Maggio 1989: i parigini vanno a ripararsi da una giornata uggiosa nel Centre Pompidou di Rogers, Piano e Franchini, e si imbattono in delle strane sculture – delle bare iperrealiste e ipercolorate. Vengono dal Ghana e sono il prodotto artistico di una delle regioni più a sud del paese. “Magiciens de la Terre”, la mostra curata da Jean-Hubert Martin, allora direttore del museo parigino, le fa scoprire per la prima volta agli europei, che dagli anni Ottanta cominciano a collezionarle.
Bare a forma di treni, pesci, bottiglie di Coca-Cola, sneakers. Camere mortuarie addobbate come sale da festa, con palloncini, televisori e sfere stroboscopiche appese al soffitto. Danzatori in giacca e cravatta che ballano portando le bare sulle spalle.
Negli ultimi trent’anni i funerali ghanesi sono diventati un fenomeno globale. Su YouTube i vlogger visitano le botteghe degli artigiani; su Instagram diventano virali le coreografie del gruppo di Benjamin Aidoo – “il danzatore di bare” – mentre aumentano le richieste dei turisti di assistere a riti che, per le famiglie, restano profondamente privati.
Eppure, al di là dell’attrazione per il camp, queste bare raccontano molto della storia del Ghana: parlano di colonizzazione, di cristianizzazione, di trasformazioni sociali e degli effetti del turismo estrattivo nelle regioni più povere del mondo. Buried in Style. Artistic Coffins and Funerary Culture in Ghana, pubblicato nel 2025 da Kehrer Verlag, raccoglie vent’anni di ricerca sul campo di Regula Tschumi, la maggiore esperta internazionale di cultura funeraria ghanese. Domus l’ha intervistata per capire cosa ha davvero comportato l’enorme popolarità di questi riti.
Le bare segrete dei nobili Ga
Tra il 1874 e il 1957, durante il periodo coloniale britannico, i grandi funerali tradizionali vengono osteggiati e in parte proibiti, soprattutto quelli riservati a capi tribali e re. Nella parte sud-orientale del paese, nell’area di Accra e lungo la costa, questi riti iniziano così a essere celebrati in segreto, spesso di notte.
È il gruppo etnico dei Ga – a cui si devono le origini di questa tradizione – a sviluppare una soluzione simbolica e rituale: bare identiche alle portantine cerimoniali su cui i nobili venivano trasportati in vita.
“Mentre il palanchino originale veniva conservato nel palazzo, di nascosto ne realizzavano una copia e la seppellivano di notte”, racconta Tschumi. Austere e sobrie, queste bare riproducevano stemmi familiari e simboli di potere come aquile, leoni ed erano molto diverse dalle bare figurative contemporanee. Anche se ne rappresentano, effettivamente, l’origine.
Dalle portantine figurative alle bottiglie di Coca Cola
Tschumi scopre l’esistenza di queste bare mentre è ancora all’università, osservandole nei dipinti di un artista ghanese dell’epoca. Inizia la sua ricerca sul campo nel 2002, ma per anni nessuno sembra saperle collocare storicamente. “All’inizio credevo fossero semplicemente delle portantine”, racconta, “ma quando chiedevo informazioni mi rispondevano che non venivano più usate da secoli, che erano state bruciate. La verità è che le persone comuni non si avvicinavano a quei riti notturni: ne avevano paura. E quindi non ne conservavano memoria”.
Fu una storia costruita da giornalisti ed europei. Ed è finita nei libri di storia.
Regula Tschumi
Saranno i cristiani, scoprirà poi Tschumi, a estendere per la prima volta l’uso delle bare artigianali oltre la cerchia ristretta della nobiltà. È con loro che prende forma il funerale ghanese contemporaneo: “Iniziarono a creare bare a forma di bottiglie, scarpe o oggetti che rappresentavano la professione o i sogni del defunto. Erano simboli semplici, non legati alla religione o ai totem familiari”.
Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, queste pratiche escono dal contesto Ga e si diffondono progressivamente nella regione di Accra. Nascono le botteghe e una nuova generazione di artigiani. Negli anni Ottanta, Jean-Hubert Martin visita il Ghana e, tramite missionari e collezionisti, entra in contatto con i costruttori di bare: a due di loro, Paa Joe e Kane Kwei, commissiona opere destinate all’Europa.
Kane Kwei e il mito occidentale dell’arte africana
La prima mostra in cui compaiono le bare ghanesi si tiene in una piccola galleria di Los Angeles. “Magiciens de la Terre” è la seconda – la più celebre e anche la più imprecisa. “Le opere portate a Parigi vennero attribuite tutte a Kane Kwei, ma solo circa la metà proveniva dal suo atelier: il resto era di Paa Joe”, spiega Tschumi. È così che nasce un equivoco destinato a durare: Kane Kwei diventa, per l’Occidente, l’inventore di una tradizione che in realtà esisteva già da decenni. “Fu una storia costruita da giornalisti ed europei”, dice Tschumi. “Ed è finita nei libri di storia”.
Oggi la più ampia collezione museale di bare ghanesi si trova proprio in Europa, a Basilea, al Museum der Kulturen. Collezionarle privatamente è complesso: richiedono spazio, manutenzione, contesto. Le bare che circolano tra musei e mostre, perciò, sono spesso le stesse, realizzate appositamente per l’esposizione. Il rito funerario, del resto, non solo non prevede, ma condanna il riutilizzo delle bare. Anche Tschumi - che di funerali ne ha visti tanti - ne possiede pochissime.
La morte in Ghana è un business pericoloso e pop
In Ghana la morte è sempre stata centrale, ma negli ultimi anni sta diventando anche un business legato al turismo estrattivo. “È normale pagare per partecipare a un funerale, e tutte le cifre vengono annotate nei registri”, spiega Regula Tschumi. Le famiglie si indebitano per garantire ai propri defunti una sepoltura considerata “degna”, mentre nuovi circuiti economici prosperano sulla visibilità dei riti funebri. “I funerali competono per attrarre visitatori e donazioni: se sono poco coinvolgenti, la gente potrebbe non pagare”.
Questa logica contribuisce a trasformare rituali complessi e stratificati in eventi sempre più performativi. Anche l’eterogeneità dei riti, che si differenziano in base ai diversi credi religiosi del paese, viene spazzata via da una narrazione che ne seleziona un solo volto. Così, per esempio, i turisti non sono a conoscenza dei funerali militari: quelli in cui si spara in aria a ritmo di musica e dove si verificano incidenti mortali, né dei riti tradizionali più sobri, vicini alle cerimonie delle religioni africane.
Intanto, però, pagano profumatamente i ballerini del gruppo di Aidoo per veder ripetere lo stesso balletto che hanno già intercettato su Instagram. E forse un giorno, teme Tschumi, pagheranno anche per partecipare a dei riti finti, costruiti appositamente per loro.
