Vivere nelle case di Le Corbusier: ce lo racconta un artista che lo fa da anni

Dal Padiglione dell’Esprit Nouveau a Bologna alla Villa Baizeau a Tunisi, passando per Marsiglia e Berlino, Cristian Chironi ha abitato per anni le architetture di Le Corbusier: un progetto che le mette alla prova nella vita reale.

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier

Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier

Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier

Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier

Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier

Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier

Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier

Courtesy Christian Chironi

Dodici nazioni, dalle architetture più conosciute a Marsiglia, Parigi e Berlino fino a quelle di Mosca, Baghdad e Tokyo: l’artista sardo Cristian Chironi nel 2015 decide di andare ad abitare la maggior parte degli edifici costruiti da Le Corbusier durante la sua carriera. Lo fa, racconta, “non tanto per una venerazione nei confronti dell’architetto”, piuttosto perché Le Corbusier, con la sua attenzione al futuro dell’abitare, “è un mezzo per raccontare come si vive nelle case di oggi”.

Ne risulta un lavoro sfaccettato, dove l’abitare si traduce ogni volta in forme diverse — installazioni, performance, documentari e mostre itineranti — ma soprattutto in “incontri e in vita vera”. L’ultima tappa del progetto My house is a Le Corbusier si è svolta a Tunisi, attorno a Villa Baizeau, una delle architetture più difficili e controverse del maestro del modernismo: costruita per un magnate della Tunisia coloniale francese e rimasta separata per quasi un secolo dalla città che la circonda.

My house is a Le Corbusier comincia molto prima di oggi, in un piccolo paese di duemila abitanti nell’entroterra della Sardegna, Orani, dove Le Corbusier probabilmente non è mai stato, ma dove — forse senza saperlo — ha progettato una casa.
Courtesy Cristian Chironi

Una casa inaccessibile sul mare di Tunisi

Quello che sappiamo di Villa Baizeau lo sappiamo da immagini e racconti. E lo stesso vale per chi Tunisi la abita ogni giorno. Situata sulla collina di Cartagine, è stata progettata tra il 1928 e il 1930 da Le Corbusier insieme a Pierre Jeanneret, “a distanza”, senza che l’architetto visitasse mai il sito, e presto inglobata nel parco presidenziale della capitale. La richiesta del committente, Lucien Baizeau, direttore della “Tunisoise Industrielle” e figura centrale nell’economia della Tunisia coloniale francese, era quella di avere sempre a disposizione la vista a est, sul mare: ne risulta una casa articolata su più livelli, dove ogni piano ha un terrazzo e quindi un affaccio continuo sull’orizzonte, ma anche un’abitazione capace di difendersi dal clima, lavorando su ombra e ventilazione naturale.

Courtesy Cristian Chironi

Villa Baizeau, con la sua impostazione modernista, è una delle architetture più curiose della città, ma anche uno dei luoghi paradossalmente più difficili da avvicinare: il parco presidenziale in cui si trova è infatti militarizzato e chi prova ad avvicinarsi viene fermato. È quello che succede anche a Chironi, che mentre cerca di osservarla insieme al regista Domenico Palma viene bloccato e trattenuto per ore: “tu la vedi da lontano, ma appena ti avvicini ti portano via”.

Insomma, Villa Baizeau non è solo una villa perlopiù dimenticata dal grande pubblico, ma anche una casa che non si può abitare né attraversare, e dove Chironi stesso non è mai riuscito a entrare: “è lo specchio della città. Come Tunisi nel Mediterraneo, anche Villa Baizeau è lontana, è messa al margine”.

Courtesy Cristian Chironi

Una Fiat 127 come “macchina per abitare”

Questa tappa di My house is a Le Corbusier, perciò, si fonda su questa distanza, sul recupero di ricordi legati alla casa che in realtà non esistono, ma che si mescolano alla vita personale dell’artista e alle persone incontrate a Tunisi. “Come vivere in una casa dove non puoi entrare a vivere? Semplicemente passando da un contatto corporale a uno mentale”, racconta, descrivendo un passaggio che diventa anche un metodo di lavoro.

Chironi si sposta nella Medina, vive la città, la attraversa, e costruisce un’altra forma di abitare: “ho scelto di far vivere la casa nella città e la città nella casa, passare da un’architettura alta d’élite a un’architettura fatta soprattutto di gesti, incontri, spazi e comunità”.

Courtesy Cristian Chironi

Lo fa con una mostra, ospitata da La Boîte - Centre d’Art & d’Architecture, e con una macchina, una Fiat 127 proveniente da Torino, usata come “termometro per misurare lo stato d’animo della città” e come spazio mobile di relazione, sviluppando il progetto insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi.

Ho scelto di far vivere la casa nella città e la città nella casa, passare da un’architettura alta d’élite a un’architettura fatta soprattutto di gesti, incontri, spazi e comunità

Qui il riferimento a Le Corbusier è diretto, ma anche rovesciato: la “macchina per abitare” non è più un modello astratto, ma qualcosa che si muove, che attraversa la città, che accoglie. L’abitacolo diventa una casa temporanea, aperta, attraversata da altri — artisti, architetti, musicisti — e costruita attraverso la relazione più che attraverso lo spazio. Non a caso, al termine del progetto, l’auto entra nella collezione del MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile, come traccia concreta di un abitare che non coincide più con l’architettura ma con ciò che accade intorno ad essa.

Courtesy Crisrtian Chironi

Una casa mai costruita in Sardegna

Ma My house is a Le Corbusier comincia molto prima di oggi, in un piccolo paese di duemila abitanti nell’entroterra della Sardegna, Orani, dove Le Corbusier probabilmente non è mai stato, ma dove — forse senza saperlo — ha progettato una casa.

La storia arriva a Chironi in modo indiretto, durante un pomeriggio passato a casa di Daniele Nivola, nipote di Costantino Nivola, scultore sardo tra i più importanti del Novecento e collaboratore di Le Corbusier, nonché padrino di suo padre: è lì che ascolta per la prima volta il racconto di questo progetto mai realizzato, rimasto per anni in un cassetto e poi scomparso.

Courtesy Crisrtian Chironi

Negli anni Sessanta, infatti, Costantino Nivola affida al nipote Daniele il progetto di un’abitazione disegnata proprio dall’architetto svizzero-francese, chiedendogli di costruirla seguendo fedelmente il disegno. Quel progetto però non verrà mai realizzato. Non per ragioni economiche o tecniche, ma per qualcosa di più semplice: non viene capito. “Non aveva né porte né finestre… assomigliava più a un tugurio che a una casa”, racconta Chironi, riportando le parole di chi quella casa avrebbe dovuto abitarla.

È uno scarto minimo, ma decisivo: tra un progetto architettonico e la sua interpretazione, tra l’idea di abitare dei grandi maestri e la sua ricezione da parte delle persone comuni.

Abitare è diventato per me una forma di linguaggio.

Anni dopo, nel 2014, quella storia riemerge quando Chironi si imbatte in un bando della Fondation Le Corbusier dedicato ad artisti contemporanei: “è allora che mi sono ricordato di tutto, di questa storia che legava mio padre a Le Corbusier”, racconta, spiegando come da lì nasca l’idea di lavorare proprio su quello scarto, “ragionando sullo scollamento tra comunicazione e interpretazione, sulle case di Le Corbusier come punto di osservazione sul mondo”.

Il progetto viene selezionato, e da quel momento prende forma My house is a Le Corbusier: non tanto come ricostruzione di una casa mancata, ma come tentativo di abitare, finalmente, quella distanza. Ed è una distanza che non riguarda solo questa storia, ma che attraversa tutta l’opera di Le Corbusier: quella tra ciò che l’architettura immagina e ciò che le persone fanno davvero degli spazi che abitano.

Courtesy Cristian Chironi

L’abitare come “strumento di ricerca”

La prima tappa è Bologna, nel Padiglione dell’Esprit Nouveau. È qui che il progetto prende forma per la prima volta, nel 2015, e che quella che all’inizio poteva sembrare un’intuizione diventa un metodo: abitare un’architettura di Le Corbusier non come oggetto da osservare, ma come spazio da usare, attraversare e mettere alla prova.

È un passaggio decisivo, perché sposta immediatamente il progetto fuori da una dimensione teorica. Non si tratta di studiare Le Corbusier, ma di entrarci dentro, di viverlo, verificare cosa succede quando quelle architetture vengono usate davvero.

Courtesy Crisrtian Chironi

Da lì in poi, ogni tappa — da Parigi a Marsiglia, da Berlino a Chandigarh, fino a Tunisi — diventa una variazione sullo stesso gesto: abitare come pratica, come dispositivo, come strumento di ricerca. “Abitare è diventato per me una forma di linguaggio”, dice Chironi.

Si abita davvero bene dentro un Le Corbusier?

A questo punto la domanda sorge spontanea: si abita davvero bene dentro Le Corbusier?

È una domanda che attraversa tutta l’opera dell’architetto e che, per decenni, ha alimentato una critica precisa: quella di un’architettura troppo astratta, spesso calata dall’alto, poco attenta alle condizioni reali — ambientali, sociali — dei luoghi in cui costruiva. Dalla Ville Radieuse all’Unité d’Habitation, il suo lavoro è stato letto come il tentativo di organizzare la vita secondo un modello, non sempre connesso al reale.

Courtesy Cristian Chironi

Eppure, quando Chironi entra davvero in queste case — e ci resta, le usa, le attraversa — qualcosa cambia. “Io sono in disaccordo”, dice.

Nel duplex abitato all’interno dell’Unité d’Habitation di Marsiglia, la casa si organizza attorno al corpo: “Il mio baricentro stava fermo, io facevo semplicemente un movimento e così cucinavo, lavavo i piatti, asciugavo. L’uso dello spazio minimo con il massimo comfort”. La grande finestra tiene insieme interno ed esterno, la luce cambia durante il giorno, il paesaggio entra nello spazio: “la mattina avevo tutti i rosa dell’alba, la sera tutti i rossi del tramonto”. E il vento che attraversa la terrazza — spesso citato come un limite — diventa parte dell’esperienza: il maestrale attraversa l’edificio come un suono continuo, e Chironi lo registra, lo segue, lo ascolta sotto i pilotis, lo trasforma in materiale di lavoro. “Mi stufavo di lavorare, salivo… il vecchietto passeggiava, i bambini giocavano, le coppiette si baciavano”.

Courtesy Cristian Chironi

Un Le Corbusier reinventato

Quello di Chironi è un racconto fatto di micro-gesti, di abitudini, di tempo passato nello spazio. Non nega le criticità delle architetture di Le Corbusier, ma le attraversa, e quello che emerge non è un edificio che funziona o non funziona in assoluto, ma uno spazio che cambia a seconda di chi lo abita, che si adatta, che viene anche contraddetto.

In questo senso, il Le Corbusier di Chironi finisce per essere un Le Corbusier leggermente diverso, quasi spostato: non quello dei manifesti o dei modelli, ma quello che prende forma nell’uso e nell’esperienza, e anche nella distanza.

È un Le Corbusier, forse, un po’ reinventato — come la casa di Tunisi che non si può abitare e che esiste soprattutto per immagini, racconti e proiezioni. Vive nello scarto tra ciò che l’architettura vuole essere e ciò che, una volta consegnata alle persone, finisce — a volte anche suo malgrado — per diventare.

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier Courtesy Christian Chironi

Christian Chironi, My House is a Le Corbusier Courtesy Christian Chironi