Di fronte al Padiglione della Russia, il più chiacchierato insieme a quello di Israele di questa Biennale, e non per motivi artistici, ci sono guardie e bottiglie di birra vuote ammassate. Sono appena passate le Pussy Riot, il collettivo femminista di Mosca noto per le manifestazioni contro Vladimir Putin, con balaclava rosa, fumogeni e colonna sonora punk rock. A qualche metro, di fronte al Padiglione Austria, c'è l'artista Florentina Holzinger sospesa a testa in giù al posto del batacchio di una campana. Il Padiglione Olanda racconta l’oppressione di un bunker sotterraneo e quello della Cecoslovacchia l’impossibilità del mondo di rigenerarsi. Sul padiglione del Venezuela si scrive che “rinascerà presto”.
Siamo solo ai Giardini, il secondo spazio della Biennale voluto da Napoleone Bonaparte che ospita gli storici padiglioni nazionali, e già la situazione è chiara: la 61esima Biennale d’Arte di Venezia, visitabile dal 9 maggio al 22 novembre 2026, è un contesto di messaggi forti. Anche fortissimi. Se alla Design Week di Milano la geopolitica si è vista solo per difetto – con la quasi totale mancanza di visitatori asiatici –, qui la situazione è diversa.
I numeri sono elevati: 111 artisti da 110 nazioni, con 7 paesi che partecipano alla Biennale per la prima volta – Guinea, Guinea Equatoriale, Nauru, Sierra Leone, Somalia, Vietnam e Qatar – che inaugura la sua presenza veneziana con una mostra di Rirkrit Tiravanija in attesa del futuro padiglione progettato da Lina Ghotmeh. Intanto, in tutta Venezia si moltiplicano eventi collaterali e mostre parallele, da Marina Abramović alle Gallerie dell’Accademia fino ad Anish Kapoor a Palazzo Manfrin. E poi la bellissima Canicula. Forse ce ne sono perfino troppe: più di 150, il numero più alto nella storia della manifestazione.
Il tema di questa Biennale più che in ‘minor keys’ sembra essere quello di una tensione continua, politica ed emotiva insieme, dove guerre, collassi climatici, memorie coloniali e identità nazionali tornano a occupare violentemente lo spazio dell’arte.
Ma non sono queste le uniche novità: è il primo anno in cui i Leoni d’Oro verranno assegnati dal pubblico, dopo le dimissioni della giuria internazionale, e uno dei cardini storici della manifestazione, il Padiglione Centrale ai Giardini, ha appena riaperto dopo il restauro firmato da Labics. A tutto questo si aggiunge anche un senso di fine epocale: nei giorni di apertura è arrivata la notizia della morte di Georg Baselitz, uno degli artisti che più hanno segnato il rapporto tra Europa e pittura negli ultimi decenni, mentre a Venezia è visitabile una grande mostra a lui dedicata.
Tornando all’Arsenale, il primo spazio della manifestazione, l’artista scelta per il Padiglione Italia è Chiara Camoni, in un’edizione molto criticata per la quasi totale assenza di artisti italiani dalla mostra internazionale. Ma il suo progetto finisce quasi per sparire dentro un percorso dominato da opere molto più radicali e immersive: il Canada trasforma il padiglione in una serra acquatica coloniale popolata da ninfee imperiali, l’Uzbekistan costruisce un universo tra ecologia, folklore e speculative fiction intorno al disastro del lago d’Aral, mentre il Cile converte il white cube in un’astronave percettiva fatta di relitti, spiragli e corpi uncanny. Anche il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti, costruito quasi interamente sul suono e sull’ascolto, contribuisce a questa sensazione diffusa: all’Arsenale non si guarda soltanto, si entra dentro ambienti che sembrano già appartenere a un altro mondo.
Sembrano (e sono) passati anni da quando il tema doveva essere “In Minor Keys”, dalla morte della curatrice Koyo Kouoh. Nel frattempo, sono successe tantissime cose e le proposte dei padiglioni sono profondamente cambiate seguendo questo flusso. Era inevitabile: l’arte – anche quella italiana che si dice spesso immobile e censurata – ha sempre delle reazioni anche se sono involontarie. E così, il tema di questa Biennale più che in “minor keys” sembra essere quello di una tensione continua, politica ed emotiva insieme, dove guerre, collassi climatici, memorie coloniali e identità nazionali tornano a occupare violentemente lo spazio dell’arte. La chiave “minore” ha abbracciato il massimalismo di un mondo in tensione e ridefinizione.
Dopo anni di edizioni spesso più controllate e prevedibili, la manifestazione torna a essere un luogo pieno di contraddizioni, attraversato da conflitti reali, posizioni inconciliabili e opere che reagiscono direttamente al presente.
Un’ultima nota: mai come quest’anno raccontare la Biennale è stato complicato anche fisicamente. Già nei giorni di preview riservati alla stampa, le code ai Giardini e all’Arsenale erano enormi e il pubblico molto più vasto del solito, ben oltre gli addetti ai lavori. Alcuni padiglioni pensati per un numero limitato di visitatori — come quello dell’Olanda, costruito come un bunker sotterraneo quasi claustrofobico — diventano inevitabilmente difficili da attraversare e raccontare quando vengono presi d’assalto. Anche questo, forse, fa parte del clima di questa edizione, anche se di certo non aiuta il lavoro di noi giornalisti.
Quelli che seguono sono i padiglioni e le mostre che, secondo noi, resteranno di questa Biennale finalmente incrinata.
Ai Giardini, l’Austria racconta Venezia che affonda
Padiglione Austria, “Seaworld Venice” (Giardini)
Tra i padiglioni più discussi di questa edizione, l’Austria firma con “Seaworld Venice” di Florentina Holzinger uno di quei progetti che promettono di restare nella storia della Biennale. Il padiglione diventa un paesaggio allagato, a metà tra parco acquatico, santuario e impianto di depurazione. All’ingresso, una campana recuperata dalla laguna è azionata da una performer sospesa a testa in giù al posto del batacchio, trasformando il rintocco sacro in gesto laico, fisico e politico. All’interno si alternano performance e apparizioni: un jet-ski gira nell’acqua come monumento all’overtourism; una contorsionista tende arco e frecce in una posa quasi non umana; corpi nudi si arrampicano su una scultura-palo rotante. Nel cortile, performer e cani robot presidiano un altare-acquario fiancheggiato dagli scarichi dei bagni chimici, dove una donna nuda vive in una vasca con il boccaglio, fissando gli spettatori dall’alto in basso e rendendo letterale il sistema di riciclo dei rifiuti. Un rito post-apocalittico e disturbante che parla di un’umanità sommersa dai propri scarti, e che non è poi così difficile percepire come reale.
Giorgia Aprosio
Il vero eroe tragico della Biennale vive nel Padiglione di Cechia e Slovacchia
Padiglione di Cechia e Slovacchia, “Il Silenzio della Talpa” (Giardini)
Sarà un caso oppure è una scelta lucidissima. Il Padiglione di Cechia e Slovacchia, con “Il Silenzio della Talpa”, ha deciso di mettere in scena una delle interpretazioni più chiare di quello che è accaduto alla Biennale negli ultimi mesi. Lo fa attraverso la resurrezione di un personaggio che sembra uscito da una favola per bambini, Mr. M, o “l’uomo talpa”: un artista di strada che da idolo dell’infanzia diventa una figura sconfitta, silenziata e inascoltata. Il Padiglione, curato dall’art director di e-flux Peter Sit, è costruito come la sua casa sotterranea: in una sala ci sono gli strumenti sonori dei suoi spettacoli, nell’altra un video che ne racconta le vicissitudini — rispettivamente le opere di Jakub Jansa e Selmeci Kocka Jusko. Mr. M vive nelle fogne di una piccola città, come Joker o il clown di It, ma è buono e continua a esibirsi per un pubblico di bambini immaginari. Purtroppo vive anche in un mondo immaginario, dove empatia e gentilezza sono ancora un linguaggio comune. Nel mondo reale, invece, rimane senza voce. Ne viene fuori uno spaccato visivamente e sonoramente incredibile di un mondo di persone sole come il nostro, realizzato da uno dei padiglioni storicamente più importanti della Biennale, che quest’anno compie cent’anni e sceglie di ricordarlo con una frase che sembra parlare anche al presente: “Fight for the shape of what the world could be”.
Alessia Baranello
Il ritorno dell’India alla Biennale parla di casa, memoria e distanza
Padiglione India, “Geographies of Distance: remembering home” (Arsenale)
Il Padiglione India segna il suo atteso ritorno alla Biennale Arte di Venezia con la mostra “Geographies of Distance: remembering home”, curata da Amin Jaffer e presentata dal Ministero della Cultura indiano in collaborazione con Nmacc e Serendipity Arts. Allestita in uno spazio in penombra che invita i visitatori a entrare e sostare per un po’, l’esposizione riflette sul concetto di casa inteso non come spazio fisico stabile, ma come luogo fluido fatto di memoria, ritualità e mitologie, soprattutto per coloro che si allontanano dal proprio luogo d’origine. Il percorso espositivo riunisce le opere di cinque importanti artisti contemporanei — Alwar Balasubramaniam, Ranjani Shettar, Sumakshi Singh, Skarma Sonam Tashi e Asim Waqif — che utilizzano materiali e tecniche profondamente radicati nella tradizione indiana, come l’argilla, il bambù e il ricamo, per rispondere a un contesto globale in trasformazione senza perdere il valore delle proprie origini.
Carla Tozzi
Il Padiglione Cile sembra un’astronave precipitata dentro la Biennale
Padiglione Cile, “Inter-Reality” (Arsenale)
Nel padiglione del Cile il white cube viene completamente occupato da altri oggetti bianchi: una sorta di astronave precipitata dentro l’Arsenale, una scala che sembra promettere un accesso ma non conduce da nessuna parte, un pavimento candido su cui si entra solo togliendosi le scarpe. Ed è proprio questo gesto minimo a cambiare subito la percezione dello spazio: il padiglione rallenta il corpo prima ancora dello sguardo. L’installazione “Inter-Reality” di Norton Maza lavora infatti più sull’idea di attraversamento mentale che su quella di spettacolo frontale. La vera scoperta non è l’oggetto centrale, ma ciò che nasconde al suo interno: piccoli mondi visibili attraverso aperture e spiragli, come se la destinazione finale fosse contenuta dentro il viaggio stesso. Attorno, una presenza umana iperrealistica introduce un elemento disturbante, quasi da uncanny valley, che rompe la purezza quasi ascetica dell’ambiente. Il risultato è uno dei padiglioni più strani e sospesi della Biennale di Venezia: una scena che sembra insieme un relitto fantascientifico, una rovina contemporanea e un dispositivo percettivo. E che funziona soprattutto quando obbliga a rallentare, abbassarsi, sbirciare e dubitare di quello che si sta davvero guardando.
Alessandro Scarano
La mostra di Taiwan è un videogioco finito malissimo
Taiwan, “Screen Melancholy” (Palazzo delle Prigioni)
A Palazzo delle Prigioni, Taiwan presenta “Screen Melancholy” di Li Yi-Fan, una mostra che sembra uscita da un videogioco finito male. L’artista lavora con motori grafici, animazione e immagini generate, costruendo un’installazione video di 60 minuti popolata da personaggi-pupazzo, corpi deformati, stanze digitali e situazioni assurde. Le immagini scorrono con humour nero e tagli improvvisi, mentre nello spazio compaiono grandi sculture di arti frammentati, creando un cortocircuito continuo tra l’ambiente fisico e l’opera video. Il punto è proprio questo slittamento tra reale e virtuale: guardiamo uno schermo, ma abbiamo anche la sensazione di essere guardati.
Giorgia Aprosio
Al Padiglione Danimarca la crisi della natalità diventa uno show disturbante
Padiglione Danimarca, “Things to come” (Giardini)
Alcune cliniche della fertilità stanno iniziando a investire nella pornografia digitale per migliorare la qualità degli spermatozoi dei donatori. Nel frattempo, un gruppo di adolescenti americani guidati da Eric Zhu è impegnato a trasformare lo “sperm racing” (le gare di spermatozoi) nella prossima grande forma di intrattenimento sportivo. È da qui che parte “Things to Come”, la mostra di Maja Malou Lyse al Padiglione della Danimarca. Due opere - un video girato in una clinica della fertilità e una serie di contenitori criogenici utilizzati per il trasporto dello sperma - occupano le due gallerie del padiglione interrogandosi su cosa accadrà quando il declino della natalità diventerà irreversibile. Come nel film di fantascienza del 1936 che dà il titolo alla mostra, la società sembra destinata a essere ricostruita attraverso scienza e tecnologia, pornografia e desessualizzazione del sesso. Per ora, il padiglione riesce soprattutto in una cosa: trasformare la catastrofe che tutti sentiamo avvicinarsi in una forma di intrattenimento disturbante e irresistibile, proprio come le gare di spermatozoi online. Non a caso, a inaugurarlo la scorsa notte, c’era Cicciolina.
Alessia Baranello
L’Argentina costruisce un paesaggio fatto di sale, carbone e suono
Padiglione Argentina, “Monitor Yin Yang” (Arsenale)
"Questo progetto nasce dall’idea di pensare il disegno come un territorio percorribile. Al posto di un’immagine su una parete, mi interessava costruire un paesaggio. Ho sostituito la carta con sale e carbone perché sono materiali che contengono già il tempo: il sale come resto di oceani antichi e il carbone come materia organica trasformata in energia”. Così l’artista Matías Duville introduce l’opera site-specific che rappresenta l'Argentina alla 61esima Biennale d’Arte di Venezia. Curato da Josefina Barcia, il progetto porta il disegno a una dimensione spaziale, sonora e performativa. Nell’ambiente in penombra una distesa di sale crea un paesaggio quasi desertico segnato dalle tracce di carbone. Partendo dalla cosmovisione dello yin e yang, ci si trova a camminare immersi tra forze opposte: il bianco e il nero, la luce e l’ombra, l’immutabile e il cambiamento. L’opera è completata da una composizione sonora multicanale che traduce in tempo reale i dati ambientali della laguna, come la qualità dell’aria e le condizioni atmosferiche, in un paesaggio acustico dinamico.
Carla Tozzi
Di notte Venezia si ferma davanti a un palazzo modernista trasformato in cinema
Fondazione Pier Luigi Nervi, “If All Time Is Eternally Present” (Campo Manin)
Di sera, in Campo Manin, succede una delle cose più inattese di questa Biennale di Venezia: la facciata modernista del Palazzo Nervi-Scattolin diventa uno schermo urbano gigantesco. E improvvisamente Pier Luigi Nervi — il più radicale e visionario degli ingegneri italiani — sembra dialogare con alcuni dei linguaggi video più potenti della contemporaneità. Il progetto “If All Time Is Eternally Present”, curato da Chiara Carrera e Marta Barina, trasforma l’edificio in un dispositivo pubblico notturno: non una semplice proiezione, ma una collisione tra architettura, città e immagini in movimento. Le opere di Kandis Williams, Meriem Bennani con Orian Barki, e Tai Shani attraversano horror coreano, avatar post-pandemici, fantascienza gotica, memorie diasporiche e culture digitali. Ma la cosa più bella è forse un’altra: vedere Venezia fermarsi di notte davanti a un palazzo del Novecento come se fosse un cinema collettivo a cielo aperto. Il razionalismo elegante di Nervi assorbe immagini, corpi e luci senza perdere forza, anzi. Per qualche ora, la città smette di essere solo sfondo monumentale e torna a essere uno spazio pubblico vivo, ambiguo, perfino sorprendente.
Alessandro Scarano
Al Padiglione Giappone devi prenderti cura di una bambola
Padiglione Giappone, “Grass Babies, Moon Babies” (Giardini)
Il Padiglione Giappone punta su un meccanismo partecipativo tanto semplice quanto disturbante. In “Grass Babies, Moon Babies”, Ei Arakawa-Nash dispone 208 bambole che i visitatori sono invitati a prendere in braccio e portare con sé attraverso il padiglione, dai pilotis agli interni, passando per il giardino. Il percorso trasforma il pubblico in parte dell’opera: non si osserva soltanto, si esegue un compito di cui l’opera stessa è il risultato. I visitatori si muovono con bambolotti dagli occhiali da sole specchiati, dentro una mostra popolata da altri bambolotti arrampicati su funi e sull’architettura dello spazio. In questa breve esperienza di genitorialità ci sono passaggi quasi teneri, come il Qr code che attiva una poesia legata alla data di nascita assegnata alla bambola, e altri più scomodi, come il cambio finale del pannolino. L’artista, giapponese-americano e queer, usa questo dispositivo domestico e straniante per parlare di diaspora nikkei, eredità familiari e vincoli sociali che attraversano la storia giapponese.
Giorgia Aprosio
Dietro le ninfee del Canada si nasconde una storia coloniale
Padiglione Canada, “Entre chien et loup” (Giardini)
Il Padiglione Canada è una specie di serra dentro la Biennale. Abbas Akhavan con “Entre chien et loup” ha trasformato lo spazio in un ambiente per far crescere grandi ninfee Victoria, piante enormi e spettacolari, sistemate in una vasca con luci artificiali. La facciata è di vetro e le ninfee si vedono anche da fuori, come se il padiglione fosse una grossa teca-acquario. L’immagine non è solo poetica: questo tipo di ninfee, originarie del Sud America, furono portate in Europa nell’Ottocento attraverso le reti botaniche dell’Impero britannico e vennero ribattezzate in omaggio alla regina Vittoria. Da pianta esotica divennero così un nuovo simbolo imperiale, meraviglia da esibire, natura da possedere. Allo stesso modo, i semi delle piante esposte in mostra arrivano dai Kew Gardens, sono stati fatti germinare all’Orto Botanico di Padova e poi trasferiti a Venezia.
Giorgia Aprosio
L’Uzbekistan usa l’arte per riscrivere la propria immagine nel mondo
Padiglione Uzbekistan, “The Aural Sea” (Arsenale)
C’è un paese che da qualche anno sta usando arte, architettura e design per ridefinire il proprio posto sulla mappa culturale globale: è l’Uzbekistan. E la Biennale di Venezia sembra quasi il punto di arrivo — o forse una nuova tappa — di questa strategia culturale molto precisa. All’Arsenale, il padiglione nazionale “The Aural Sea” torna sul tema del lago d’Aral, uno dei più grandi disastri ecologici contemporanei, già al centro della bellissima installazione presentata durante la Design Week a Palazzo Citterio. Ma qui il tono cambia completamente: niente approccio documentario o semplicemente scientifico. I cinque curatori e i sette artisti coinvolti lavorano invece tra mito, ascolto, folklore, installazione e speculative fiction, trattando il paesaggio come un archivio vivente di storie, memorie e possibilità future. Poi c’è “Instruments of the Mind”, la grande mostra dedicata a Vyacheslav Akhunov a Palazzo Franchetti: un artista che sembra arrivare da una linea temporale parallela. Concettualismo sovietico, mantra scritti a mano, ironia politica, spiritualità, propaganda deformata, archi monumentali pieni di forbici: il suo lavoro attraversa cinquant’anni di storia restando stranamente contemporaneo. Il punto, però, è più ampio delle singole mostre. Attraverso la Uzbekistan Art and Culture Development Foundation — tra Biennale di Venezia, Bukhara Biennial, ricerca sul modernismo di Tashkent e il nuovo museo progettato da Tadao Ando — il paese sta costruendo una presenza culturale internazionale coerente e sorprendentemente sofisticata. Non semplice soft power, ma un modo per raccontarsi al mondo attraverso immaginazione, ricerca e progetto. 
Alessandro Scarano
Il Padiglione EAU trasforma il suono in architettura invisibile
Padiglione Emirati Arabi Uniti, “Washwasha” (Arsenale)
“Washwasha” è una parola araba che si potrebbe tradurre con “sussurro”, ma il suo significato non si esaurisce nell’ambito sonoro, si espande anche a richiamare forme minime di comunicazione, mormorii e rumori di fondo che ogni giorno passano inosservati. Curato da Bana Kattan, il padiglione degli Emirati Arabi Uniti riunisce sei artisti – Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash, Taus Makhacheva – che attraverso il suono esplorano temi che oggi riflettono il panorama culturale di questo pese. Progettato dallo studio di architettura Büro Koray Duman (B–KD), lo spazio espositivo accompagna i visitatori da zone di ascolto tranquillo e attento ad aree pervase dal rumore e da sovrapposizioni sonore, con opere – video, sculture, installazioni – che raccontano una dopo l’altra un universo sonoro legato a storie tangibili, all’evoluzione dei paesaggi urbani e al legame tra suono, tradizioni orali e processi migratori.
Carla Tozzi
Il padiglione più assurdo della Biennale si chiama “La Merde”
Padiglione Lussemburgo, “La Merde” (Arsenale)
Sì, avete letto bene. Il titolo dell’installazione audiovisiva presentata dall’artista lussemburghese Aline Bouvy è proprio “La Merde”. Si tratta di un saggio cinematografico che esplora la vergogna come costrutto sociale attraverso la figura di un “essere-escremento” che attraversa diverse fasi della vita, incarnando ciò che la società tenta di reprimere. A metà tra l’assurdo, il grottesco, un senso inspiegabile di familiarità, una buona dose di repulsione ma anche di empatia, l'opera analizza il concetto di “abietto”, attraverso qualcosa di così universale e così legato al senso di vergogna, trasformando il corpo che non riesce più a trattenersi in una potente istanza politica e sovversiva. A scandire la narrazione interviene una ricca selezione di immagini provenienti dalla storia dell'arte, dalla cultura pop, e dall'iconografia scientifica che ritraggono corpi colti nell'atto di espellere, perdere il controllo o trasgredire le norme del decoro. Questi frammenti visivi compongono una memoria collettiva di tutto ciò che viene moralmente scartato e spinto ai margini. La visione del film è arricchita da una componente di spazializzazione del suono, sviluppata con il compositore Pierre Dozin.
Carla Tozzi
