Non è la prima volta che questa stanza sopravvive alla sua stessa scomparsa. E forse non sarà l’ultima. La trading room del Chicago Stock Exchange, uno degli interni più celebri progettati da Louis Sullivan, potrebbe presto essere smontata, o peggio, dispersa, per fare spazio all’espansione dell’Art Institute of Chicago.
Nel 1894, a Chicago, viene completato il Chicago Stock Exchange, uno degli edifici più rappresentativi del lavoro di Louis Sullivan (1856–1924), il “padre dei grattacieli” e maestro di Frank Lloyd Wright nei suoi anni giovanili. L’edificio nasce in una città che aveva già scritto la storia dell’architettura pochi anni prima con l’Home Insurance Building di William Le Baron Jenney, considerato il primo grattacielo della storia. Il Chicago Stock Exchange, progettato insieme a Dankmar Adler, fu innovativo per la sua struttura in acciaio e per la presenza di ascensori (elemento ancora relativamente nuovo per edifici di questa scala) ma era soprattutto la sua facciata a renderlo inconfondibile, riccamente decorata con elementi in terracotta.
Una demolizione che non è mai finita
La storia dell’edificio, però, non fu lineare. Arrivati agli anni Settanta del Novecento, versava in condizioni fatiscenti e la proprietà lamentava costi di manutenzione insostenibili. Si decise di abbatterlo e sostituirlo con un nuovo grattacielo. Architetti, studiosi e appassionati si mobilitarono per salvare quella traccia preziosa del lavoro di Sullivan, ma non riuscirono a evitare la demolizione nel 1972. Ottennero però di conservare simbolicamente l’arco d’ingresso e la sala più emblematica dell’edificio: la trading room.
L’edificio nasce in una città che aveva già scritto la storia dell’architettura pochi anni prima con l’Home Insurance Building di William Le Baron Jenney, considerato il primo grattacielo della storia.
Questo ambiente a doppia altezza era il cuore pulsante delle attività di borsa della città. Le sue proporzioni erano monumentali, la sua decorazione straordinaria: capitelli, pareti a stencil in cinquantadue tonalità di oro, verde e giallo, e vetrate che filtravano la luce attraverso motivi vegetali stilizzati.
Nei primi anni Settanta, il fotografo Richard Nickel e l’architetto John Vinci intrapresero una meticolosa documentazione e mappatura di ogni elemento della sala, catalogando tutto prima che arrivassero le ruspe. Nel 1977, la trading room venne fedelmente ricostruita in un’ala dell’Art Institute of Chicago e aperta al pubblico. Altri frammenti dell’edificio trovarono casa altrove: balaustre, elementi architettonici e parti di ascensori sono oggi distribuiti in diversi musei, mentre l’arco d’ingresso originale è ancora collocato all’esterno del museo, su Columbus Drive.
Un salvataggio che diventa un problema
Oggi, a mezzo secolo da quel salvataggio, la trading room torna a essere minacciata. Nel 2024 l’Art Institute of Chicago ha ricevuto una donazione di 75 milioni di dollari destinata a finanziare un’importante espansione del museo, il cui masterplan è stato affidato allo studio Barozzi Veiga. L’area ritenuta più idonea per l’intervento è proprio l’ala orientale dell’edificio, quella che ospita la sala.
Il museo ha dichiarato pubblicamente che la priorità sarà individuare una nuova collocazione adeguata per la trading room, ma queste rassicurazioni non sono bastate a dissipare le preoccupazioni. L’associazione Preservation Chicago ha reagito inserendo la sala nella propria lista annuale dei siti storici più a rischio della città, avviando una petizione indirizzata al Chicago City Council e proponendo un’alternativa al progetto, con l’individuazione di una diversa area di espansione.
Le sue proporzioni erano monumentali, la sua decorazione straordinaria: capitelli, pareti a stencil in cinquantadue tonalità di oro, verde e giallo, e vetrate che filtravano la luce attraverso motivi vegetali stilizzati.
Smontare due volte la stessa architettura
Nel frattempo, l’edificio che negli anni Settanta prese il posto del Chicago Stock Exchange — un blocco per uffici in vetro e acciaio tipico dell’International Style — potrebbe oggi essere a sua volta demolito per fare spazio al nuovo intervento. L’architettura che aveva sostituito un capolavoro rischia così di diventare, a sua volta, un passaggio intermedio.
A cambiare davvero, però, è il destino della sala. Smontata una prima volta per essere salvata, ricostruita come frammento museale di un edificio scomparso, oggi rischia di perdere di nuovo il proprio contesto. E forse, questa volta, anche qualcosa di più.
