Concrete Mon Amour: The Raw Imprint of Modernism è il terzo libro fotografico, dopo Soviet Asia e Brutalist Italy, dell’italiano Stefano Perego. È forse anche il suo lavoro più completo: una vera esplorazione alla ricerca del Moderno tra Balcani, Caucaso, Baltici, fino a Israele e Giappone, spalmata su oltre dieci anni di viaggi.
“È stato durante un viaggio nei Balcani, nel 2015, che ho scoperto un linguaggio architettonico capace di parlarmi con una forza inaspettata”, racconta Perego a Domus. “A Belgrado, Skopje e Podgorica mi sono imbattuto in edifici costruiti tra gli anni Sessanta e Ottanta, caratterizzati dall’uso massiccio del cemento armato a vista e da forme audaci, anticonvenzionali. Architetture che non chiedevano di piacerti: ti costringevano a guardarle. È stato come innamorarsi di una cosa che non avevo mai considerato prima”.
Il volume, edito da Gestalten, raccoglie 98 edifici fotografati in 29 paesi. Brutalismo, modernismo sovietico e metabolismo giapponese sono solo alcune delle coordinate che emergono tra le pagine: dalle capsule sospese della Nakagin Tower di Tokyo alle sculture memoriali dell’ex Jugoslavia, passando per i “corn-cob” residenziali di Minsk e i complessi universitari dell’Estonia.
Più che un atlante, il libro è un viaggio dentro alle reazioni contrastanti che queste architetture continuano a suscitare. Se in alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica sono state riutilizzate con ironia o trasformate in attrazioni turistiche, altrove restano ferite aperte, vandalizzate o abbandonate perché legate a un passato scomodo. “In ex Jugoslavia – spiega Perego – molti edifici socialisti sono percepiti ancora come il riflesso di un passato che si preferirebbe dimenticare. I conflitti degli anni ’90 e la frammentazione territoriale hanno lasciato dietro di sé un patrimonio difficile da gestire, sia per ragioni economiche che per motivazioni simboliche”.
In ogni scatto ho cercato di immaginare le visioni brillanti e radicali degli architetti di questi edifici, i protagonisti di un capitolo a volte sottovalutato, ma incredibilmente interessante, della storia dell’architettura.
Stefano Perego
Béatrice Grenier, la direttrice curatoriale della Fondation Cartier pour l’art contemporain, raccontava in un articolo su Domus della lotta globale in atto per preservare l'architettura modernista, che — come per l'Ontario Place a Toronto, Canada — rischia ancora di essere fraintesa e facilmente sostituita. Portava il caso studio di un'iniziativa della Agency for Contemporary Development of Uzbekistan che, con interventi culturali e architettonici (restauro, rifunzionalizzazione, riuso), si era posta l'obiettivo di ridefinire il ruolo dell'eredità sovietica agli occhi dei cittadini di Tashkent.
C’è poi il fenomeno opposto e tutto contemporaneo: la consacrazione di questi edifici nel circuito globale del marketing urbano. Da Tbilisi a Tokyo, molte icone del Moderno sono diventate mete visitatissime, fotografatissime, perfino gentrificate. “Nel corso di oltre dieci anni di esplorazione e fotografia, mi è capitato più volte di tornare in una città e non ritrovare un edificio che avevo documentato, o di scoprirlo completamente trasformato, svuotato del suo fascino originario. Queste esperienze mi hanno fatto riflettere su quanto la fotografia non sia solo uno strumento artistico, ma anche un mezzo fondamentale per salvare la memoria, oltre che per sensibilizzare l’opinione pubblica e, in alcuni casi, stimolare processi di conservazione che altrimenti non avrebbero avuto luogo”.
Se per molti il modernismo è “solo cemento” e per altri un esercizio filologico, per Perego resta soprattutto un’idea: “Quell’idea di futuro che caratterizzava i decenni tra ’60 e ’80, quando gli edifici erano pensati come simboli di progresso, di novità, di visione collettiva”. In un panorama editoriale ormai affollato da volumi che cercano la prossima icona sovietica da copertina, ciò che rende diverso Concrete, mon amour è la capacità di cogliere, in uno scatto, l’istante in cui quelle aspirazioni futuristiche si sono scontrate inevitabilmente con il presente.
Immagine di apertura: Peace Monument, Nugzar Manjaparashvili, Nukriani, Georgia. Foto Stefano Perego, Concrete Mon Amour, gestalten 2025
