Materiali sintetici, colori artificiali, ambienti psichedelici: forse il design scandinavo ve lo ricordavate diverso. Eppure, proprio negli anni e nei luoghi in cui il modernismo organicista definiva il linguaggio progettuale nordico, Verner Panton (1926-1998), architetto e designer danese, ha firmato arredi e interni audaci, proponendo una visione inedita del design.
La sua tensione verso un’idea informale e pop dello spazio si esprime soprattutto nelle sedute che ripensano gli archetipi e nei progetti di residenze e ristoranti del tutto originali; ma la sua formulazione più radicale trova spazio nei progetti “Visiona”, dove Panton trasforma l’interno domestico in un ambiente sperimentale.
Panton lavora con un approccio olistico che oltre forme e colori, riguarda gli odori e i suoni: camminando si sentono il canto dell’usignolo, il rumore delle onde, muggiti e ronzii.
Una possibile lettura considera il suo lavoro non come una contraddizione ma come un’evoluzione di quello dei maestri scandinavi. Dopotutto, la sua formazione e la prima esperienza professionale avvengono in quel contesto: ancora studente, lavora con Arne Jacobsen, autore centrale del modernismo danese, di cui però abbandonerà lo studio dopo solo due anni (durante i quali partecipa alla nascita della Ant Chair) per aprire il suo in un camper della seconda guerra mondiale ristrutturato su cui viaggerà per l’Europa alla ricerca di aziende e imprenditori interessati a finanziare il suo lavoro.
Dopo una prima, breve fase in cui asseconda i princìpi con cui si è formato, esprimendoli in prodotti come la Bachelor Chair (1955), l’approccio progettuale di Panton prende una strada diversa. Gli esiti formali somigliano a quelli con cui più avanti i radicali italiani discuteranno il razionalismo, mentre nella sostanza Panton rimane legato ai concetti degli scandinavi: l’empatia come strumento progettuale e il comfort inteso come liberazione da strutture rigide.
Di questo approccio l’espressione più nota ha la forma della sedia a sbalzo che di Panton porta il nome, ma la più radicale è un’installazione sperimentale che discute il concetto di spazio domestico e a cui lui stesso dà il nome di “Visiona”.
Tra il 1968 e il 1972 l’azienda chimica tedesca Bayer allestisce, durante la fiera del mobile di Colonia, un’installazione temporanea su una barca da diporto ormeggiata sul Reno. L’obiettivo è quello di mostrare le possibili applicazioni delle fibre artificiali di loro produzione. Per questo, ogni anno, ad ogni edizione, viene interpellato un designer che si occupi dell’allestimento e proponga la sua visione dell’abitare contemporaneo servendosi di quei tessuti. Per la prima edizione, Visiona 0 (1968) e per la terza, Visiona 2 (1970) viene chiamato Verner Panton, mentre Joe Colombo cura Visiona 1 (1969) e Olivier Mourgue Visiona 3 (1971). In ciascuna delle quattro occasioni i progettisti rivelano proposte avanguardistiche che attivano l’interesse collettivo sul tema dell’abitare e rappresentano ancora oggi dei case study di riferimento nella storia del design.
In ciascuna delle quattro occasioni i progettisti rivelano proposte avanguardistiche che attivano l’interesse collettivo sul tema dell’abitare e rappresentano ancora oggi dei case study di riferimento nella storia del design.
La prima edizione di Visiona curata da Panton si inaugura con la Fiera di Colonia nel gennaio 1968. Il tessuto elasticizzato Dralon sulla barca di Visiona 0 riveste le superfici. Le stanze monocromatiche si susseguono in una “casa” progettata non solo come uno spazio, ma, in senso più ampio, come un ambiente. Panton ci lavora con un approccio olistico che oltre forme e colori, riguarda gli odori e i suoni; camminando si sentono il canto dell’usignolo, il rumore delle onde, muggiti e ronzii. I lampadari sospesi sono ricoperti di piccoli dischi pendenti in conchiglia che si muovono col solo passaggio delle persone, facendo vibrare la luce sulle pareti.
Nessuna delle sedute somiglia a un oggetto per sedersi: ci sono altalene agganciate al soffitto, decine di sfere di una quarantina di centimetri di diametro, sempre rivestite in Dralon, sparpagliate per terra, e c’è anche la celebre sedia senza gambe posteriori, la Panton Chair, un oggetto futuristico allora quasi sconosciuto, presentato per la prima volta meno di un anno prima, sulla rivista danese Mobilia. Tutto è coloratissimo.
Un mese dopo, il designer si fa notare alla seconda edizione di Eurodomus, la “Mostra pilota della casa moderna ispirata dalla rivista Domus”, diretta da Gio Ponti, che quell’anno si era tenuta al Palazzo delle Esposizioni di Torino. Anche in quest’occasione, Panton progetta un allestimento per Bayer, proponendo, in scala ridotta, qualcosa di simile a Visiona 0: “la Bayer di Leverkusen (Germania) per promuovere l’impiego del Dralon ha presentato un suggestivo ambiente di Verner Panton in cui il filato stesso diveniva materia dell’arredo, creando un soffitto volumetrico e stalattiti colorate” (Domus 463, Giugno 1968).
Ma se Visiona 0 ripensa la fattura e la forma di ciò che solitamente compone un paesaggio domestico, Visiona 2 nega tutto ciò che di quello stesso paesaggio diamo per buono.
Gli stessi caratteri della prima edizione si esasperano in uno spazio che sfugge da tutte le categorie. Oltre alle varie stanze, stavolta l’approccio radicale si esprime al meglio in un ambiente specifico: il “Fantasy Landscape” è una sorta di corridoio in cui volumi sinuosi sbucano da tutte le parti, componendo una foresta di curve rivestite in fibra sintetica che non suggeriscono un modo d’uso, ma si rivelano a modo loro sorprendentemente ergonomiche quando gli utenti le esplorano, muovendosi, incastrandosi o appoggiandosi alle superfici.
In questa caverna è difficile dire cosa sia pavimento, cosa sia soffitto, cosa sia lampada, cosa sia mobile, cosa sia per sedersi, cosa sia per camminare, cosa sia per una sola persona, cosa per due, cosa per più. È uno spazio futuristico e alieno, ma anche primitivo e ancestrale, sembra un tunnel aperto nell’atmosfera di una galassia lontana ma anche l’interno dell’utero materno. Alcuni degli arredi, sviluppati in pochi mesi per quest’occasione, verranno successivamente adattati alla produzione industriale e immessi sul mercato. Tra questi, ad esempio, la celebre Living Tower.
In questa caverna è difficile dire cosa sia pavimento, cosa sia soffitto, cosa sia lampada, cosa sia mobile, cosa sia per sedersi, cosa sia per camminare, cosa sia per una sola persona, cosa per due, cosa per più.
Nel paesaggio più colorato che il design d’interni abbia mai saputo produrre, si rivela la sintesi del pensiero di Verner Panton, nonché l’esito della sua personalissima interpretazione della filosofia scandinava, per cui lo spazio progettato è capace di agire sul benessere mentale e fisico, e di stimolare nuovi comportamenti liberi da imposizioni e schemi.
Del “Fantasy Landscape” vediamo foto in alta definizione grazie a un riallestimento fedelissimo che Vitra ha curato nel 2014 nel suo museo del design, per celebrare il genio che prima fra tutte le aziende aveva deciso di sostenere, supportandolo dalla ricerca alla prototipazione alla distribuzione di arredi iconici che ancora vanta nel suo catalogo. Quest’anno torna a festeggiare Verner Panton con un palinsesto di iniziative organizzate in occasione del centesimo anno dalla sua nascita.
Immagine di apertura: Verner Panton, Visiona 0, Colonia, Germania, 1968. Foto da Wikiart.com
