2020, l’estate nomade: nuova mitologia del camper-van-furgonato

Case mobili su quattro ruote, adattate spesso da vecchi veicoli, simbolo di un diverso modo di vivere – e di passare le ferie. Tra paesaggi inviolati e isolamento sociale. In Italia è sempre più difficile. Succede, per esempio, in Sardegna. Le foto.

Gli italiani peccano di una mancanza di cultura del viaggio veramente nomade, quello tutto sulla strada, che si vive soprattutto all’aperto. Con i suoi 7.500 chilometri di costa e le innumerevoli opzioni tra montagna e collina, l’Italia ha preferito cementificare, costruire, strutturare, addomesticare l’elemento naturale con stabilimenti balneari, villaggi turistici, lasciando strettissimo margine d’azione a quanti invece concepiscono il viaggio come scoperta di luoghi sublimi, in assenza di intervento umano, architettonico, infrastrutturale, urbano.

Escluse le Alpi più aguzze, certa parte del Mezzogiorno interno (vedi la Lucania) e i grandi parchi protetti del Centro Italia, come il Gran Sasso, – gli ultimi paesaggi inviolati, soprattutto marini, si trovano in Sardegna, terra antica di sassi, pastori arrabbiati e acque turchesi, dove la macchia mediterranea è ben più che una semplice macchia, bensì vera e propria texture dominante. Ed proprio è qui che ho cercato il luogo ideale per perpetuare nei mesi estivi del 2020 un distanziamento sociale ormai non solo accettato, bensì addirittura mainstream, senza dover neppure sentirmi in obbligo di celare la misantropia dietro un vago senso di responsabilità civile.

Foto Fabio Petronilli

Ciò che non avevo messo in conto, però, era la presenza di altri come me, meno italiani e spesso meglio attrezzati, ossia la paradossale circostanza di essere un solitario circondato da altri solitari. Forse che un raggruppamento di solitari rende i propri membri meno soli? Chissà. Comunque poco importa: la comunità dei Camperisti condivide come valori supremi la discrezione, il rispetto, la solo apparentemente contraddittoria socievolezza dalla distanza (ci si saluta incrociandosi, come i bikers) e l’amore quasi ingenuo per la Natura, e per i cibi in scatola a lunga conservazione.

Camperisti, sì: da anni sono infatti il felice proprietario di un teutonico e altamente funzionale Volkswagen T3 Westfalia – 1700cc, diesel, anno domini 1991 – compagno ideale di scorribande bucoliche e residenze temporanee prive di vicinato, nonché di Tasi, Tari & altre amenità proprie della moderna convivenza civile. Questa specifica tipologia di automezzi, classificati ufficialmente come camper-van-furgonati, nella pratica non sono altro che ibridi tra una normale automobile familiare e un camper vero e proprio: l’aerodinamicità è quella di un camioncino dei gelati, il peso a secco quello di un piccolo tank della Wehrmacht, il rumore nell’abitacolo alla velocità massima (100km/h in discesa) quello di un monoposto della Luftwaffe. Servosterzo neanche a parlarne. Gli allestimenti, dozzine e dozzine di combinazioni possibili. Nello specifico, la mia comprende un letto da una piazza e mezza (estremamente comodo), vari armadietti, dei fornelli stile campeggio, nonché una quantità infinita di interstizi e meandri che nemmeno ricordo, da dove qualche volta – se sono fortunato – spunta una brioche. Insomma, non è il mezzo per tutti. Ma sicuramente è il mezzo per tutti quelli che non hanno fretta, e che definiscono la propria felicità nei chilometri macinati: solamente in minima parte eredi stradali dei figli dei fiori di sessantottina memoria, gli attuali possessori di camper/van applicano piuttosto un approccio pragmatico/nerd/funzionale al vivere su quattro ruote.

Foto Fabio Petronilli

Infine, la nota di merito: questi mezzi hanno la longevità delle conifere della Foresta Nera, e l’affidabilità delle acciaierie della Ruhr. Ci sono in giro Westfalia che raggiungono il milione di chilometri sul tachimetro.

È probabilmente il mezzo covid-free definitivo, perfetto per arrivare e dormire ovunque, con l’unico svantaggio di dover espletare tra i cespugli, talvolta. E mi ha accompagnato lungo il mio itinerario sardo: 1900km, 28 giorni, e una ventina di tappe in tutto. Lungo l’intero tragitto incrocio le più svariate tipologie di furgoni, van e camperizzati, personalizzati in dettagli maniacali, customizzati, rialzati, riadattati: ex ambulanze, ex camion dei pompieri, ex corazzati dell’esercito, gente strana e bellissima, prolungamenti dei propri mezzi, amanti del sole e della lentezza; i chilometri si sommano, annoiarsi è difficile, di comfort zone neanche a parlarne, libertà pure troppa, voglia di tornare non pervenuta, ma in fondo non si torna mai, non si dice forse così? di sicuro se ti incrocio ti saluto con i fari – in fondo felice di non essere l’unico, perso per strada, senza aria condizionata.

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