Tutti i film di Venezia da vedere nei prossimi mesi

Dal Brutalista di Corbet all’ovvio Guadagnino, da Almodovar a Kitano, con l’aggiunta di una serie tv firmata da Cuarón e una tutta ltaliana, ecco la lista degli imperdibili da segnare per quando usciranno al cinema o sulle piattaforme di streaming.

The Brutalist di Brady Corbet È il film della mostra e sarà uno dei film dell’anno. La Universal ha intenzione di provare a portarlo agli Oscar e, almeno per quanto riguarda il protagonista Adrien Brody, sembrano esserci buone possibilità. È la storia di un architetto inventato, un ebreo della scuola Bauhaus che, sopravvissuto ai campi di concentramento, arriva in America e lì inizia la seconda parte della sua vita, tra opere grandiose e l’eredità di quello che gli è successo. 

Brady Corbet, The Brutalist

The Brutalist di Brady Corbet Come il trauma subito entri nell’arte e nella vita, e come l’architettura è raccontata (al pari di una grande impresa di uomini che faticano a dare forma a qualcosa di immenso), è ciò che rende questo film eccezionale. L’aria morbida, la messa in scena con colori espressivi e un tono sia quieto che pieno di ritmo e tensione sono un vero traguardo. Brady Corbet è una creatura della Mostra del cinema di Venezia: sono loro che l’hanno scoperto e valorizzato, e con questo film diventa uno dei grandi autori mondiali.

Brady Corbet, The Brutalist

Queer di Luca Guadagnino C’è un primo dato incontrovertibile su questo film: è un’opera di artigianato del cinema di livello eccelso. C’è un piccolo borgo messicano degli anni ‘50 ricostruito a Cinecittà, illuminato, ripreso e composto nelle sue inquadrature secondo un’iconografia pittorica dell’epoca (Edward Hopper ma anche gli iperrealisti) che è incredibile. Non per la sua verosimiglianza, ma perché è un luogo plasmato per dire qualcosa sulla persona che si muove dentro, non è realistico ma espressionistico. 

Luca Guadagnino, Queer

Queer di Luca Guadagnino Il protagonista è un uomo in cerca di qualcuno con cui entrare in contatto profondamente, stordito e allucinato da alcol e droghe. Questo qualcuno lo trova e con lui va alla ricerca di una pianta che pare possa consentire la telepatia. Gli effetti visivi, lo stile del racconto e il lavoro con Daniel Craig sull’interpretazione (la migliore della sua vita, senza dubbio) sono di prim’ordine. Queer è un’opera d’arte dei nostri anni, e come tale è selvaggia e brutale. Può non piacere, ma non può lasciare indifferenti. La giuria ha ritenuto di non dargli nessun premio, e questa è una colpa con la quale dovranno convivere.

Luca Guadagnino, Queer

La stanza accanto di Pedro Almodóvar Il film che ha vinto il Leone d’oro è un grande film di Pedro Almodóvar. Uno palesemente senile, che non ha le continue fiammate visive e il fare provocatorio delle opere più note, ma è un film di dialoghi, di persone che pensano alla morte (propria e del genere umano). Sembra qualcosa di terribile e deprimente, e invece la forza sta proprio in come Almodóvar racconti queste persone che si incamminano verso la fine, distrutte da un cancro ma anche consce dei cambiamenti climatici, rifiutandosi di vivere come se andassero al patibolo. 

Pedro Almodóvar, La stanza accanto

La stanza accanto di Pedro Almodóvar “Ci sono molti modi di vivere una tragedia” è la frase chiave pronunciata da Julianne Moore, ma più di tutto parlano le scelte visive. Perché, come tutti i grandi artisti del cinema, anche in un film molto parlato, le cose più interessanti Pedro Almodóvar le dice con le immagini. Ad esempio quando rende un trapasso non un momento triste di dimessa accettazione della fine, ma un momento di trionfo, attraverso una composizione quasi pittorica.

Pedro Almodóvar, La stanza accanto

Kill the Jockey di Luis Ortega Cinema sudamericano senza regole che racconta di un fantino ubriacone su cui la malavita ha puntato tutto e che fallisce la gara. Perseguitato, in fuga, innamorato e dipendente dalla droga, dovrà diventare donna e poi tornare uomo per rinsavire. Fa tutto ridere in questo film di 90 minuti, che unisce la dimensione visiva di Wes Anderson all’umorismo di Aki Kaurismäki ma che è al tempo stesso fortemente argentino. 

Luis Ortega, Kill the Jockey

Kill the Jockey di Luis Ortega È di Luis Ortega, e ci sono un paio di attrici fenomenali: Mariana Di Girolamo (già ammirata in Ema) e Úrsula Corberó (vista in La casa di carta). È cinema rinfrescante che fa umorismo, dice cose intelligenti e sfuma i confini tra buoni e cattivi, sessualità, trionfo e sconfitta, per raccontare di una persona che si salva da sola capendo le donne.

Luis Ortega, Kill the Jockey

Broken Rage di Takeshi Kitano Dura solo 60 minuti questa follia di Takeshi Kitano, un esercizio di stile che poteva riuscire solo a lui. Nei primi 30 minuti viene raccontata la storia di un killer a pagamento, che riceve incarichi attraverso buste anonime, viene incastrato dalla polizia e costretto a infiltrarsi nella malavita per fare da informatore. Nei secondi 30 minuti viene raccontata la stessa identica storia, ripetendola quasi scena per scena, ma in maniera totalmente demenziale. 

Takeshi Kitano, Broken Rage

Broken Rage di Takeshi Kitano Come sempre, quando Takeshi Kitano decide di far ridere con il suo umorismo scemo c’è da stare tranquilli che si riderà tantissimo, ma in questo film c’è anche la sintesi migliore della sua intera carriera, da sempre divisa tra film serissimi e un umorismo demenziale che raggiunge vette di scemenza intenzionale che nessun altro sa immaginare.

Takeshi Kitano, Broken Rage

Disclaimer - La vita segreta di Alfonso Cuarón È una serie di Alfonso Cuarón con Kevin Kline e Cate Blanchett che racconta di una donna a cui viene recapitato a casa un libro che contiene la storia di un fatto che le è accaduto decenni prima e che ha tenuto nascosto. Chi è stato e perché è il punto di tutto. Disclaimer andrà su Apple TV+ nel corso dell’anno e chi lo vedrà scoprirà, per l’ennesima volta, che Alfonso Cuarón è un genio della messa in scena. 

Alfonso Cuarón, Disclaimer - La vita segreta

Disclaimer - La vita segreta di Alfonso Cuarón Questa storia, che si svolge su due linee temporali (il presente e il passato di quel racconto), è un film di luce, in cui ogni evento si svolge in un momento preciso del giorno perché deve avere quella luce lì, e in cui un annegamento sembra uscito da un quadro di Turner. Gli abissi delle persone sono sempre espressi dagli ambienti, dalle case, dalle città, dalle spiagge e da quest’aria incredibile che si respira, piena di sesso e di voglia di vivere. C’è una grande intreccio come in tutte le serie, ma il rapporto con la luce naturale del sole è quello che crea un mood da estasi.

Alfonso Cuarón, Disclaimer - La vita segreta

M - Il figlio del secolo di Joe Wright È la seconda serie TV che ha impressionato a Venezia, tratta dal romanzo di Antonio Scurati. Racconta i primi cinque anni del fascismo, dalla nascita alla presa del potere e all’omicidio Matteotti. Luca Marinelli interpreta Mussolini e l’ha diretta Joe Wright con la sua consueta passione per un montaggio furioso come modo di dire tutto quello che le parole non riescono ad esprimere. 

Joe Wright, M - Il figlio del secolo

M - Il figlio del secolo di Joe Wright La scelta fatta è stata la più audace possibile: far parlare Mussolini con il pubblico, fargli rompere la quarta parete per confidare, scherzare e piacere. Questa è una serie che non rinnega mai gli orrori, ma che rende simpatico Mussolini, quasi piacevole. E del resto piaceva e come agli italiani! L’impresa riuscita è il fatto di poter sia spiegare cosa ci fosse di attraente, sia mostrare le nefandezze, l’abiezione morale, i tradimenti, ma anche la totale incapacità di Mussolini. Più che un gigante, è un nano che gli eventi hanno portato al potere. La produzione italiana più audace, rischiosa e arrogante dell’anno, e anche la più riuscita.

Joe Wright, M - Il figlio del secolo

Se qualcosa questo festival di Venezia ha detto è che il cinema nell’anno 2024 è una questione di formati lunghi, di tante ore. A sfuggire a questa regola è stato chi ha voluto girare qualcosa di ribelle, punk e fuori dai canoni. Film che fossero classici o ordinari e anche brevi non se ne sono visti. Solo follie sotto i 90 minuti e grandi opere sopra i 120. Ad aumentare il minutaggio poi sono state le serie TV presentate, alcune delle migliori di questi anni, in un’edizione che per la prima volta ne ha fatte vedere quattro, intere, con tutti gli episodi (suddivise in due proiezioni-binge da circa 4 episodi l’una).

Immagine di apertura: La stanza accanto di Pedro Almodovar

The Brutalist di Brady Corbet Brady Corbet, The Brutalist

È il film della mostra e sarà uno dei film dell’anno. La Universal ha intenzione di provare a portarlo agli Oscar e, almeno per quanto riguarda il protagonista Adrien Brody, sembrano esserci buone possibilità. È la storia di un architetto inventato, un ebreo della scuola Bauhaus che, sopravvissuto ai campi di concentramento, arriva in America e lì inizia la seconda parte della sua vita, tra opere grandiose e l’eredità di quello che gli è successo. 

The Brutalist di Brady Corbet Brady Corbet, The Brutalist

Come il trauma subito entri nell’arte e nella vita, e come l’architettura è raccontata (al pari di una grande impresa di uomini che faticano a dare forma a qualcosa di immenso), è ciò che rende questo film eccezionale. L’aria morbida, la messa in scena con colori espressivi e un tono sia quieto che pieno di ritmo e tensione sono un vero traguardo. Brady Corbet è una creatura della Mostra del cinema di Venezia: sono loro che l’hanno scoperto e valorizzato, e con questo film diventa uno dei grandi autori mondiali.

Queer di Luca Guadagnino Luca Guadagnino, Queer

C’è un primo dato incontrovertibile su questo film: è un’opera di artigianato del cinema di livello eccelso. C’è un piccolo borgo messicano degli anni ‘50 ricostruito a Cinecittà, illuminato, ripreso e composto nelle sue inquadrature secondo un’iconografia pittorica dell’epoca (Edward Hopper ma anche gli iperrealisti) che è incredibile. Non per la sua verosimiglianza, ma perché è un luogo plasmato per dire qualcosa sulla persona che si muove dentro, non è realistico ma espressionistico. 

Queer di Luca Guadagnino Luca Guadagnino, Queer

Il protagonista è un uomo in cerca di qualcuno con cui entrare in contatto profondamente, stordito e allucinato da alcol e droghe. Questo qualcuno lo trova e con lui va alla ricerca di una pianta che pare possa consentire la telepatia. Gli effetti visivi, lo stile del racconto e il lavoro con Daniel Craig sull’interpretazione (la migliore della sua vita, senza dubbio) sono di prim’ordine. Queer è un’opera d’arte dei nostri anni, e come tale è selvaggia e brutale. Può non piacere, ma non può lasciare indifferenti. La giuria ha ritenuto di non dargli nessun premio, e questa è una colpa con la quale dovranno convivere.

La stanza accanto di Pedro Almodóvar Pedro Almodóvar, La stanza accanto

Il film che ha vinto il Leone d’oro è un grande film di Pedro Almodóvar. Uno palesemente senile, che non ha le continue fiammate visive e il fare provocatorio delle opere più note, ma è un film di dialoghi, di persone che pensano alla morte (propria e del genere umano). Sembra qualcosa di terribile e deprimente, e invece la forza sta proprio in come Almodóvar racconti queste persone che si incamminano verso la fine, distrutte da un cancro ma anche consce dei cambiamenti climatici, rifiutandosi di vivere come se andassero al patibolo. 

La stanza accanto di Pedro Almodóvar Pedro Almodóvar, La stanza accanto

“Ci sono molti modi di vivere una tragedia” è la frase chiave pronunciata da Julianne Moore, ma più di tutto parlano le scelte visive. Perché, come tutti i grandi artisti del cinema, anche in un film molto parlato, le cose più interessanti Pedro Almodóvar le dice con le immagini. Ad esempio quando rende un trapasso non un momento triste di dimessa accettazione della fine, ma un momento di trionfo, attraverso una composizione quasi pittorica.

Kill the Jockey di Luis Ortega Luis Ortega, Kill the Jockey

Cinema sudamericano senza regole che racconta di un fantino ubriacone su cui la malavita ha puntato tutto e che fallisce la gara. Perseguitato, in fuga, innamorato e dipendente dalla droga, dovrà diventare donna e poi tornare uomo per rinsavire. Fa tutto ridere in questo film di 90 minuti, che unisce la dimensione visiva di Wes Anderson all’umorismo di Aki Kaurismäki ma che è al tempo stesso fortemente argentino. 

Kill the Jockey di Luis Ortega Luis Ortega, Kill the Jockey

È di Luis Ortega, e ci sono un paio di attrici fenomenali: Mariana Di Girolamo (già ammirata in Ema) e Úrsula Corberó (vista in La casa di carta). È cinema rinfrescante che fa umorismo, dice cose intelligenti e sfuma i confini tra buoni e cattivi, sessualità, trionfo e sconfitta, per raccontare di una persona che si salva da sola capendo le donne.

Broken Rage di Takeshi Kitano Takeshi Kitano, Broken Rage

Dura solo 60 minuti questa follia di Takeshi Kitano, un esercizio di stile che poteva riuscire solo a lui. Nei primi 30 minuti viene raccontata la storia di un killer a pagamento, che riceve incarichi attraverso buste anonime, viene incastrato dalla polizia e costretto a infiltrarsi nella malavita per fare da informatore. Nei secondi 30 minuti viene raccontata la stessa identica storia, ripetendola quasi scena per scena, ma in maniera totalmente demenziale. 

Broken Rage di Takeshi Kitano Takeshi Kitano, Broken Rage

Come sempre, quando Takeshi Kitano decide di far ridere con il suo umorismo scemo c’è da stare tranquilli che si riderà tantissimo, ma in questo film c’è anche la sintesi migliore della sua intera carriera, da sempre divisa tra film serissimi e un umorismo demenziale che raggiunge vette di scemenza intenzionale che nessun altro sa immaginare.

Disclaimer - La vita segreta di Alfonso Cuarón Alfonso Cuarón, Disclaimer - La vita segreta

È una serie di Alfonso Cuarón con Kevin Kline e Cate Blanchett che racconta di una donna a cui viene recapitato a casa un libro che contiene la storia di un fatto che le è accaduto decenni prima e che ha tenuto nascosto. Chi è stato e perché è il punto di tutto. Disclaimer andrà su Apple TV+ nel corso dell’anno e chi lo vedrà scoprirà, per l’ennesima volta, che Alfonso Cuarón è un genio della messa in scena. 

Disclaimer - La vita segreta di Alfonso Cuarón Alfonso Cuarón, Disclaimer - La vita segreta

Questa storia, che si svolge su due linee temporali (il presente e il passato di quel racconto), è un film di luce, in cui ogni evento si svolge in un momento preciso del giorno perché deve avere quella luce lì, e in cui un annegamento sembra uscito da un quadro di Turner. Gli abissi delle persone sono sempre espressi dagli ambienti, dalle case, dalle città, dalle spiagge e da quest’aria incredibile che si respira, piena di sesso e di voglia di vivere. C’è una grande intreccio come in tutte le serie, ma il rapporto con la luce naturale del sole è quello che crea un mood da estasi.

M - Il figlio del secolo di Joe Wright Joe Wright, M - Il figlio del secolo

È la seconda serie TV che ha impressionato a Venezia, tratta dal romanzo di Antonio Scurati. Racconta i primi cinque anni del fascismo, dalla nascita alla presa del potere e all’omicidio Matteotti. Luca Marinelli interpreta Mussolini e l’ha diretta Joe Wright con la sua consueta passione per un montaggio furioso come modo di dire tutto quello che le parole non riescono ad esprimere. 

M - Il figlio del secolo di Joe Wright Joe Wright, M - Il figlio del secolo

La scelta fatta è stata la più audace possibile: far parlare Mussolini con il pubblico, fargli rompere la quarta parete per confidare, scherzare e piacere. Questa è una serie che non rinnega mai gli orrori, ma che rende simpatico Mussolini, quasi piacevole. E del resto piaceva e come agli italiani! L’impresa riuscita è il fatto di poter sia spiegare cosa ci fosse di attraente, sia mostrare le nefandezze, l’abiezione morale, i tradimenti, ma anche la totale incapacità di Mussolini. Più che un gigante, è un nano che gli eventi hanno portato al potere. La produzione italiana più audace, rischiosa e arrogante dell’anno, e anche la più riuscita.