Il Pratone di Gufram, i Fotoromanzi del gruppo Strum, il Piper-Pluriclub di Torino: a prima vista sembrano episodi distinti di un momento culturale di grandi rivoluzioni. In realtà fanno parte della stessa storia.
Una storia che attraversa Torino e che racconta una città molto diversa da quella che spesso immaginiamo oggi: non soltanto la capitale operaia della Fiat, severa e industriale, ma anche uno dei laboratori più vivaci dell’arte e dell’architettura europee.
Tra questi episodi, il Piper occupa una posizione di primitiva avanguardia. Non è un oggetto di design né un manifesto teorico, ma uno spazio. Un club notturno nato nel 1966 che per alcuni anni diventa uno dei luoghi più fertili della scena artistica torinese, un ambiente in cui performance, concerti, sperimentazione visiva e dibattito politico convivono sotto lo stesso tetto.
A posteriori la storia del design ha spesso letto il Piper come un episodio interno alla stagione del radical design e dell’esperienza del gruppo Strum. In realtà il rapporto è più complesso. Il locale torinese nasce prima del gruppo e dentro una rete di relazioni più ampia. Più che un prodotto del radical design, il Piper può essere visto come uno dei luoghi che ne hanno preparato le condizioni culturali.
Questo non è il Piper che tutti conoscono
La storia inizia nel 1966. Franco Gay, suocero dell’architetto Pietro Derossi, acquista alcuni locali del cinema Reposi nel centro di Torino. L’operazione nasce su suggerimento di Alberigo Crocetta, fondatore del Piper Club di Roma, che dopo il successo del locale capitolino stava cercando investitori per replicarne il modello in altre città.
A Torino, prima degli oggetti radicali, c’era un club dove il progetto prendeva vita ogni notte.
Nel novembre dello stesso anno apre quindi il Piper di Torino, a poco più di dodici mesi di distanza da quello romano. Gli interni sono progettati da Pietro Derossi, Giorgio Ceretti e Riccardo Rosso, mentre la programmazione iniziale è gestita dallo staff di Crocetta.
La serata inaugurale entra subito nella leggenda. Sul palco si esibisce Patty Pravo, ma la folla è tale che la polizia deve intervenire per disperdere il pubblico accalcato all’ingresso. Paradossalmente quella stessa notte segna anche la prima chiusura temporanea del locale, posto sotto osservazione dalle autorità.
È a questo punto che Graziella e Pietro Derossi decidono di assumere la guida del progetto. Il club viene trasformato in un vero Pluriclub: uno spazio flessibile, aperto non solo alla musica ma anche a performance, arte sperimentale e incontri culturali.
Il progetto intreccia le diverse attitudini e potenzialità dei suoi autori. Alle tensioni radicali e modaiole di Derossi si legano l’animo leggero di Ceretti e la pratica poliedrica di Rosso che al progetto di architettura affianca l’attivismo nel Fuori!, sotto la guida di Angelo Pezzana e il circolo della libreria Luxemburg.
Il Piper torinese assume rapidamente un carattere differente rispetto al gemello romano: meno mondano, più sperimentale. Un luogo in cui la scena artistica e quella politica si incontrano quasi naturalmente.
Un laboratorio culturale
Fin dall’inizio il Piper diventa uno dei luoghi più vivaci della nuova scena torinese. Qui si incontrano artisti dell’Arte Povera, studenti del Politecnico, giovani ballerini yé-yé e intellettuali che discutono di architettura e politica fino a notte fonda.
Alla consolle c’è un giovane Gianni Piacentino, che in quegli anni sta sviluppando una ricerca artistica tra pop e minimalismo e che verrà celebrata decenni più tardi da una grande retrospettiva curata da Germano Celant alla Fondazione Prada.
La programmazione curata da Graziella Derossi porta nel locale figure come Michelangelo Pistoletto, Pietro Gilardi, Carlo Quartucci e il Gruppo Camion. Tra gli episodi più ricordati c’è il concerto de Le Stelle di Mario Schifano, durante il quale vengono registrati alcuni brani per l’unico album del gruppo Dedicato a….
Lo spazio stesso è terreno di sperimentazione. Il club è concepito come un ambiente trasformabile, fatto di luci mobili, pedane e superfici pensate per cambiare durante la notte, più vicino a un dispositivo scenico che a un locale tradizionale. Per il Piper vengono progettati dispositivi ad hoc come la Macchina luminosa di Bruno Munari e la scala sonora di Sergio Liberovici, che trasformano l’architettura del locale in un ambiente sensoriale.
Il Piper si inserisce in un contesto culturale particolarmente fertile. Negli stessi anni Torino è uno dei centri più dinamici dell’arte contemporanea europea e il locale mette insieme i consumi culturali dei suoi frequentatori: la Pop Art –introdotta in città nel 1965 da Gian Enzo Sperone con la prima personale di Andy Warhol –e la lettura dei bollettini politici della lotta operaia promossa da Luigi Bobbio, fondatore di Lotta Continua.
Avant-Radical Design
Negli stessi mesi e a pochi chilometri di distanza, sulle colline delle Langhe, alla Gufram viene formalmente depositato il brevetto del Pratone: lo firmano Pietro Derossi, Giorgio Ceretti e Riccardo Rosso. La collaborazione, iniziata con la seduta Torneraj, si articola attorno alle proposte di Derossi che, a seguito di vari e fortunati lanci di prodotti, si occuperà della direzione creativa del marchio al fianco dei fratelli Gugliermetto.
Il Pratone si impone da subito come oggetto simbolo del nuovo design radicale italiano nel mondo facendo bella mostra di sé persino sulla copertina del catalogo di “Italy: The New Domestic Landscape”.
Proprio in occasione di quella mostra Derossi, con Ceretti e Rosso, formalizza la nascita del Gruppo Strum e sviluppa il progetto dei Fotoromanzi, insieme a Carlo Giammarco e Maurizio Vogliazzo. Il nome — troncatura di “strumentale” — allude alla volontà di utilizzare il progetto come strumento critico e politico.
Il Piper non fu un episodio del radical design: fu una delle sue condizioni di possibilità.
La gestazione dei Fotoromanzi segue l’attività militante di Strum, traendo materiale fotografico direttamente dai cortei ai quali i vari membri partecipano. Attraverso l’uso tipologico del fotoromanzo e di una grafica dai colori accesi, il Gruppo condensa l’influenza Pop ad una sottile ma rigorosa critica dell’oggetto d’arte e della sua riproducibilità.
Se il radical design italiano è stato spesso raccontato — attraverso la lente ambasziana — da oggetti iconici o gruppi progettuali, il Piper ricorda che quella stagione nacque da luoghi e situazioni ben precise
Per alcuni anni il locale torinese ha funzionato da contenitore di un preciso paesaggio culturale fatto di arte, musica e architettura che si mescolavano senza gerarchie. Uno spazio notturno che non si limitava a ospitare eventi, ma contribuiva a costruire una nuova cultura progettuale.
Sessant’anni dopo, il Piper appare meno come un episodio marginale della storia del design radicale e più come uno dei suoi antefatti. Prima ancora che il radical design diventasse un linguaggio riconoscibile, a Torino esisteva già un luogo in cui quel linguaggio veniva praticato ogni notte.
