Con Oakley, gli smart glasses sono diventati design

Dopo mesi di utilizzo degli Oakley Meta Vanguard, tra esperienza diretta e conversazioni con Meta ed EssilorLuxottica, emerge un’idea precisa di smart glasses: meno gadget, più oggetti che prendono posizione nello spazio.

Il colore del cielo ha una sfumatura più delicata, più accogliente, che rende l’inizio di questo lunedì di primavera piacevole nonostante il lunedì, si sa, non è mai un buon giorno. Mentre percorro la ciclabile l’ultimo disco dei Gorillaz mi avvolge in una bolla sonora, proteggendomi dal brusion del traffico intenso di Corso Buenos Aires delle 9 del mattino. Arrivato ai Bastioni alzo lo sguardo: la nuova pubblicità di Prada occupa le pareti dei caselli. Chiedo a Meta di scattare una foto; la musica si interrompe per un istante lasciando spazio a un suono di click digitale. Dall’altro lato della strada c’è la Casa Rasini di Gio Ponti. Potrei chiedere a Meta delle informazioni semplicemente inquadrandola — la riconoscerebbe? — ma alla fine ne so abbastanza e preferisco reimmergermi nella voce di Damon Albarn e nelle eco indiane del sound di The Mountain. Dall’esterno, nessuno nota niente: gli Oakley Vanguard non sembrano più che un paio di occhiali. Certo, hanno una estetica estremamente bold, un’apoteosi del gorpcore che va tanto di moda. Eppure, pur sempre degli occhiali. Ma con dentro qualcosa in più.

Progettare la percezione

Il progetto nasce esattamente da lì: non dalla tecnologia, ma dalla performance. “Design for the future, deliver to the present è da sempre più di un motto per noi: è una disciplina,” spiega Matteo Battiston, Chief Design Officer di EssilorLuxottica. “Oakley non ha mai progettato per ciò che le persone già vedono o già conoscono. Il brand ha sempre puntato ad ampliare l’orizzonte, migliorare la percezione, sfidare le convenzioni e immaginare nuove forme di capacità umana.”

Oakley Meta Vanguard

Questa wearable technology non rappresenta una deviazione ma una continuazione: “I valori di Oakley — sperimentazione radicale, performance elevate dalla scienza e una fiducia quasi visionaria nel potere dell’innovazione — rappresentano la porta d’accesso a questa nuova frontiera.” Non si tratta quindi di aggiungere funzionalità, ma di intervenire su una soglia più sottile, quella della percezione. “Non stiamo costruendo un dispositivo. Stiamo lavorando su come una persona vede, sente e reagisce nello spazio.”

Il momento Ray-Ban

Scriverne a ridosso del lancio avrebbe avuto poco senso, per spiegarli davvero. È solo dopo alcuni mesi di uso che gli Oakley Meta Vanguard iniziano a chiarirsi davvero — non come tecnologia, ma come oggetto. E come sistema. Per parlarne, bisogna tornare ancora più indietro. Al 2021, anno di lancio dei Ray-Ban Stories del 2021: un primo tentativo credibile di collaborazione tra Luxottica e Facebook, ma ancora percepito come un gadget, un oggetto ibrido che non aveva trovato davvero il suo spazio. Ma la collaborazione tra l’azienda di Zuckerberg e il colosso italiano dell’ottica continua. Il capitolo successivo è il lancio globale dei Ray-Ban Meta, nel 2023. E questo cambia il tono. Non è più una prova generale, ma un prodotto. È il momento in cui gli smart glasses iniziano a esistere davvero.

Non stiamo costruendo un dispositivo. Stiamo lavorando su come una persona vede, sente e reagisce nello spazio.

Matteo Battiston, Chief Design Officer di EssilorLuxottica

Lo ricordo ancora. Recupero i Ray-Ban Meta a un evento nello store Ray-Ban di San Babila, proprio nei giorni in cui diventano disponibili. Tra i tanti invitati, sono forse l’unico giornalista tech presente. C’è tanta mondanità in compenso, influencer che sembrano fatti con il copia-incolla da qualche timbro della chirurgia estetica, tanto glamour che sa di fumo senza arrosto, gente della radio e della tv. 

Matteo Battiston, Chief Design Officer di EssilorLuxottica

Per questo quando mi consegnano un paio di occhiali all’uscita li guardo con un certo scetticismo. Mi dico “finiscono in un cassetto prima del weekend” mentre salgo in bici. E invece succede il contrario: non smetto più di usarli, li consumo, letteralmente. Di giorno, di notte, sono sempre con me per due anni. Poi all’improvviso smettono di funzionare. E me li dimentico: finché su Instagram non vedo l’adv dei Vanguard.

Un layer invisibile

Dal 2023 a oggi l’ecosistema è cresciuto e si è stabilizzato. Meta, raggiunta via mail, risponde a Domus sottolineando come questa evoluzione passi soprattutto dalla continuità: “Con la nuova generazione dei nostri AI glasses abbiamo compiuto progressi significativi in termini di reattività e prestazioni complessive. Nell’ultimo anno ci siamo concentrati fortemente sull’ottimizzazione di batteria ed efficienza, consentendo a Meta AI di funzionare in modo molto più continuo e in tempo reale.”


Ero ad Atene nel 2024 quando ho sbloccato la funzione di riconoscimento visivo. I miei tantissimi viaggi hanno probabilmente convinto il sistema di “lock” geografico di darmi accesso alle funzioni intelligenti.  Allora inizio a sfidare l’AI con il parco auto della città, che sembra per lo più rimasto a vent’anni fa. Ma i Ray-Ban Meta riconoscono con precisione ogni singolo modello. L’Intelligenza di Meta funziona, ma non è proprio immediata. Eppure non è questo il punto.

Il punto è il modo in cui questi occhiali si inseriscono nell’esperienza: “Offrono un modo più naturale e immediato di accedere ad alcune funzionalità senza interrompere il flusso delle proprie attività o abbassare lo sguardo verso uno schermo”, spiega Meta.

Oakley Meta HSTN

I Ray-Ban Meta diventano così un layer quasi invisibile tra noi e il mondo. Ma è anche qui che emergono le prime ambiguità. Non è solo una questione di privacy, ma di asimmetria: chi indossa gli occhiali controlla il dispositivo, chi gli sta intorno no. La distanza tra gadget e strumento di sorveglianza diventa sfumata, non perché siano esplicitamente progettati per quello, ma perché permettono il controllo con una semplicità assoluta.

I Vanguard non cercano di sparire

I Ray-Ban funzionano perché si mimetizzano, gli Oakley Vanguard partono da un presupposto opposto. Il risultato è un linguaggio completamente diverso. “Non una scommessa. Una dichiarazione. Oakley non ha mai puntato a scomparire. Ha sempre puntato a mostrare intenzione”, spiega Battiston. I Vanguard non cercano di essere accettati, ma di essere riconosciuti. Non sono oggetti universali: non cercano di adattarsi a tutto, ma di definire un campo preciso. Questo approccio riflette una visione più ampia: gli smart glasses non sono più pensati come oggetti universali, ma come strumenti situati, legati a contesti specifici, a gesti, a comunità. “Questi occhiali non cercano di passare in secondo piano: definiscono un nuovo punto di vista.”

Un oggetto progettato da zero

A differenza dei Ray-Ban, i Vanguard non derivano da una montatura esistente. “Vanguard non esisteva prima di questo progetto,” racconta ancora Battiston. “Il livello di tecnologia e performance che volevamo raggiungere non poteva vivere all’interno di una piattaforma esistente.”

Questi occhiali non cercano di passare in secondo piano: definiscono un nuovo punto di vista.

Matteo Battiston, Chief Design Officer di EssilorLuxottica

Il progetto nasce quindi come sistema integrato. “La sfida non era aggiungere tecnologia, ma far scomparire la complessità.” Questo ha significato ripensare tutto: “Ogni elemento, dai sensori all’ottica, è stato ripensato per coesistere all’interno della montatura senza influire su prestazioni, comfort o identità.” Non è un dettaglio tecnico: è una scelta di posizione. La camera è collocata esattamente dove inizia la percezione, allineando lo sguardo umano e quello della macchina.

Oakley Meta Vanguard

Anche l’audio è parte della struttura: “La montatura stessa è parte del sistema acustico. Geometrie e materiali modellano il suono.” Non è una componente, ma una conseguenza del design.

I limiti dell’audio

Negli anni abbiamo imparato a usare la tecnologia attraverso immagini e gesti. Ci siamo assuefatti al visualizzare. La voce invece richiede sequenza e attenzione. Navigare un sistema interamente vocale è più complesso.

Le cose che i Vanguard fanno, le fanno molto bene. Foto, video, musica e chiamate con una qualità davvero strepitosa. Il problema è l’interfaccia. La voce è centrale, ma anche limitante. Qualsiasi operazione leggermente più complessa, come inviare una foto a un amico, diventa un mal di testa. Meglio farlo dal telefono.

Oakley Meta Vanguard

Meta, però, costruisce l’intero sistema proprio su questa tensione: “Progettare per la voce significa garantire che le persone possano parlare in modo naturale in un’ampia varietà di ambienti.” È per questo che l’ingegneria audio diventa centrale e che iniziano a comparire modalità alternative di input.

Gli occhiali non sostituiscono lo smartphone: lo affiancano. Più che aggiungere informazioni, iniziano a modulare il ritmo dell’esperienza. “Quello che stiamo costruendo è un sistema capace di accompagnare la giornata, di essere sempre disponibile senza essere invasivo.” Non sono ancora un’alternativa, ma iniziano a ridefinire il modo in cui alcune azioni accadono. Certo, con dei grossi limiti. Anche perché l’assistente di Meta si muove in maniera indipendente da quello dello smartphone. E alle volte ti fa incredibilmente rimpiangere anche Siri. Non sono oggetti per tutti. Restano dispositivi da early adopters, adottati da chi è disposto ad abitare una soglia ancora incerta, mentre molti continuano a starne lontani, anche per una diffidenza — tutt’altro che infondata — legata alla privacy.

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