Pare cretino (e forse lo è), ma fino a un certo punto. È una questione cromatica: di come colori e scritte si stampano su certi materiali e di come questi, a loro volta, si incollano sul corpo. Non riguarda solo le Olimpiadi. Non riguarda solo i Giochi Olimpici Invernali. Ma certo, da quando il 6 febbraio scorso ci siamo ritrovati a confrontarci costantemente con lo sfondo bianco puro dei campi di discesa, nelle arene ghiacciate e a bordocampo, allora sì: abbiamo capito meglio come l’essere immersi per tre settimane in linee colorate di ogni natura ci abbia resi quasi schiavi di un mondo a metà tra Disney Pixar e Teletubbies, anche grazie a un’umanità almeno per metà col viso semicoperto da caschi e occhialoni.
Quando questi venivano tirati via a fine gara (o dopo una sconfitta), era come osservare un volto umano per la prima volta. Una strana meraviglia, specifica di questi Giochi. E così, stufi della gravità, ci siamo ritrovati pronti a scivolare invece che camminare, a piroettare invece che girarci semplicemente di lato, a perderci in aria invece che dentro un centro commerciale.
Siamo entrati in uno degli universi possibili del reale: quello in cui vorremmo abitare sempre.
In questo senso, la finalissima di hockey su ghiaccio maschile tra Usa e Canada è stata un trionfo di rosso su bianco ovunque (dati i colori comuni alle due nazioni): nella tifoseria, nelle divise, ma soprattutto impressi sulla retina se osservati dall’alto — posto privilegiato — del campo immacolato dell’Arena Milano, nuovissima, costruita in foto-finish per ospitare il torneo e non solo.
Nei corridoi — dotati di distribuzione di cibo e bevande calde e fredde accessibile semplicemente appoggiando la Visa — si è vista un’umanità gioiosa, per nulla aggressiva, ricoperta di foglie d’acero o di pantaloni da tuta di Capitan America, cappelli di pelliccia finta alla Davy Crockett o cappelli texani. Tifo moderato, anche grazie alla schiacciante e geniale selezione musicale di squisite stronzate a 130 bpm che ha fatto da pavimento sonoro a ogni secondo della partita, della sua attesa e dei suoi intervalli.
È finita ai supplementari, 2-1 per gli Stati Uniti, con tripudi contenuti e nessun accento di grandeur trumpiana. La “rivalità bollente” geopolitica ha lasciato spazio a una forma di dormiveglia adolescente, che è stato in fondo il segno della partita e di molti match visti in questi giorni.
Ora mi attirerò sputi e calci, ma vista dall’alto, dentro questo cono rovesciato, la dinamica dell’hockey ricorda — più ancora del calcio — quella di ragazzi che se le danno su un lago ghiacciato dopo l’uscita da scuola (il football americano ne è la versione outdoor). Se aggiungiamo le divise-armature — magnifiche quelle dei portieri — e gli ingressi in campo dal bordo, che a tratti ricordano certi salti coreografici di West Side Story, il carattere teenager si pone proprio al centro del gioco, come in gran parte dei sedici sport visti in questi giorni. E qui non si può non citare il bronzo nello snowboard cross della fantastica diciottenne Michela Moioli.
Più ancora che nel calcio o in altri sport, questo mondo invernale fumettoso è pieno di cosplayer ultratecnologici che corrono nelle piste incastrate nel Forum di Assago (Milano Ice Skating Arena) o nei padiglioni riconvertiti della Fiera di Milano a Rho (ora Milano Speed Skating Stadium, destinato poi a diventare un “Live Dome”). Lì si sono viste — gare di sci a parte, tra Cortina e Livigno — cose incredibili: le staffette maschili a tre, uno dietro l’altro; le gare individuali di velocità che creano sciami di filamenti colorati nell’occhio. A cui si aggiungono quelli grafici del bordocampo e degli stacchi tv, componendo un’immagine coordinata dei Giochi molto bella, soprattutto nei gradienti celeste-giallo-verde firmati da Landor & Fitch.
Interessante anche il lavoro dello Studio Tomo Tomo con Edizioni Zero, che ha rifasciato la stazione di Portello (vicino a CityLife) con “Fundamentals”, l’intervento dedicato ai principi di ciascuno sport, comprese citazioni di Boccioni.
Questo futurismo remixato, leggero, insieme alla fasciatura generalizzata dei corpi (mille gli shorts dei ragazzi che cercavano di entrare nelle tutine, con tripudio social di sederi sodi ovunque, specie maschili), ha vaporizzato la pesantezza del mondo, facendoci entrare in uno degli universi possibili del reale: quello in cui vorremmo abitare sempre, e non solo per così poco.
Ovunque, per le strade e nella conigliera del Villaggio Olimpico, migliaia di ragazze e ragazzi in giacche a vento di ogni colore e geometria, fino alle giacche bianche gonfiabili disegnate per la nazionale statunitense da Nike Acg.
L’Arena Milano — che sembra esistere da sempre — è in realtà frutto di un rapidissimo miracolo ingegneristico. Uscendo dalla tangenziale, è impossibile non vedere i tre anelli di ledwall di questa sorta di Guggenheim (immaginato da David Chipperfield), con i fascioni che ruotano nel gradiente verde-azzurro-giallo.
Questo futurismo remixato e leggero ha vaporizzato la pesantezza del mondo.
Sedicimila posti indoor, una struttura simile a un’arena di Colonia ma portata a un livello successivo (non a caso è di proprietà del colosso tedesco Eventim). Un luogo nuovo, ben collocato in un ex buco nero dell’espansione a sud della città, dotato anche di uno dei parcheggi più chic al mondo. Visione perfetta da ogni posto, anello massiccio di skybox di lusso, comfort minimo garantito.
A metà marzo, finiti i Giochi, si aprirà alla musica globale, a tappe Nba, a feste estive nel piazzale da 12.000 metri quadri. Un’estetica che tiene conto di una generazione cresciuta col K-Pop, con un’idea precisa di lusso “senza sforzo”. Un’astronave pronta ad aggiungere nuove prestazioni, nuovi mondi.
A meno che non si appartenga a una realtà così cruda da costringere a diventare supereroi per forza, per riuscire finalmente a volare.
Appuntamento dal 5 al 15 marzo con le Paralimpiadi: forse il vero futuro, qui e ora. Lì si giocherà davvero, grafismi o meno.
Immagine di apertura: Foto Alessandro Scarano
