La spettacolare passerella sospesa sopra una delle gole più profonde del Tibet

Un intervento di Archermit lungo la strada Sichuan-Tibet trasforma il bordo del canyon del Nujiang in un dispositivo di osservazione e attraversamento.

Sospeso sopra una delle gole più profonde del Tibet orientale, l’intervento firmato da Archermit si inserisce lungo un tratto iconico della strada Sichuan-Tibet (G318), celebre per i suoi settantadue tornanti scavati nella roccia e per le condizioni estreme in cui è stata costruita. L’architettura nasce come dispositivo di osservazione e attraversamento, concepito per trasformare un’infrastruttura storica in un’esperienza diretta del paesaggio e della sua scala.

Il fulcro del progetto è una passerella panoramica in vetro che si estende in sbalzo dalla parete del canyon, raggiungendo una quota di oltre 130 metri sopra il fiume Nujiang. La struttura, lunga circa 37 metri, riprende nella sua geometria spezzata l’andamento dei tornanti stradali, traducendo un tracciato automobilistico in un percorso pedonale sospeso. Il piano calpestabile, completamente trasparente, espone il visitatore al vuoto sottostante, accentuando la percezione della profondità e della verticalità del sito. Dal punto di vista costruttivo, la piattaforma è realizzata con travi reticolari in acciaio ad alta resistenza, ancorate direttamente alla roccia. Il rivestimento esterno, trattato con una finitura di colore rosso intenso, richiama tonalità tradizionali del contesto locale e contribuisce a rendere leggibile l’intervento da grande distanza, senza nasconderne il carattere artificiale. La scelta dei materiali risponde anche alle condizioni ambientali del luogo, caratterizzato da forti escursioni termiche, vento e lunghi periodi di gelo.

Intorno alla passerella principale, il progetto integra una serie di dispositivi esperienziali che ampliano il percorso: un ponte sospeso in vetro, una zipline che attraversa il canyon e una scala verticale fissata alla roccia, pensata come elemento di sfida fisica e simbolica. Questi elementi non sono concepiti come attrazioni isolate, ma come parti di una sequenza che costruisce un rapporto progressivo con il paesaggio, spostando l’attenzione dalla semplice contemplazione alla partecipazione corporea. La realizzazione dell’opera ha richiesto un processo costruttivo lungo e complesso, durato diversi anni, reso difficile dall’accessibilità limitata del sito e dall’assenza di superfici pianeggianti. Gran parte delle strutture è stata prefabbricata e assemblata in loco in condizioni operative estreme, riaffermando il carattere infrastrutturale dell’intervento.

Nel suo insieme, il progetto propone una lettura contemporanea del paesaggio montano tibetano, in cui l’architettura non si limita a incorniciare la vista, ma costruisce un’esperienza di esposizione, rischio e misura del territorio. Il canyon non è trattato come sfondo naturale, ma come spazio attivo, attraversabile e percorribile, in continuità con la storia della strada che lo attraversa.