Zaha Hadid Architects potrebbe non chiamarsi più Zaha Hadid

Un accordo del 2013 e una recente decisione della corte d’appello di Londra aprono alla possibilità che lo studio fondato dalla grande architetta anglo-irachena cambi nome, a dieci anni dalla sua morte.

Con oltre 950 progetti in 44 paesi e quattro sedi tra Londra, Hong Kong, Pechino e Città del Messico, Zaha Hadid Architects (ZHA) è oggi una delle firme più riconoscibili dell’architettura contemporanea. Fondato nel 1979 da Zaha Hadid, prima donna a vincere il Pritzker Prize, lo studio ha costruito negli anni un’identità fortemente legata al nome della sua fondatrice — ma anche una propria autonomia operativa e progettuale, fino a diventare un vero e proprio brand globale. E proprio quel nome che l’ha definito, ora, potrebbe non essere più lo stesso.

Patrik Schumacher. Foto Courtesy Zaha Hadid Architects

Al centro della vicenda c’è un accordo di licensing siglato nel 2013 tra lo studio e la Zaha Hadid Foundation, l’ente che oggi custodisce l’archivio e l’eredità culturale dell’architetta. L’intesa prevedeva che lo studio potesse continuare a utilizzare il nome “Zaha Hadid” a fronte del pagamento alla fondazione di una royalty pari al sei per cento del fatturato annuale. Dopo la morte di Hadid, nel 2016, la guida dello studio è passata a Patrik Schumacher, storico collaboratore e oggi principal della practice londinese. È stato lui ad avviare un contenzioso contro la fondazione, sostenendo che l’accordo non potesse essere stato concepito per durare indefinitamente. La recente decisione della Court of Appeal, corte d’appello del sistema giudiziario inglese, ha dato ragione allo studio, stabilendo che l’accordo può essere messo in discussione e potenzialmente terminato. Una svolta che ha ribaltato quanto stabilito in precedenza e che apre alla possibilità concreta di un cambio di nome.

Domus 650, aprile 1984

La questione, tuttavia, va oltre gli aspetti economici o giuridici e tocca un nodo sempre più centrale nell’architettura globale: il rapporto tra l’eredità dei grandi maestri e le strutture imprenditoriali che da quei nomi sono nate, cresciute e diventate marchi autonomi. In un momento in cui molte grandi practice architettoniche continuano a costruire progetti che non sono stati immaginati né approvati dai loro fondatori, è legittimo chiedersi se sia corretto firmare opere con il nome di chi non le ha neppure conosciute. 

Vitra Fire Station, Weil Am Rhein, Germania 1990 - 1993 Costruita dopo l’incendio che aveva distrutto l'originario complesso industriale, la caserma dei vigili del fuoco nel Vitra Campus è il primo progetto di Zaha Hadid effettivamente completato, e che ha segnato la svolta nel suo percorso progettuale. Destinato successivamente a spazio espositivo, l’edificio è considerato un manifesto decostruttivista: il volume in cemento armato a vista sembra una scultura incastrata nel suolo, con le sue forme geometriche complesse e tra loro intersecate, gli spigoli vivi, le superfici inclinate che esaltano il carattere dinamico e “graffiante” della composizione.

Foto Yü Lan da Adobe Stock

Vitra Fire Station, Weil Am Rhein, Germania 1990 - 1993

Foto Peeradontax da Adobe Stock

Sheikh Zayed Bridge, Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti 1997-2010 Il ponte lungo 842 metri che oltrepassa il canale Maqtah, collegando l’isola di Abu Dhabi con la terraferma, non è solo un’infrastruttura urbana strategica per l’ingresso carrabile alla capitale degli Emirati Arabi Uniti ma un landmark chiaramente riconoscibile nel territorio. I due piani stradali, ciascuno con quattro corsie, sono sostenuti da una struttura interamente in cemento armato precompresso dalla silhouette fluida, che ricorda le dune del deserto. La scenografica illuminazione notturna accentua il carattere scultoreo della costruzione. 

Foto Hufton + Crow

Sheikh Zayed Bridge, Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti 1997-2010

Foto Hufton + Crow

Museo Nazionale delle Arti del XX secolo (Maxxi), Roma, Italia 1998 - 2009 Il museo nel quartiere Flaminio, Premio Stirling per l'Architettura 2010, è una poderosa struttura multifunzionale in cemento armato e vetro articolata in una complessa sequenza di spazi: al piano terra la hall a tutta altezza, il bookshop, la caffetteria, l’auditorium, i laboratori di ricerca e le gallerie per esposizioni temporanee e collezioni di fotografia e grafica; ai piani superiori, ampie sale espositive connesse da percorsi che si intrecciano tra loro. Pareti curve, pavimenti inclinati, scale e passerelle sospese, squarci luminosi che fendono l’involucro attraverso i tagli in facciata e i lucernari plasmano un ambiente “energizzante” che sovverte i vincoli dell’ortogonalità spaziale.

Foto Hufton + Crow

Museo Nazionale delle Arti del XX secolo (Maxxi), Roma, Italia 1998 - 2009

Foto Hufton + Crow

Stazione ferroviaria Napoli Afragola, Napoli, Italia 2003-2017 Situata in un’area rurale a nord di Napoli, la stazione Napoli Afragola per l’Alta Velocità, in cemento armato con rivestimento in Corian, carpenteria d’acciaio e pannelli vetrati, è un imponente edificio-ponte che scavalca i binari, con una lunghezza di circa 400 metri e una larghezza di circa 44 metri, allo scopo di superare la barriera costituita dalla linea ferroviaria esistente e creare un secondo polo per la mobilità, oltre alla stazione di Napoli Centrale. Il complesso, la cui articolazione geometrica scaturisce da quegli stessi flussi di transito che alimenta, ospita al primo livello le biglietterie e i servizi per i viaggiatori, e al terzo e quarto livello servizi commerciali. Pannelli solari integrati nella copertura delle pensiline, ventilazione combinata e sistemi integrati di raffreddamento e riscaldamento permettono di ridurre al minimo il fabbisogno energetico annuale.

Foto Hufton + Crow

Stazione ferroviaria Napoli Afragola, Napoli, Italia 2003-2017

Foto Hufton + Crow

Centro Culturale Heydar Aliyev, Baku, Azerbaigian 2007 - 2012 Il centro, progettato per diventare l’edificio principale per i programmi culturali della nazione, rompe i legami con la rigida architettura sovietica, spesso monumentale, diffusa a Baku. Il progetto stabilisce un rapporto ininterrotto tra l’interno dell’edificio e la piazza pubblica esterna che lo ricollega alla città in una sequenza di spazi pubblici terrazzati dedicati alla celebrazione collettiva della cultura azera contemporanea e tradizionale. Il volume animato da complicate ondulazioni, biforcazioni, pieghe e inflessioni riecheggia la complessità figurativa dei patterns calligrafici e ornamentali della tradizione araba. L’illuminazione gioca un ruolo decisivo nella composizione, differenziando la percezione dell’edificio tra giorno e notte: durante il giorno, il volume riflette diversamente la luce a seconda dell’ora e del punto di vista; di notte, è gradualmente trasformato dal gioco di luci interne ed esterne.

Foto Hufton + Crow

Centro Culturale Heydar Aliyev, Baku, Azerbaigian 2007 - 2012

Foto Hufton + Crow

Serpentine North Gallery, Londra, Regno Unito 2009 - 2013 Primo edificio permanente della Serpentine Gallery (e il primo di Zaha Hadid nel cuore di Londra), l'intervento situato a Kensington Gardens, fortemente dibattuto per il suo carattere dirompente nel contesto, si compone di due parti distinte tra loro intrecciate: un edificio in mattoni del XIX secolo che fungeva da polveriera (The Magazine), recuperato dallo studio come spazio espositivo, e una tensostruttura ex novo adiacente, che ospita gli spazi comuni. Nelle curve articolate dell’ampliamento, integrate da una membrana continua in fibra di vetro apparentemente animata di vita propria, si legge la firma inconfondibile di Zaha Hadid che governa la complessità come risposta ad esigenze normative, di stabilità strutturale ed energetiche. 

Foto Luke Hayes

Serpentine North Gallery, Londra, Regno Unito 2009 - 2013

Foto Ed Reeve

Beijing Daxing International Airport, Pechino, Cina 2014 - 2019 L’infrastruttura è un capolavoro di soluzioni ingegneristiche sostenibili. Il complesso esteso su una superficie di 700.000 mq e costruito soli cinque anni, è caratterizzato dalla copertura a forma di stella marina che si aggancia al suolo sovrastando la vasta hall centrale e indirizzando agevolmente i flussi di transito grazie alla configurazione radiale. Le campate strutturali con luci fino a 100 m consentono di realizzare spazi ampi, liberi e flessibili. Numerosi accorgimenti progettuali rendono l’opera energeticamente efficiente riducendone l’impatto paesaggistico: dai pannelli fotovoltaici in copertura, all’impianto di riscaldamento centralizzato in grado di recuperare il calore di scarto, al sistema di raccolta dell’ acqua piovana.

Foto Hufton + Crow

Beijing Daxing International Airport, Pechino, Cina 2014 - 2019

Foto Hufton + Crow

The Opus, Dubai, Uae 2012-2020 Situato nel quartiere di Business Bay non lontano dal Burj Khalifa, The Opus è una delle ultime opere di cui Zaha Hadid ha seguito pienamente la progettazione. Il complesso alto 93 metri ospita l’albergo di lusso ME Dubai, a cui si aggiungono nei piani centrali uffici e nei piani alti appartamenti con servizi forniti direttamente dall’hotel, oltre a ristoranti e bar. Il complesso è caratterizzato da due torri distinte, connesse alla base da un atrio a 4 piani e in sommità da un ponte, riproponendo la sagoma di un cubo che un vuoto di 8 piani scava al centro, come un enorme cubo di ghiaccio che si scioglie dall’interno per il calore. Le superfici in vetro riflettente, dai toni neutri nelle facciate esterne e di colore blu nella cavità, determinano diversi effetti percettivi durante le ore della giornata. Zaha Hadid ha realizzato anche il progetto di interni e arredi, dalla firma chiaramente riconoscibile, per gli spazi comuni, le 74 camere e le 19 suites.

Foto Laurian Ghinitoiu

The Opus, Dubai, Uae 2012-2020

Foto Laurian Ghinitoiu


Ciò che rende il caso di Zaha Hadid Architects particolarmente significativo, però, è che si tratterebbe di uno dei rarissimi casi in cui uno studio globale, ancora pienamente attivo, potrebbe rinunciare al nome della propria fondatrice non per scelta strategica ma per effetto di un contenzioso tra studio e fondazione.

Per ora, nessuna decisione definitiva è stata annunciata: la sentenza non impone un cambio di nome, ma riconosce allo studio il diritto di rinegoziare o terminare l’accordo che ne regolava l’uso. Se e come questo si tradurrà in un rebranding resta ora una scelta interna a Zha.

Immagine di apertura: Zaha Hadid all’Heydar Aliyev Cultural Center, Baku, novembre 2013. Foto Dmitry Ternovoy via Wikimedia Commons