Le rovine del socialismo contro le ruspe: il destino del Sez decide il futuro di Berlino

Sospesa tra un presente sempre più omologato e un passato mitizzato, la capitale tedesca attraversa una profonda crisi d’identità. Il suo futuro potrebbe decidersi sulle rovine del SEZ, dove si affrontano due visioni opposte di sviluppo urbano. 

Landsberger Allee è uno di quei viali fuori scala come ve ne sono tanti in quella che un tempo era Berlino Est. Marciapiedi immensi, quattro corsie di asfalto, lo sferragliare dei tram: una linea retta lanciata verso le promesse del socialismo reale.

Percorrere Landsberger Allee è un esercizio di archeologia urbana. Partiamo da Platz der Vereinten Nationen, un tempo Leninplatz: prima del 1991 ospitava una colossale statua di Lenin in granito rosso ucraino, oggi sostituita da una fontana monumentale che marca il vuoto di un'ingombrante assenza. Costeggiamo il Volkspark Friedrichshain con la sua collina artificiale di macerie della Seconda Guerra Mondiale, superiamo il Friedhof der Märzgefallenen – il cimitero dei martiri delle rivoluzioni fallite del 1848 e del 1918 – e all'altezza di Petersburger Strasse scorgiamo infine lo scheletro di un edificio bizzarro, abbandonato da anni.

Il SEZ abbandonato nel 2022. Via Wikimedia Commons

Tra le rovine dell’avvenire

Siamo di fronte al Sez: lo Sport und Erholungs-Zentrum. Al momento della sua inaugurazione, nel 1981, il regime della Ddr lo decantò come il più grande centro ricreativo e sportivo al mondo: 15.000 metri quadrati di vetro e acciaio, piscine, palestre, sale concerto, teatro, piste da bowling e molto altro. Al suo apice, arrivò ad accogliere fino a 22.000 visitatori al giorno. Poi, dopo la riunificazione, la chiusura: ufficialmente per i costi di mantenimento, forse per una silenziosa damnatio memoriae di tutto ciò che sapeva di Ddr. 

Le sue forme retrofuturistiche lasciano ancora intuire l’ingenuo ottimismo di un regime che, anche nei suoi ultimi anni, continuava a credere nel proprio avvenire.

Oggi il Sez si presenta come un ibrido tra il relitto di un'astronave e la carcassa di un parco acquatico, il volto deturpato da anni di rifiuti e vandalismo. Le sue forme retrofuturistiche lasciano ancora intuire l'ingenuo ottimismo di un regime che, anche nei suoi ultimi anni, continuava a credere nel proprio avvenire. 

Inaugurazione del SEZ il 20 marzo 1981. Via Wikimedia Commons

Dopo essere state usate per mostre, eventi temporanei e qualche rave – siamo pur sempre a Berlino – le rovine del Sez si trovano oggi al centro di un acceso contenzioso: da un lato l'amministrazione del quartiere di Friedrichshain-Kreuzberg e un eterogeneo gruppo di attivisti, dall'altro il governo municipale (qui chiamato Senato), che ne ha acquisito la proprietà tramite una società di edilizia pubblica e ha manifestato la chiara intenzione di abbattere ciò che rimane, sostituendolo con appartamenti, una scuola e verde pubblico.


Qualche lustro fa, gli attivisti avrebbero forse avuto gioco facile: fino alla metà degli anni 2010 Berlino era famosa per l'abbondanza di spazi, spesso riqualificati con iniziative dal basso e filosofia "fai-da-te". Oggi la situazione è drasticamente cambiata: dal 2015 al 2025 gli affitti sono più che raddoppiati – un triste primato fra le città tedesche – e la pressione a riempire i pochi vuoti urbani rimasti si fa sempre più insostenibile. La penuria di spazi abitativi è reale, e il sindaco Kai Wegner ha promesso di alleviarla costruendo il più possibile. Se necessario, abbattendo i resti di edifici come il Sez. 

Quattro torri in legno contro le ruspe

Agli inizi del marzo 2026, mentre le ruspe rosicchiavano già le ossa metalliche delle rovine in Landsberger Allee, il colpo di scena. L'assessore all'urbanistica di Friedrichshain-Kreuzberg, Florian Schmidt, presenta a sorpresa un piano alternativo sviluppato assieme agli attivisti dell'iniziativa Sez-Quartier neu Denken: quattro grattacieli in legno capaci di ospitare fino a 600 appartamenti a prezzi calmierati. Ciò che resta degli avveniristici edifici della Ddr verrebbe protetto e riconvertito con un approccio che minimizzerebbe costi e impatto ambientale, ricavandone un centro ricreativo-culturale aperto alla partecipazione dei cittadini.

Quattro torri come argine contro la cementificazione: come gli attivisti immaginano il futuro del SEZ. Courtesy fatkoehl&Quest&forty-five degrees

Attorno al Sez si condensano così due visioni del futuro della città: quella istituzionale, incarnata dal Senato a guida Cdu-Spd e dagli interessi delle grandi società immobiliari, e quella alternativa, rappresentata dal quartiere rosso-verde di Friedrichshain-Kreuzberg e dalle tante associazioni che da anni si battono per un modello di sviluppo partecipato e sostenibile. A parole, entrambe le fazioni vogliono abbassare gli affitti e migliorare la qualità della vita urbana. Nella pratica, si tratta di due modelli mutualmente esclusivi, e il conflitto che incarnano non riguarda solo Berlino.

Berlino è ancora una città-laboratorio

La storia del Sez risuona con una domanda che da tempo percorre l'architettura e l'urbanistica internazionale: chi decide la traiettoria di trasformazione degli spazi urbani? È davvero necessario fare tabula rasa per "riqualificare"? In un'epoca di crisi climatica e pressione abitativa, abbattere edifici recuperabili ha ancora senso – economico, energetico, umano?

Centinaia di appartamenti e quattro tralicci in acciaio a ricordare ciò che fu: così il senato di Berlino immagina il futuro del SEZ. Courtesy Stefan Forster GmbH

Berlino offre in proposito un arcipelago di risposte concrete. L'Haus der Statistik, vicino ad Alexanderplatz – un colossale edificio per uffici della Ddr, anche lui destinato alla demolizione prima di essere salvato da un'iniziativa popolare – è oggi al centro di un progetto di recupero fondato sul concetto di "beni comuni urbani". Un percorso che, assieme alla Floating University a Tempelhof, è valso allo studio berlinese raumlabor un Leone d'Oro alla Biennale di Architettura di Venezia. Gli attivisti pro-Sez guardano a questo precedente con speranza tutt'altro che infondata.

Attorno al SEZ si condensano così due visioni del futuro della città.

C'è poi il ZK/U, il Zentrum für Kunst und Urbanistik a Moabit: un edificio ferroviario dismesso trasformato in centro culturale, oggetto tra il 2019 e il 2025 di un intervento di Peter Grundmann Architekten, premiato dal Dam di Francoforte per il suo approccio partecipativo e l'uso parsimonioso dei materiali. E il cosiddetto Dragonerareal, sempre a Friedrichshain-Kreuzberg, dove un'efficace campagna dal basso ha impedito una prevedibile riqualificazione commerciale: l'area è ora oggetto di un processo partecipato, con i primi lavori affidati agli architetti &mica e Kaden+ a partire dal 2026.

Il paradosso della WBM e un futuro da scrivere

C'è un dettaglio che vale la pena notare: la proprietaria del Dragonerareal è la WBM, la stessa azienda municipale proprietaria del Sez. La stessa istituzione che in un caso difende il recupero partecipato, nell'altro punta alla demolizione. Questo corto circuito non è solo berlinese: racconta la contraddizione di amministrazioni pubbliche che devono rispondere simultaneamente alla pressione del mercato immobiliare e alle aspettative di comunità sempre più esigenti sul piano della partecipazione.

Il SEZ nel 1987, sei anni dopo la sua apertura e due anni prima della fine della DDR. Foto Gerd Danigel via Wikimedia Commons

Se a questo aggiungiamo che quasi tutti i luoghi citati presentano forti sovrapposizioni di persone, idee e reti informali tra le iniziative che li animano, viene da pensare che quello che si sta costruendo a Berlino sia qualcosa di più di una somma di battaglie locali. È una pratica urbana alternativa che si consolida progetto dopo progetto, vittoria dopo vittoria, cantiere dopo cantiere. Se riuscirà a sopravvivere alle ruspe, letteralmente e politicamente, è ancora tutto da vedere.

Immagine di apertura: Tobias Seeliger da Adobe Stock