A dieci anni dalla scomparsa di Zaha Hadid, il sesto capitolo degli Hans Ulrich Obrist Archives – che configurano la pluridecennale attività curatoriale di Obrist come un archivio dinamico e polifonico della storia dell’arte contemporanea – rende omaggio all’architetta irachena restituendo una lettura stratificata e personale della sua ricerca progettuale, riattivata proprio a partire dal dialogo tra Hadid e il curatore, che ha orientato nel tempo il suo percorso attraverso una costellazione di incontri, progetti e conversazioni.
C’è una grande mostra dedicata a Zaha Hadid, ma non è quella che immagini
A Luma Arles, Hans Ulrich Obrist racconta l’architetta irachena attraverso dipinti, disegni, conversazioni e archivi: molto prima che le sue geometrie diventassero edifici reali.
View Article details
- Ilaria Bonvicini
- 12 maggio 2026
La mostra “Zaha Hadid: ‘I Think There Should Be No End to Experimentation’”, concepita in collaborazione con la Zaha Hadid Foundation e ospitata presso Luma Arles, all’interno della torre di Frank Gehry nel Parc des Ateliers, insiste sulla centralità della pittura astratta come strumento di invenzione spaziale: prima ancora che la complessità geometrica diventasse facilmente gestibile da software digitali, Hadid costruiva architettura per mezzo di segni calligrafici, assi assonometrici e prospettive multiple, spingendo la disciplina verso un lessico spaziale alternativo che avrebbe trovato una traduzione costruita solo anni dopo, in edifici come la Vitra Fire Station o la Cma Cgm Tower.
Il disegno come campo di sperimentazione radicale, quindi, dove forma e movimento precedono la costruzione e ne definiscono le condizioni di possibilità. In questo senso, il percorso espositivo si articola in tre capitoli per tornare alle origini teoriche del suo lavoro, intrecciando le influenze del Costruttivismo e delle avanguardie russe con la formazione all’Architectural Association sotto la guida di Rem Koolhaas ed Elia Zenghelis, fino alla ricezione in Francia e al lungo sodalizio con Obrist.
Il rapporto con il curatore inizia alla fine degli anni Novanta e trova una prima concretizzazione nel 2000, quando la invita a realizzare Meshworks per il ciclo “La Ville, le Jardin, la Mémoire” alla Villa Medici. Da lì, una serie di incontri tra Londra, Basilea, Monaco e Parigi instaura un confronto continuo sui temi della città, del museo e delle possibilità dell’urbanistica contemporanea. Il legame si intensifica poi con l’ingresso di Obrist alla Serpentine Galleries nel 2006, di cui Zaha Hadid era membro del board dal 1996 e per cui aveva già progettato il Pavilion. Dalle prime collaborazioni fino ai progetti condivisi alla Serpentine Galleries – l’installazione Lilas del 2007, la Serpentine North Gallery e il suo ristorante The Magazine – il loro confronto ha sempre attraversato contesti e scale diverse, mantenendo al centro una riflessione comune sullo spazio come campo aperto.
Senza cedere alla tentazione retrospettiva in senso canonico, “Zaha Hadid ‘I Think There Should Be No End to Experimentation’” racconta Hadid come una figura mossa da una tensione continua tra disciplina e sconfinamento, come autrice di forme e teorica foriera di un’architettura d’avanguardia in costante ridefinizione. Insieme a dipinti calligrafici, taccuini e disegni – riuniti per la prima volta in un nucleo significativo dopo la mostra postuma della Serpentine “Zaha Hadid: Early Paintings and Drawings” – interviste inedite registrate tra il 2001 e il 2013 accompagnano i materiali d’archivio e i contributi visivi di colleghi e ammiratori. La dimensione discorsiva dell’architettura – spesso marginalizzata nelle mostre monografiche – riacquista così centralità venendo presentata come esercizio indispensabile di interrogazione e riflessione critica, oltre che come pratica progettuale.
Sebbene i riconoscimenti come il Pritzker Architecture Prize, lo Stirling Prize e la Riba Royal Gold Medal abbiano consolidato il profilo internazionale di Zaha Hadid, questo allestimento si radica in un'altra genealogia: quella che la vede, prima ancora che autrice di edifici, costruttrice di immagini e di possibilità — e, soprattutto, interlocutrice d'elezione di Obrist in una conversazione che ha contribuito a ridefinire i confini tra architettura, arte e pensiero curatoriale.
Immagine di apertura: Zaha Hadid © Photograph by Brigitte Lacombe
Mostra: Zaha Hadid: ‘I Think There Should Be No End to Experimentation’ A cura di: Hans Ulrich Obrist, Arthur Fouray, Lucas Jacques-Witz Dove: Luma Arles, Arles, Francia Date: 1 maggio - Primavera 2027