Si rintraccia praticamente sempre e in certi casi con estrema evidenza una connessione irrinunciabile tra architettura e moda. Abiti e abitare sono legati etimologicamente dal latino habere, da intendere come “comportarsi”, ma anche nella sostanza: entrambe le discipline sono un’indagine sul corpo umano come esperienza di spazio e nello spazio. Così i vestiti sono case nei gusci della collezione “Craig Green” per Moncler e gli spazi urbani sono vestiti nell’omaggio di Msgm alla metropolitana milanese di Albini e Helg.
“Architettura e moda stanno incontrandosi sul terreno di una funzione che le oltrepassa: quella della presenza del corpo umano, una funzione che vuole rinnovarsi”. Si apre così l’intervista nel numero 460 di Domus di Pierre Restany a Paco Rabanne; anche lui, come altri stilisti (altri architetti), ha una laurea in architettura.
Insieme, moda e architettura hanno da sempre rappresentato e documentato i passaggi più significativi della storia dell’umanità e soprattutto hanno definito le forme e i modi della sua evoluzione; senza che l’una tradisse mai l’altra, sono state complici nelle sfide tecnologiche, sociali e politiche, come attente osservatrici e operatrici pronte. Questa relazione èmanifesta nel dialogo aperto tra tutti gli elementi che, durante le sfilate, mettono in relazione architettura e moda.
Dopo alcuni anni di set più o meno spogli e minimi, sembra che le passerelle stiano tornando a essere luoghi ben più complessi di un semplice percorso, proprio come accadeva a Chanel sotto la guida di Karl Lagerfeld, in cui le ambientazioni degli show sono state praticamente qualsiasi cosa: un aereo, un supermercato, un giardino, un bosco e quasi sempre protette dalle volte Art Nouveau del Grand Palais.
Lo dimostrano i set architettati da Amo (l’alter ego di Oma) per Prada - piani inclinati, griglie, superfici industriali, o le scenografie radicali costruite da Demna, dalla passerella trasformata in una tempesta di neve artificiale al tunnel allagato. Accanto a questi, ci sono stilisti che scelgono di affidare il racconto delle collezioni a luoghi fortemente eloquenti, come la Gucci di Alessandro Michele al Castello Ottagonale, o Jacquemus a Villa Malaparte a Capri.
Senza che l’una tradisse mai l’altra, sono state complici nelle sfide tecnologiche, sociali e politiche, come attente osservatrici e operatrici pronte.
E zoomando, l’architettura è nei vestiti stessi: nelle strutture plissettate di Issey Miyake, nei decori delle maioliche siciliane stampati sui capi di Dolce & Gabbana, nei volumi parametrici di Balenciaga.
Entrambe le discipline sono un’indagine sul corpo umano come esperienza di spazio e nello spazio.
Non stupisce dunque che nelle biografie dei grandi stilisti, gli esordi e la formazione accadano spesso negli ambiti della progettazione architettonica o dell’interior o del design di mobili. È un passaggio del tutto naturale da una scala all’altra del design. Nella gallery cinque stilisti straordinari che non hanno studiato moda.
