Kali Malone, compositrice americana tra le figure più rilevanti della scena minimalista e drone contemporanea, nota per le sue composizioni per organo a canne che intrecciano rigore formale e tensione quasi liturgica, entra nella Chiesa Rossa di Milano, iniziata dall’ingegnere Franco Della Porta e completata nel 1932 da Giovanni Muzio — l’architetto del Palazzo della Triennale.
Il pubblico è già seduto sugli scranni di legno. Sta in un’attesa composta. La sequenza luminosa di Dan Flavin, installazione permanente concepita negli ultimi anni della sua vita e realizzata postuma nel 1997, attraversa la navata come una presenza costante, mentre fuori l’edificio segna una soglia tra la città consolidata e la periferia più estrema. Prima ancora che l’organo emettesse il primo suono, era lo spazio a orientare l’ascolto.
Non è un dettaglio scenografico. È una presa di posizione. In un momento storico in cui la musica live nei grandi palazzetti tende a replicare format identici, con acustiche controllate e esperienze previste al millimetro, l’architettura moderna introduce una frizione. Qui il suono non è sovrano. È costretto a negoziare con il riverbero, con la materia, con la luce.
Quando lo spazio diventa co-autore
Il desiderio di sottrarsi alla frontalità del palco e alla neutralità degli spazi convenzionali non è nuovo. Quando i Pink Floyd suonano nell’anfiteatro romano di Pompei nel 1971, senza pubblico, trasformano l’archeologia in dispositivo performativo. Ma oggi la posta in gioco è diversa: non si tratta più solo di cercare luoghi insoliti, bensì di riconoscere nell’architettura un co-autore dell’esperienza sonora.
Edifici progettati secondo logiche di chiarezza spaziale, controllo della luce e precisione materica offrono condizioni percettive che non possono essere replicate in ambienti neutri. Non è la musica a occupare uno spazio; è lo spazio a dettare le regole dell’ascolto. L’eco rallenta il tempo. La verticalità amplifica la concentrazione. La materia filtra le frequenze.
Non contenitori, ma dispositivi
All’Elbphilharmonie di Amburgo, progettata da Herzog & de Meuron, anche gli spazi di soglia — foyer, percorsi, aree pubbliche — diventano parte dell’esperienza di ascolto, estendendo la relazione tra architettura e suono oltre la sala principale. Al Barbican Conservatory di Londra, il giardino tropicale incastonato nel complesso brutalista si trasforma in un organismo sonoro attraversabile. A Barcellona, il Padiglione di Mies van der Rohe ospita performance che attivano la sua razionalità come cassa di risonanza percettiva. In tutti questi casi l’architettura non è contenitore, ma dispositivo.
Dal 2017 Threes, attiva a Milano, porta la performance d’avanguardia alla Chiesa Rossa trasformandola in un laboratorio permanente. Ma non solo: Threes da anni organizza Terraforma, un festival che da sempre combina musica e architettura, e che nella sua più recente incarnazione, Exo, si svolge al Palazzo dell’Arte progettato proprio da Muzio. Per Ruggero Pietromarchi, direttore artistico e founder di Threes, “la risonanza in una chiesa non è un problema da risolvere, quanto piuttosto una condizione con cui interagire”. I limiti tecnici — feedback, risonanze imprevedibili — diventano materia creativa.
“L’interesse non risiede nella dimensione religiosa dello spazio, ma nella possibilità di esplorare tipologie architettoniche distinte”, afferma Pietromarchi. “L’obiettivo è creare condizioni immersive, fisiche, in cui il pubblico venga permeato da un’esperienza sonora e visiva intensa”. In altre parole: restituire al concerto una densità esperienziale che l’iperproduzione mainstream tende ad anestetizzare.
La radicalità della scomodità
Quando l’ultimo accordo si dissolve nella navata, resta un silenzio che non è vuoto, ma densità. L’idea di sacro assume la forma del tempo sospeso, della concentrazione, dell’attenzione prolungata. La chiesa funziona come un amplificatore percettivo, indipendentemente da ogni lettura confessionale.
Le panche rigide e il freddo ricordano che questi spazi non sono progettati per il comfort. E forse è proprio qui che si misura la loro radicalità. Non offrono intrattenimento, ma esposizione. Non promettono spettacolo, ma intensità.
La luce di Flavin continua ad attraversare la navata anche dopo l’ultimo suono. Non resta un climax, ma una soglia. È in quel tempo dilatato che l’architettura smette di essere sfondo e diventa, definitivamente, l’ultimo vero palco della musica live.
Immagine di apertura: Foto Delfino Sisto Legnani
