Jasper Johns è senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento: novantasei anni compiuti da poco, in sette decenni di carriera ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia dell’arte americana contemporanea. Arrivato nel 1953 a New York dalla Carolina del Sud, apre la prima mostra alla galleria di Leo Castelli nel 1958 con le sue “Flags”.
E proprio dalle bandiere e dai famosi bersagli ha inizio il percorso espositivo della grande retrospettiva che il Guggenheim di Bilbao gli dedica, dal titolo “Jasper Johns: Night Driver”, curata da Enrique Juncosa e visitabile fino al 12 ottobre 2026. Nelle sei sale del secondo piano dell’edificio progettato da Frank Gehry, la carriera di Johns è presentata in un percorso cronologico che permette di seguire l’evoluzione dell’opera dell’artista americano.
Jasper Johns, artista enigmatico e solitario
In occasione della monumentale monografica presentata al MoMA di New York ormai trent’anni fa, Pierre Restany sulle pagine di Domus 791 (marzo 1997) aveva scritto di Jasper Johns come di un “cuore solitario del talento”, sottolineando come la mostra allora curata da Kirk Varnedoe fosse riuscita nell’impresa di presentare ai visitatori non “il personaggio consacrato come il cardine imprescindibile dell’arte americana tra espressionismo astratto e Pop Art”, ma l’artista nella sua interezza, con le luci e le ombre della memoria personale, i paradossi e le ambiguità di una figura complessa, fino ad addentrarsi nelle “profondità vertiginose del mondo interiore di un grande solitario”.
Un intento che anche la mostra del Guggenheim porta a compimento con grande accuratezza. Sono circa centoquaranta i lavori esposti, tra dipinti, sculture, disegni e incisioni, riuniti grazie alla stretta collaborazione con l’artista, che ha prestato numerose opere dalla sua collezione personale, come affermato dalla direttrice del museo Miren Arzalluz durante la conferenza stampa.
Il titolo della mostra, “Night Driver”, che è anche il titolo di un’opera su carta del 1960, richiama quella dimensione di solitudine e concentrazione interiore legata all’esperienza della guida notturna, evocando l’idea di viaggio, libertà e trasformazione, ma anche uno stato di allerta e mistero che rende il disegno una sorta di autoritratto emotivo dell’artista.
Nella prima sala, tra bandiere, bersagli e mappe, compare subito “In Memory of my Feelings – Frank O’Hara” del 1961, opera in cui l’emotività dell’artista subentra all’impersonalità dei soggetti precedenti. Ma il lavoro è fondamentale anche perché introduce un altro elemento centrale nella pratica di Johns: la stratificazione di riferimenti e legami con artisti del passato e contemporanei.
Da Leonardo a Duchamp
Roberta Bernstein, tra le massime studiose di Jasper Johns, nel catalogo del MoMA del 1996 parla di un effetto di “trigger” esercitato dalle opere altrui sulla produzione dell’artista americano. Nella sua pratica compaiono richiami a opere di natura diversissima: da Leonardo da Vinci a Munch, passando per Cézanne, Picasso, Magritte e soprattutto Marcel Duchamp.
L’influenza di artisti come Leonardo, Cézanne e Picasso emerge soprattutto sul piano compositivo e formale. In un’opera come “Montez Singing” (1989-90), ispirata al picassiano “Woman in a Straw Hat” (1936), Johns conserva per esempio l’orientamento verticale del ritratto e la diversa altezza degli occhi sul volto, ma amplia le proporzioni dell’originale fino a trasformare la tela nella superficie stessa del volto.
Per Jasper Johns “il cubismo è uno dei due grandi -ismi per chi appartiene alla mia generazione. L’altro è il surrealismo, ovviamente. Il cubismo e il surrealismo erano chiari indicatori delle direzioni verso cui ci si poteva orientare. Erano liberatori e, in un certo senso, istruttivi”.
Tra gli artisti che hanno invece influenzato Johns sul piano concettuale, e per affinità di ricerca, ci sono René Magritte – la bandiera americana come la pipa di “Ceci n’est pas une pipe” – ma soprattutto Duchamp.
Nel 1957 la critica definì “neo-dadaiste” le opere di Johns per la loro affinità con i ready-made duchampiani. Spinto dalla curiosità, l’artista approfondì il Dada e visitò insieme a Robert Rauschenberg la collezione del Philadelphia Museum of Art dedicata a Duchamp. Nel 1959 fu lo stesso artista francese a visitare i loro studi di Front Street, accompagnato dal critico Nicolas Calas.
Dal 1960 Johns iniziò a collezionarne le opere e ad approfondirne il pensiero leggendo la prima traduzione inglese degli appunti per il “Grande Vetro”. Per Johns, Duchamp era “uno degli artisti pionieri di questo secolo” che aveva portato la propria arte “in un ambito in cui linguaggio, pensiero e visione interagiscono tra loro”.
Nelle opere in mostra è impossibile non notare cucchiai e cerniere di memoria duchampiana che uniscono le tele, il noto autoritratto di profilo che ritorna più volte, ma anche le sculture in metallo e gli oggetti quotidiani — come le torce — che da strumenti per illuminare qualcosa da guardare diventano essi stessi oggetti osservati.
Anche nella collaborazione con la compagnia di danza di Merce Cunningham — del quale Johns era grande amico insieme a John Cage e Robert Rauschenberg — per la performance “Walkaround Time” (1968), l’artista disegnò costumi e scenografie basate sul “Grande Vetro” di Duchamp, delle quali la mostra presenta le repliche originali.
A chiudere il percorso, la produzione dagli anni Novanta in poi, caratterizzata da una stratificazione spaziale sempre più complessa e da un numero crescente di riferimenti alla propria infanzia. Le “conversazioni” con le opere precedenti acquistano intensità sempre maggiore nello sviluppo di un’indagine sulla percezione come strumento per affrontare questioni più ampie dell’esistenza, come nella serie “Catenary” e nell’opera “Slice” del 2020.
Disegni, incisioni e Beckett
Un discorso a parte meritano le ultime due sale, interamente dedicate a una vasta selezione di disegni e opere su carta: matita, carboncino, pastello, gesso, inchiostro, acquerello, collage di carta e oggetti, pigmenti metallici, disegni su carta ma anche su plastica.
In un’intervista pubblicata nel marzo del 1965 su Artforum, Johns spiegava che la maggior parte dei disegni era stata realizzata “semplicemente per il gusto di disegnare”, spesso prendendo come punto di partenza un dipinto già esistente.
Una menzione speciale va infine alla collaborazione con Samuel Beckett per il libro d’artista “Fizzles (Foirades)” del 1976, che raccoglie cinque brevi testi in prosa di Beckett e trentatré incisioni originali di Johns.
L’ampia e articolata produzione di Jasper Johns, di cui la mostra restituisce tutta la complessità, racconta una visione dell’arte che si evolve insieme alla vita privata dell’artista e che, come spiegato dal curatore nell’introduzione al percorso espositivo, considera la pittura necessaria proprio come il cibo: qualcosa che non può essere represso.
Immagine di copertina: Flags, 1987. Encaustic and collage on canvas
65.5 x 83.8 cm Collection of the artist © Jasper Johns, VEGAP, Bilbao, 2026
