C’è qualcosa di paradossalmente veneziano nel modo in cui Labics ha affrontato il Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale di Venezia. Lo studio con base a Roma, fondato da Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori – attivo dal 2002 e con una lunga storia nel settore dell’architettura culturale – tiene in considerazione che riscrivere l’esistente non significa cancellarlo.
Venezia, del resto, sopravvive da secoli così: non come museo, non come cantiere, ma come città in perenne negoziazione tra ciò che è stato e ciò che deve ancora essere. È da questa stessa logica che il progetto prende forma.
Un vero e proprio progetto di re-invenzione, perché l’architettura del passato, per continuare a vivere, deve sapersi rinnovare.
Francesco Isidori
Il Padiglione Centrale nasce nel 1894 e viene inaugurato nel 1895 come sede della prima Esposizione internazionale d’arte, ma l’edificio che conosciamo è il risultato di oltre un secolo di interventi, aggiunte e sovrapposizioni. Duilio Torres, Carlo Scarpa, e poi i progetti di Louis Kahn e Francesco Cellini, tra i tanti rimasti sulla carta: ogni epoca ha lasciato un segno, spesso senza dialogare con quello precedente.
Nel 1909 Galileo Chini aveva nel frattempo affrescato la cupola della sala ottagonale d’ingresso, aggiungendo un ulteriore strato alla memoria dell’edificio. Il risultato era un organismo architettonico stratificato e prezioso, ma spazialmente irrisolto – un edificio che portava la storia come un peso, non come una risorsa. L’intervento completato nel marzo 2026, finanziato dal Pnrr con 31 milioni di euro, parte esattamente da qui.
Isidori è stato esplicito sulla natura dell’operazione: “Non si tratta di un progetto di restauro, né di conservazione in senso stretto, ma di un vero e proprio progetto di re-invenzione, perché l’architettura del passato, per continuare a vivere, deve sapersi rinnovare, per essere nel tempo”. Una posizione netta, che rifiuta sia la reverenza paralizzante del restauro filologico sia l’hubris del gesto che si sovrappone all’esistente.
Uno spazio finalmente coerente
Il risultato è un padiglione che, per la prima volta nella sua storia, funziona come un sistema coerente. La Sala Chini – con la sua cupola affrescata – diventa il nodo distributivo principale, il cuore attorno al quale si organizzano tanto le sale espositive quanto gli spazi di servizio: caffetteria, bookshop, sala educativa.
Le sale espositive stesse sono state concepite come white box neutrali e flessibili, con tutti gli impianti integrati e nascosti dietro le pareti. Nessuna irruzione tecnica visibile. Il risultato è quella qualità di vuoto intelligente ed essenziale, che rende uno spazio espositivo davvero capace di accogliere qualsiasi cosa.
Ma Labics non si è fermato al maquillage funzionale. Uno degli interventi più significativi riguarda l’accessibilità. “Secondo la logica del design for all, abbiamo cercato di rendere il padiglione interamente accessibile”, spiega Clemente. “Prima dell’intervento il complesso presentava numerose criticità: piccoli salti di quota, dislivelli tra interno ed esterno, e soprattutto la presenza di un soppalco e un sottostante piano seminterrato praticamente inaccessibili. Oggi è tutto fruibile, con i percorsi di visita razionalizzati”. Che un edificio monumentale del 1895, aggiustato in mille modi nel corso di un secolo, diventi finalmente percorribile da tutti è, a modo suo, una piccola rivoluzione.
Le altane e la leggerezza
L’intervento più scenico, e forse anche il più veneziano, sono le altane, le due strutture esterne in legno lamellare bruciato e pannelli X-lam, costruite in corrispondenza della caffetteria e dello spazio polifunzionale. Il gesto è deliberatamente misurato: le altane non competono con la massa muraria del padiglione, non cercano il contrasto. Sono strutture aeree, quasi effimere, che reinterpretano la tradizione dei belvedere veneziani e stabiliscono un dialogo con il paesaggio dei Giardini e con il canale.
È un tributo consapevole alla cultura veneziana – e, indirettamente, alla sensibilità progettuale di Carlo Scarpa, i cui infissi sono stati restaurati e reintegrati nell’edificio. “Abbiamo cercato di dilatare lo spazio della caffetteria, realizzando una nuova stanza all’aperto coperta con una leggera struttura in legno”, racconta Labics, e in effetti c’è qualcosa di elegantemente contraddittorio nell’idea di aggiungere leggerezza a Venezia, città di pietre e acqua. Si è voluto dare enfasi ai luoghi di relazione, agli spazi di sosta.
Sul piano tecnico, il progetto punta alla certificazione Leed Gold: i nuovi lucernari in vetro fotovoltaico e diffondente garantiscono illuminazione naturale uniforme e contribuiscono alla produzione di energia, mentre il tetto ventilato e i sistemi impiantistici ad alta efficienza riducono significativamente i consumi.
Architettura e sostenibilità integrate, non sovrapposte. In questo senso possiamo dire che il progetto per il Padiglione Centrale è nato dalla volontà di conciliare conservazione e rinnovamento, per rendere adeguato il padiglione ai moderni standard richiesti dagli spazi espositivi di rilievo.
Il padiglione riaprirà il 9 maggio per Biennale Arte 2026, in occasione di In Minor Keys di Koyo Kouoh. Sarà un banco di prova importante: uno spazio espositivo si misura in ultima analisi con ciò che accade dentro. Ma la struttura che lo studio romano ha consegnato è qualcosa di raro nel panorama italiano: un intervento su un edificio storico di grande rilevanza che non ha avuto paura di essere architettura, che ha saputo scegliere cosa conservare e cosa lasciare andare, che ha restituito chiarezza senza cancellare la memoria.
In Italia, dove la parola “restauro” è spesso sinonimo di immobilismo e la parola “innovazione” di frattura con il passato, Labics dimostra – ancora una volta – che esiste una terza via: quella della re-invenzione.
Immagine di apertura: Loggia della caffetteria, Padiglione Centrale riqualificato con finanziamenti dal Ministero della Cultura nell’ambito del Pnc al Pnrr. Foto Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio, Courtesy La Biennale di Venezia / Mic
