi virtuosi in cui gli edifici industriali, oltre a svolgere la loro funzione, sono stati campo di sperimentazione progettuale: dalle fabbriche Olivetti alle opere di Nervi, fino alle architetture di Angelo Mangiarotti nel Monzese. Il tema produttivo non era trattato come un problema tecnico da neutralizzare, ma come un’occasione per interrogare il rapporto tra edificio, lavoro e territorio. E comunque, per costruire spazi di qualità.

Tutti conoscono quell’edificio senza che ci sia una grossa insegna sopra.

Piero Zucchi, studio Geza

Una volta abbandonata l’idea del mero capannone industriale, l’architettura produttiva può finalmente smettere di essere fatta di involucri anonimi e diventare valorizzante, interpretando i valori dell’azienda stessa. Pratic 1.0 (2011), Pratic 2.0 (2018) e Pratic 3.0 (2023) non funzionano come episodi separati, ma come differenti stati della stessa architettura.

“È un’architettura lavica”, dice Zucchi del progetto del 2011. “Sembra venire fuori da sottoterra” perché lavora sulla matericità del cemento scuro e dei pannelli prefabbricati, all’interno dei quali cambiano le granulometrie del marmo nero: variazioni minime che producono superfici più opache o più riflettenti a seconda della luce. Anche le aperture verticali degli spazi produttivi nascono da un ragionamento preciso sul rapporto tra interno e paesaggio. “È stata una scommessa”, racconta l’architetto, “perché negli spazi produttivi, normalmente, il serramento si realizza in alto. Qui invece volevamo dare, a chi lavorava dentro, la possibilità di guardare fuori”. Ecco che il complesso produttivo, in quanto spazio abitato dalle persone e non soltanto macchina tecnica, è stato “pensato tanto per chi lavora negli uffici quanto per chi lavora nella produzione” dice Durì.

Foto Javier Callejas. Courtesy Geza

Se il primo edificio sembra emergere dal terreno, il secondo comincia invece a riflettere il cielo. “Pratic 2.0 riflette la mutevolezza della pioggia, del sole, delle nuvole”, racconta l’architetto Zucchi a Domus. Le superfici reagiscono continuamente alle condizioni atmosferiche, “assorbendo” il paesaggio friulano. Con l’ultimo ampliamento nel 2023, lo studio e la proprietà si sono trovati a fare i conti con un’ulteriore scala progettuale: quella del grande magazzino automatizzato verticale alto diciotto metri. Un volume a cui si sceglie di ribaltare la vocazione: più che un’infrastruttura tecnologica, con i suoi pannelli traslucidi, dall’esterno vuole essere trasparente, come una presenza astratta nel paesaggio. “Nasce per sparire nel cielo friulano”, racconta Zucchi. “Ma quando tramonta diventa un pezzo d’oro”.

Architettura industriale e land art

Non il mimetismo, dunque, e nemmeno una generica idea di sostenibilità emergono dal progetto. Il riferimento teorico, dichiarato, è quello della land art americana: Robert Smithson, Richard Serra, Michael Heizer. Artisti che lavoravano direttamente sul suolo e sulle alterazioni minime del territorio. “Se usi queste grandi orizzontalità come elementi di lettura del paesaggio”, spiega Zucchi, “riesci a lavorare con delle cose che modificano il terreno quasi naturalmente”.

Courtesy Geza

E da qui derivano molti gesti precisi del progetto di Pratic. Il parcheggio ribassato, ad esempio, nasce dalla volontà di evitare l’immagine da “centro commerciale” visibile dalla strada; quindi, è stato nascosto da un terrapieno creato appositamente dagli scavi del cantiere. È un approccio che avvicina alla costruzione di una condizione territoriale. Ed è anche per questo che le tre fasi della sede non funzionano mai come oggetti autonomi: sembrano invece differenti modi di inserirsi e dialogare con lo stesso paesaggio.

Progettare le ombre

C’è una coerenza quasi inevitabile nel fatto che un’azienda specializzata nella produzione di schermature solari abbia finito per costruire una sede che punti sul controllo della luce e dell’ombra. L’intero complesso di Fagagna lavora infatti attraverso dispositivi di ombreggiamento: solette profonde, superfici riflettenti, soluzioni studiate ad hoc in ogni angolo, dalla quota stradale ai lucernari dell’alto magazzino automatizzato. 

Foto Fernando Guerra. Courtesy Geza

Ma l’elemento più riconoscibile dell’intero progetto è l’imponente trave che sporge dal corpo dell’edificio per gli uffici, una “linea d’ombra” lunga cinquanta metri che corre sopra le vetrate sul lato della strada statale.  Zucchi la chiama “l’ombra sospesa” e spiega che la sua posizione nasce da un diagramma solare molto preciso: in estate protegge gli uffici dal sole diretto, mentre in inverno permette alla luce di entrare in profondità. Un sistema passivo elementare e sofisticato al tempo stesso, così distinguibile che “tutti conoscono quell’edificio senza che ci sia una grossa insegna sopra”.

Il non finito

All’esterno, sotto alla gigantesca trave, si può camminare su una passerella che sembra sospesa verso il paesaggio. Lì, sul lato ovest dove tramonta il sole, l’edificio pare interrompersi improvvisamente. Le strutture prefabbricate restano visibili, il percorso non si conclude davvero, come a far intendere qualcosa di non detto. “È come se fosse rimasta una sezione” dice l’architetto.

Il risultato è scenografico, quasi metafisico, tanto che quello spazio è stato usato come “espositore” molte volte. Oggi Pratic ha deciso di esporre lì un proprio prodotto: probabilmente, anche questa è un’installazione temporanea, per un’architettura industriale che vuole restare aperta alla possibilità del cambiamento.