Al Berghain non si possono fare fotografie. Da sempre il club techno più iconico di Berlino protegge la propria immagine vietando cellulari e scatti, costruendo il proprio mito più sull’esperienza diretta e sul racconto che su un archivio visivo condiviso. È anche per questo che le immagini di questo appartamento a Kreuzberg hanno un valore paradossale: raccontano, in forma domestica, un’estetica che nel suo luogo originario resta sostanzialmente invisibile.
Non è una coincidenza. Lo studio Karhard che ha curato il progetto, vent’anni fa ha disegnato anche gli interni del Berghain, ex centrale elettrica della Berlino Est trasformata in tempio globale della cultura techno. Brutalismo industriale, luce artificiale trattata come materia, suono come architettura, selezione all’ingresso diventata parte integrante del dispositivo: negli anni Duemila il club è stato uno dei simboli dell’energia post-muro della città. Oggi la scena non è più quella di dieci anni fa, ma il clubbing continua a essere uno dei linguaggi con cui Berlino ridefinisce la propria identità culturale.
Questo appartamento nasce dentro quella traiettoria. Non come replica nostalgica di un dancefloor, ma come spazio informale pensato per ospitare amici, organizzare feste e ascoltare musica elettronica. Più che imitare un club, ne trasferisce alcune logiche: continuità spaziale invece di una sequenza di stanze chiuse, controllo radicale della luce artificiale, materiali industriali trattati con precisione quasi scenografica.
L’intervento, inizialmente previsto come ristrutturazione parziale, si è trasformato in un progetto totale che ha ridefinito layout e carattere dell’abitazione. Oggi lo spazio ospita una zona giorno, tre camere da letto — una in più rispetto alla configurazione originaria — e due bagni distribuiti su circa 100 metri quadrati, superficie ridotta dall’installazione di un sistema di isolamento acustico. Un dettaglio tecnico che qui diventa dichiarazione d’intenti: la casa come luogo in cui il suono è parte integrante dell’architettura.
Una parete curva in vetrocemento separa l’ingresso dalla zona giorno senza interromperne la continuità, filtrando la luce e trasformandola in elemento attivo dello spazio. Di notte un sistema di Led integrato anima la superficie e costruisce un paesaggio luminoso che richiama l’atmosfera controllata dei grandi spazi industriali riconvertiti. La cucina, nascosta dietro superfici di acciaio spazzolato, assume l’aspetto di una zona operativa più vicina a un banco bar che a un ambiente domestico tradizionale.
Nelle camere domina una palette scura e compatta; nei bagni, materiali e superfici sono trattati con coerenza quasi monomaterica. Più che un esercizio di stile, l’insieme restituisce un lessico preciso: austero, controllato, industriale.
In una città che ha fatto della notte una forma di cultura e dell’architettura industriale riconvertita il proprio linguaggio, questa casa diventa così qualcosa di più di un progetto residenziale. È la traduzione privata di un immaginario collettivo, il racconto visivo di un luogo che per scelta non si lascia fotografare.
