Ma tu l’hai capito cosa rappresenta il deserto di Sirāt?

Con eco de Il salario della paura, Mad Max: Fury Road e perfino Indiana Jones, Sirāt usa il deserto per smascherare la fragilità dell’uomo occidentale, tra rave e incertezze, e con la guerra in perenne sottofondo.

Vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025 e in corsa per l’Oscar come miglior film internazionale, Sirāt è il quarto lungometraggio del regista franco-gallego Oliver Laxe.

La prima parte del film è attraversata dall’idea di rituale collettivo. Il rave si configura come cerimonia, dispositivo di concentrazione in cui i corpi si riconoscono attraverso il suono, il ritmo, la prossimità fisica. I personaggi occupano lo stesso spazio senza necessariamente condividere una direzione comune, come se la comunità esistesse nella durata del battito. È in questo equilibrio che si inserisce il primo “detour” del film, l’intervento dell’esercito, che, attenzione!, non arriva per sgomberare un rave illegale, bensì per evocare una guerra imminente. Una minaccia che resta però sospesa, e proprio questa opacità produce il primo slittamento percettivo che il film condivide con lo spettatore. 

Oliver Laxe, Sirāt, 2025

Da qui in avanti il deserto si impone come condizione assoluta. È uno spazio nudo, privo di appigli, che diventa banco di prova per i corpi e per lo sguardo: le distanze ingannano, l’orientamento si sfalda, ogni decisione pesa, ogni sosta e ogni ripartenza espongono i personaggi all’impossibilità del controllo. In questo vuoto, la musica techno assume una funzione decisiva. Non commenta e non decora: è musica operativa, che lavora sullo spazio come forza materiale, lo comprime, rendendolo temporaneamente abitabile. Le casse resteranno poi nel deserto come monoliti di kubrickiana memoria, presenze mute quando il suono e le certezze si spengono definitivamente, tracce di una comunità inizialmente tangibile e poi – letteralmente – deflagrata.

Le casse resteranno poi nel deserto come monoliti di kubrickiana memoria, presenze mute quando il suono e le certezze si spengono definitivamente.

Ma andiamo per gradi: nel procedere del viaggio, il movimento perde valore orientativo. In questo senso, Sirāt richiama implicitamente Il salario della paura (1977) di Friedkin: non tanto per la dinamica del pericolo spettacolare, quanto per l’idea di un attraversamento in cui ogni avanzamento coincide con un aumento del rischio.
Ciò che viene messo alla prova non è il coraggio, ma la tenuta, la capacità di restare dentro una condizione che può crollare in qualsiasi istante. 

L’inevitabile confronto con Mad Max: Fury Road (2015) lavora invece su un altro piano, per sottrazione: là dove il film di Miller organizza il deserto come sistema governato da traiettorie leggibili e antagonisti riconoscibili, qui lo spazio resta aperto, privo di nemici evidenti.
Le tragedie non arrivano come esiti di un conflitto, bensì come irruzioni improvvise dell’imprevedibile, e Laxe riesce magistralmente ad allineare questo passaggio con la percezione dello spettatore, che si ritrova, come i protagonisti del film, esposto allo stesso scarto improvviso tra quiete e disastro.

Sirāt trova la sua forma più spietata quando la catastrofe emerge come unico orizzonte residuo. La violenza che irrompe è tale da risultare spettatorialmente inaccettabile, poiché non riconducibile a logiche narrative conosciute. Dilania i corpi e insieme le sicurezze di chi guarda. Ciò che resta è la contingenza pura. E il film non tenta di addomesticarla questa contingenza, al contrario, si espone ed espone lo spettatore a una dimensione in cui nulla garantisce la continuità del passo successivo.

Un ulteriore layer interpretativo della pellicola risiede nel ritratto che Laxe tratteggia del corpo sociale dell’Europa post-imperiale: una middle class europea (incarnata dal personaggio di Luis) in caduta libera, lontana da qualsiasi possibilità di incidere sulle dinamiche che la attraversano. La guerra, pur rimanendo sempre fuori campo, evocata come un rumore di fondo, una trasmissione radio captata a distanza, permea le immagini come un iperoggetto, sufficiente a contaminare ogni respiro tra un fotogramma e l‘altro.

Il riferimento al “sirāt”, il sottile ponte che nella tradizione islamica separa la salvezza dalla dannazione, si articola come struttura percettiva e come simbolo. Comprendiamo quindi la scelta di Laxe – che più volte ha dichiarato la propria vicinanza al sufismo – di far comparire il titolo dopo ben 30 minuti dall’inizio del film, quando il gruppo lascia la strada per imboccare il deserto. A voler essere blasfemi, l’attraversamento dello sirāt metaforico e del campo minato finale, ricordano la terza prova di Indiana Jones e l’ultima crociata (1989), in cui il ponte invisibile si attraversa a occhi chiusi, con la fede. Ma la conclusione del film di Laxe è tutt’altro che salvifica.


All’uscita dalla sala, ciò che rimane nel corpo dello spettatore non è solo l’eco del ritmo, del ballo, della tensione a una dimensione mistica. In queste si innesta con violenza una sensazione atavica: la consapevolezza che anche un gesto semplice come procedere nello spazio non può essere dato per scontato. La grandezza del film sta proprio nel lasciarci in uno stato di sospensione, di esposizione, costringendo i nostri corpi e coscienze a convivere con l’assenza di futuro come condizione presente.

Tutte le immagini: Courtesy Mubi