L’architettura di Tbilisi - თბილისი secondo l’alfabeto locale - non si può che definire composita. Quella che oggi è la capitale della Georgia fu fondata nel V secolo da Vakhtang I Gorgasali di Iberia, ma in alcuni quartieri gli archeologi hanno trovato tracce di insediamenti umani che risalgono alla prima età del bronzo e addirittura al paleolitico. Un po’ come accade a Roma, Damasco o Atene, la stratificazione è la chiave per leggere Tbilisi.
A causa della sua posizione strategica, nel cuore del Caucaso, al limite tra Oriente e Occidente e su uno snodo centrale della Via della Seta, Tbilisi è stata continuo oggetto di conquiste fin dalla sua fondazione. E dai persiani all’impero ottomano, dai mongoli fino alla Russia zarista e quindi all’Unione Sovietica, ciascun dominio ha lasciato un po’ della sua cifra architettonica, che si mischia ancora oggi con quella locale. I tempi moderni non fanno eccezione in questo senso, e gli edifici pianificati, costruiti, abbattuti a Tbilisi sono spesso parte di strategie di posizionamento politico e oggetto di sentiti dibattiti.
È questo il caso dell’Auditorium di Parco Rike di Massimilano e Doriana Fuksas, al centro dell’ultima polemica cittadina. Commissionato nel 2010 allo studio italiano dall’allora presidente Mikheil Saakashvili, l’auditorium, che si trova schiacciato tra un parco artificiale sul fiume e la città vecchia, era parte di un più ampio programma pensato per mettere Tbilisi sulla mappa dell’architettura internazionale, in un momento in cui l’intero paese iniziava ad affacciarsi con più determinazione verso Occidente.
In realtà, come spiega Nino Tchatchkhiani, fondatrice del Tbilisi Architecture Archive, “l’edificio riprende formalmente le idee della proposta presentata da Fuksas al concorso per il Museo dell'Ermitage di Vilnius”, e non è davvero disegnato per essere site specific. Il progetto si sviluppa su un sito di 10mila metri quadrati ed è costituito da due elementi morbidi di forma diversa in calcestruzzo armato e acciaio, rivestiti con pannelli in acciaio e vetro, collegati tra loro come un unico corpo dal muro di contenimento a cui si appoggiano. Costato 40 milioni di euro, avrebbe dovuto contenere 550 posti a sedere, ma la parte interna non è mai stata terminata e l’auditorium è sempre rimasto vuoto e chiuso. Pur conservando una sua controversa bellezza, oggi giace nel parco accanto un parcheggio, come una grande carcassa di metallo. Rimanendo tuttavia il simbolo di una Georgia che, soprattutto dopo la rivoluzione del 2003, iniziava a sognare un percorso di integrazione europea.
La città non appartiene ai governi: il campo di battaglia dei loro conflitti personali non dovrebbero essere i parchi e gli edifici della città.
Nino Tchatchkhiani
Nel 2025 l’edificio è tornato al centro del dibattito pubblico: una prima volta a gennaio, dopo la tragica morte di un adolescente caduto in una fossa nel sito abbandonato, e poi una seconda a maggio, quando il sindaco Kakha Kaladze ha espresso la volontà di abbattere l’auditorium, che sarebbe “disfunzionale” e “disordinato”, non in linea con gli obiettivi di sviluppo urbano della città. Kaladze, che fa parte del partito di governo Sogno Georgiano, fondato dall’oligarca Bidzina Ivanishvili, ha sottolineato la necessità di un nuovo progetto di dimensioni simili che sia sia funzionale che esteticamente adeguato alla zona, probabilmente un hotel. Tuttavia ad oggi il Comune non ha ancora fornito una tempistica per la demolizione né dettagli più precisi sul prossimo progetto. L’unica cosa certa è che, dopo una serie di tentativi falliti, nel 2020 il sito è stato acquistato all’asta dall’imprenditore Davit Khidasheli, inserendosi nella più ampia tendenza di privatizzazione che sta portando molti a investire, e speculare, nella capitale caucasica.
Spesso secondo logiche di svendita più che di vendita: “Dopo tredici anni di inattività, l'edificio, costruito con un costo di più di 90 milioni di Gel [valura locale, circa 30 milioni di euro, ndr.], è stato finalmente venduto dallo Stato per appena 10 milioni, dopo essere stato ripetutamente messo all'asta”, spiega Tchatchkhiani, “Successivamente è passato di mano ancora una volta e ha finito per diventare oggetto di speculazioni finanziarie. Il costo per completare gli interni è stimato in circa 20 milioni di gel, una somma che nessun investitore sembra disposto a spendere. Il costo dello smantellamento e dello smaltimento in discarica invece probabilmente non è mai stato calcolato, ma è probabile che non sia inferiore”.
“La sala concerti Fuksas non è l'unico progetto ad aver subito un simile destino” commenta Tchatchkhiani, “Ritengo che questo atteggiamento rappresenti il massimo grado di irresponsabilità. A prescindere da ciò che si può pensare della sua architettura, a prescindere dalle emozioni che può suscitare, lo Stato georgiano non dispone delle risorse finanziarie necessarie per rinunciare semplicemente a centinaia di milioni di gel spesi per la costruzione sotto un governo solo perché il governo successivo cerca di cancellare ogni traccia del suo predecessore, sia i suoi successi che i suoi errori”.
A questo punto sarebbe necessario interrogarsi sul possibile futuro di questo immenso progetto mai compiuto, il cui futuro resta tuttora incerto: “Sarebbe più saggio trasferire l'edificio in un altro sito? Non sarebbe più onesto chiedere ai professionisti - e al grande pubblico - idee su come risolvere questa situazione? Tuttavia, se lo Stato stesso non è stato in grado di avviare un dialogo di questo tipo, un proprietario privato, il cui unico obiettivo è il profitto, oserà avviare un ampio dibattito pubblico? E cosa ne pensa oggi Massimiliano Fuksas di questo progetto?”. Anche l’opinione dell’architetto, come il futuro della sua opera, resta incerta. Dopo un primo momento di apertura, ha riferito a Domus di non essere disponibile a commentare.
“Non accadrà nulla di positivo”, conclude Tchatchkhiani, “finché i governi della Georgia - chiunque essi siano -non capiranno che la città non appartiene loro e che il campo di battaglia dei loro conflitti personali non dovrebbe essere costituito dai parchi e dagli edifici della città”.
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