Milano, Via Fabio Filzi. Siamo negli anni ’50, ed Eugenio Soncini ha appena lasciato lo studio Ponti-Fornaroli-Soncini per iniziare la sua attività professionale in collaborazione con il fratello Ermenegildo. In quegli anni, a Milano, Gio Ponti veva già progettato la Torre Rasini, affianco ai Bastioni di Porta Venezia, la Facoltà di Architettura del Politecnico, e stava lavorando alla costruzione del Grattacielo Pirelli, l’opera ingegneristica che ha coinvolto anche il genio dell’ingegnere Pier Luigi Nervi. Ecco, proprio nella stessa via e negli stessi anni, si sta costruendo un altro edificio che in futuro avrà meno notorietà rispetto al decantatissimo Pirellone. Si tratta del Palazzo Galbani, il progetto è dei fratelli Soncini, e la parte strutturale è affidata, anche qui, a Nervi.
Park e il capolavoro sconosciuto di Nervi a Milano: “noi architetti abbiamo il dovere di essere mediatori culturali”
Dopo anni di ristrutturazioni discutibili, Park racconta il retrofitting di Palazzo Galbani a Domus, mentre visitiamo il cantiere. Solo per quattro giorni, una parte dell’edificio sarà aperta al pubblico in occasione di Paris Internationale.
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- Francesca Critelli
- 17 aprile 2026
I due edifici si guardano, il primo al civico 22, il secondo al 25. Le differenze sono sostanziali, uno campione di innovazione e considerato da molti il primo vero grattacielo di Milano, l’altro più discreto e nettamente meno alto (solo dodici piani). Ma entrambi parlano di una Milano che si sta trasformando radicalmente, merito del boom economico e della ricostruzione post-bellica, e di quel piano regolatore del 1953 che per la prima volta segnala la zona del nuovo “Centro direzionale”: Porta Nuova.
Mentre l’edificio di Ponti si è conservato proprio come il maestro del Novecento italiano lo aveva ideato assieme a Nervi – anche dopo lo schianto di un aereo turistico nel 2002 – quello commissionato ai fratelli Soncini dalla Società Galbani ha avuto meno fortuna. Nei primi anni 2000 ha subito interventi di “rinnovamento” che lo hanno reso solo più obsoleto, snaturandolo e alternandone i pregi al punto da cancellare intere parti della sua storia. Oggi lo studio Park, che ha fatto del riuso adattivo del moderno milanese il fil rouge della propria filosofia progettuale, ha ripreso in mano le sorti di questa chicca nascosta – su commissione di Domo Media – eliminando le stratificazioni superflue e reinterpretando il progetto anni ’50 in chiave contemporanea. O meglio, portando alla luce ciò che di contemporaneo era già intrinseco nel progetto stesso. “Il nostro modo di lavorare è quello di comprendere quanto dell’originale possa essere ancora attuale” dice Park a Domus, mentre ci troviamo al settimo piano di Palazzo Galbani e guardiamo l’edificio dall’interno.
Dopo anni di occultamento, il solaio ondulato di Nervi torna a vista
Appena entrati nell’edificio, basta alzare lo sguardo e l’elemento più radicale dell’intera costruzione si rivela immediatamente: un solaio ondulato, bianco candido, che caratterizza lo spazio.
Per decenni è rimasto praticamente invisibile, a causa degli interventi di ristrutturazione a cui è stato sottoposto negli anni. “Lo abbiamo trovato completamente pieno di tubi, di pezzi di controsoffitto, di impianti di illuminazione”, racconta Filippo Pagliani, che insieme a Michele Rossi è cofondatore dello studio Park. “Volevamo togliere tutto, liberare e riportare a vista la struttura il più possibile”.
Noi crediamo molto che l’attività di un architetto che lavora in Europa, e specialmente in Italia, sia quella di lavorare sul costruito.
Si tratta di un solaio strutturale capace di generare campate libere fino a 14 metri, ripetute in tutti e dodici i piani. L’obiettivo di Nervi era quello di ridurre l’altezza interpiano e allo stesso tempo rendere lo spessore del solaio meno ingombrante, ma comunque capace di reggere i carichi senza bisogno di pilastri intermedi, rendendo l’edificio estremamente flessibile.
Il risultato è una soletta così sottile che la forma ondulata, oltre a suggerire ricercatezza estetica, serve proprio a garantire il funzionamento della struttura. “Ora che abbiamo ripulito tutto, è perfettamente visibile anche il ribassamento della trave perimetrale per ragioni strutturali, che sembra allungare la vista prospettica di questa serie di onde”, commenta Park.
Rivelato nella sua continuità visiva, il solaio torna a essere il segno più potente dell’edificio.
Una facciata che torna a respirare
Anche se dalla strada la facciata è completamente nascosta dai ponteggi del cantiere, dall’interno è già percepibile l’intervento dello studio sui prospetti, esito di una lunga e filologica ricerca. “Abbiamo già avuto a che fare con la progettazione dei fratelli Soncini”, commenta Rossi, riferendosi al retrofitting della Serenissima. A proposito della ricerca spiega che “fino a qualche anno fa non esisteva un archivio dello studio a cui poter accedere, e questo ha complicato le cose”.
Inoltre, a differenza della Serenissima che “era arrivata fino ai nostri giorni invecchiata, ma originale”, per Palazzo Galbani le continue ristrutturazioni – che si sono ripetute praticamente ogni decennio a partire dagli anni ’80 – hanno modificato sensibilmente la qualità del progetto originario.
Ma nell’operazione di riuso adattivo, che in questo momento sta interessando a larga scala l’Europa – basti pensare ai progetti selezionati dagli Eu Mies Awards – il tema non è tanto riportare indietro nel tempo un manufatto del secolo scorso, quanto ricostruire una logica perduta. Come nel caso della facciata di Palazzo Galbani, che con il suo sistema di aerazione completamente perimetrale aveva proprio il compito di liberare il soffitto dalle forme ondulate e mostrarlo senza ingombri.
Un sistema che faceva della facciata un vero dispositivo climatico, capace di tenere insieme struttura, impianti e comfort ambientale in un unico disegno coerente.
I primi anni Duemila ne hanno segnato la compromissione, con la sostituzione dell’involucro e la scelta di sistemi impiantistici standardizzati. È così che il soffitto è stato “sporcato”, provocando una frattura più profonda di quanto si possa immaginare: non solo tecnologica, ma culturale.
Ecco perché Park torna, di nuovo, a delegare alla facciata le funzioni impiantistiche, nonostante siano stati fatti dei compromessi “inevitabili”, spiega lo studio. “Per le necessità degli uffici di oggi, a cui l’edificio sarà destinato, non potevamo ritornare pienamente alle logiche originali”, chiariscono Pagliani e Rossi, ma l’obiettivo è stato quello di “mantenere le linee geometriche e i connotati principali” del progetto dei Soncini e Nervi.
Volevamo togliere tutto, liberare e riportare a vista la struttura il più possibile.
Ne emerge una facciata che non replica, ma interpreta. Le fasce marcapiano sono state riportate alle loro dimensioni originali, dopo essere state manomesse e rese più spesse negli anni precedenti. Un involucro che torna a “respirare” perché, ripristinando un sistema, riattiva anche un principio: quello di un’architettura capace di integrare forma e funzione.
Ciò che abbiamo perso per sempre
Nonostante la meticolosità delle ricerche, è difficile che nei progetti di riqualificazione degli edifici moderni tutto possa essere salvato. “È un tasto dolente”, ammette Pagliani. Negli ultimi due piani c’era la Presidenza, con un progetto di Roberto Menghi che introduceva un registro diverso rispetto al resto dell’edificio. Qui si concentravano episodi architettonici difficili da ricostruire oggi. “Una grande foratura circolare collegava i livelli, ma negli anni è stata tappata”, così come le terrazze e gli interni rivestiti da boiserie, oltre a un presunto contributo artistico di Bobo Piccoli per la pavimentazione. Tutto scomparso.
Il nostro modo di lavorare è quello di comprendere quanto dell’originale possa essere ancora attuale.
Ma ci sono anche elementi che Park ha scelto deliberatamente di non ripristinare. Nel progetto originale di Soncini, le aperture sono di tipo “a pantografo”: quando la finestra è aperta, l’anta si sposta in avanti e rimane sospesa, senza occupare spazio interno.
Nel tempo, queste aperture sono sparite, perché “non si addicono alle esigenze contemporanee”. Ed è forse proprio qui che il progetto rivela la sua dimensione più critica. Alcune parti dell’edificio sono andate irrimediabilmente perdute, cancellate da interventi precedenti che ne hanno compromesso la vita utile. Ma non tutto deve essere, necessariamente, salvato.
È in questo spazio di incertezza che si definisce il ruolo del progettista oggi. “Noi crediamo molto che l’attività di un architetto che lavora in Europa, e specialmente in Italia, sia quella di lavorare sul costruito, sulle preesistenze”, spiega Rossi, “come fossimo mediatori culturali” tra il passato e il futuro, tra ciò che “merita” di essere mantenuto o ripristinato e ciò che invece può rimanere negli archivi.
Una posizione difficile quella degli architetti, soprattutto se si pensa che gli edifici del Novecento si trovano spesso a rischio in mancanza di tutele effettive. A differenza degli edifici “storici”, non c’è nessuna linea guida, nessun vincolo. Perciò, intervenire sull’esistente significa inevitabilmente selezionare, mantenere ed escludere. Ed è proprio nello scarto tra fedeltà e interpretazione che si misura la qualità dell’intervento.