“Gli architetti non devono smettere di sognare”: Lina Ghotmeh tra memoria e riparazione

Dall’infanzia tra le montagne del Libano al ruolo di presidente della giuria per Medio Oriente e Africa agli Holcim Foundation Awards 2025, Ghotmeh riflette su artigianalità, resilienza, sostenibilità e architettura come atto profondamente umano.

Lina Ghotmeh costruisce il proprio lavoro a partire da una relazione profonda con i materiali, i luoghi e le persone che li abitano. La sua architettura si sviluppa come un’indagine stratificata, in cui memoria, contesto e costruzione diventano strumenti per leggere – e talvolta ricomporre – paesaggi culturali complessi. L’incontro avviene a Venezia, in occasione degli Holcim Foundation Awards 2025, dove Ghotmeh ha presieduto la giuria per le regioni Middle East e Africa: un osservatorio privilegiato per riflettere, ancora una volta, su modi contemporanei di costruire in contesti segnati da risorse diseguali, climi estremi e instabilità politiche.

Lina Ghotmeh Architecture, Ateliers Hermès, Louviers, France, 2023. Photo ©Iwan Baan

Quando le si chiede da dove inizi questa visione dell'architettura attenta alla materia e al fare, Ghotmeh torna a un ricordo netto, radicato nell’infanzia in Libano. “Quando chiudo gli occhi e guardo dentro me stessa torno bambina”, racconta. “Ricordo le montagne del Libano, i muratori che costruivano muri in pietra nei villaggi, il gesto di tagliare, scolpire, assemblare un materiale naturale. Era quasi magico vedere come, con le mani, si potesse costruire qualcosa che supera la scala umana”. In quel processo non nasce soltanto un interesse per l’architettura, ma un’idea precisa del progetto come pratica: “L’amore per l’architettura è arrivato insieme all’amore per il costruire a mano”. E se la montagna restituisce la dimensione artigianale, Beirut introduce inevitabilmente la dimensione politica del costruire: “In una città pervasa da edifici demoliti, le domande su costruire, ricostruire e resilienza influenzano il modo in cui si percepisce lo spazio e in cui si vuole fare architettura”.

Quando chiudo gli occhi e guardo dentro me stessa torno bambina… Era quasi magico vedere come, con le mani, si potesse costruire qualcosa che supera la scala umana.

Lina Ghotmeh

Questa doppia origine – manualità e città ferita – si traduce anche nel modo in cui Ghotmeh considera i ruoli e le identità dentro la disciplina. “Non penso mai a me stessa come a una donna che progetta. È difficile genderizzarsi,” dice, respingendo una lettura riduttiva. Ma, allo stesso tempo, rivendica la necessità di allargare il campo: “Spesso le città non sono abbastanza umane, hanno perso il rapporto con la natura, con la dimensione relazionale”. Da qui la ricerca di spazi che sfuggono alle categorie canoniche: “Cerco sempre quegli spazi in-between, che non sono una scuola o una biblioteca, ma ciò che sta nel mezzo. È lì che si costruisce la qualità urbana”.

Lina Ghotmeh Architecture, Olga de Amaral Exhibition, Fondation Cartier, Paris, France, 2024. Photo ©Marc Domage

È una sensibilità che riemerge con forza nel lavoro di giuria agli Holcim Awards, dove la questione del contesto diventa criterio centrale di lettura. “Sono regioni profondamente diverse, per clima, risorse, condizioni politiche. Non si possono comparare la Palestina, il Congo o la Nigeria”, osserva. Proprio questa eterogeneità, più che un limite, apre un terreno di discussione: “Ci siamo chiesti cosa significhi oggi buona architettura: non solo sostenibile e climaticamente responsabile, ma anche capace di produrre bellezza”. In altre parole, la sostenibilità non viene separata dall’esperienza dello spazio, né dalla responsabilità culturale del progetto.

Nella selezione, Ghotmeh indica interventi in cui l’architettura assume un valore che eccede la costruzione. “Il progetto del villaggio di Calandia è un’architettura di cura, con un impatto sociale fortissimo. Vengo da un contesto come il Libano, dove l’architettura deve avere una forza che supera il materiale”. Allo stesso modo, il mercato di Kinshasa mostra un’altra qualità, più tattile e urbana: “È un esempio di come rafforzare una capacità esistente, senza istituzionalizzarla, lasciando che il mercato resti fluido, vivo”. In entrambi i casi, l’idea di progetto coincide con una forma di mediazione: tra necessità e desideri, tra infrastruttura e vita quotidiana, tra regole e pratiche informali.

Lina Ghotmeh Architecture, Qatar Permanent Pavilion, Biennale di Venezia, Italy. Image © Lina Ghotmeh Architecture

Questa attitudine si riflette anche nel lavoro dello studio. “La progettazione non è lineare”, afferma. “È una rete di domande, di complessità che si intrecciano. È ricerca, è storia, è comprensione del luogo”. Da qui l’abitudine a partire da interrogativi essenziali, che mettono in crisi le tipologie: “Cos’è una scuola? Perché impariamo in spazi chiusi? E se studiassimo all’aperto?”. In parallelo, la materia entra da subito nel processo, non come scelta finale ma come motore. “Quando lavoravo alla manifattura in Normandia, sapevamo di voler realizzare il primo edificio a energia positiva e a basso carbonio in Francia e che il mattone e la terra erano le risorse del sito. Il materiale ha guidato la forma, le arcate, il ritmo dell’edificio”.

Dentro questa visione, la sostenibilità non può essere un capitolo aggiunto. “Odio quando si parla di sostenibilità come di una moda. Non può esserlo. È il nucleo stesso dell’architettura”, dice, riportandola a una condizione strutturale e non a un’etichetta. È una convinzione che lega biografia e conoscenza: “Crescere a Beirut mi ha insegnato quanto siamo parte della natura. Non è la Terra ad aver bisogno di noi, siamo noi ad aver bisogno di lei”. Anche per questo, l’architettura vernacolare rimane un riferimento operativo: “Case in pietra, muri spessi, aperture calibrate, ventilazione naturale. È un ecosistema di buon senso”. Più che nostalgia, è una grammatica di rapporto tra clima, risorse e comfort.

Odio quando si parla di sostenibilità come di una moda. Non può esserlo. È il nucleo stesso dell’architettura.

Lina Ghotmeh

Se la sostenibilità è al centro, la tecnologia – inclusa l’intelligenza artificiale – può essere utile solo come strumento coerente con quel nucleo. Ghotmeh la immagina come supporto alla lettura dei contesti e alle simulazioni bioclimatiche, ma rifiuta l’idea di una sostituzione del progetto come pratica culturale: “L’architettura non è meccanica. È fatta di ricerca, discussioni, modelli, conflitti. È profondamente umana”. La tecnologia, quindi, non come scorciatoia formale, ma come mezzo per gestire complessità e ridurre sprechi, senza cancellare la dimensione collettiva del lavoro.

Lina Ghotmeh Architecture, Jadid's Legacy Museum, Bukhara, Uzbekistan. Image © Lina Ghotmeh Architecture. Courtesy Uzbekistan Art and Culture Development Foundation

È qui che torna, in modo naturale, il tema dell’inclusione: non come slogan, ma come qualità del processo costruttivo. “Un buon dettaglio nasce dalla conoscenza dei materiali e da un dialogo con chi li lavora”, spiega. Nei progetti citati – dalla torre a Beirut al Padiglione del Bahrain per Expo Osaka – la materia diventa un veicolo di relazioni: “Il legno non ingegnerizzato ci ha permesso di coinvolgere artigiani locali, di creare un legame tra culture diverse. Il processo di costruzione è diventato motivo di orgoglio collettivo”. Il dettaglio, in questo quadro, non è solo un punto tecnico ma un luogo in cui si incontrano competenze, economie e identità.

Guardando alle nuove generazioni, Ghotmeh insiste su una cosa: non cedere al cinismo. “L’architettura non è solo costruire edifici. È lavorare con le persone, con le istituzioni, con la società. È un atto politico nel senso più profondo”. Continuare a sognare, conclude, non serve a rimuovere le difficoltà, ma a restare dentro la complessità senza ridurla: tenere insieme responsabilità, immaginazione e una pratica del progetto intesa come gesto condiviso.

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