Londra, maggio 1992: piove, il cielo è basso, e per arrivare allo studio ci vuole circa un’ora d’auto. Ad accompagnarla è Rosangela Cochrane, “amica e collezionista esperta”, che la introduce alla Lisson Gallery e al suo fondatore, Nicholas Logsdail.
“Nicholas aveva preparato per noi un programma di visite negli studi di alcuni suoi artisti.” La prima, ricorda, “fu quella da Anish Kapoor”.
In quel luogo, in quel preciso momento, ho deciso di diventare collezionista.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
“Ancora oggi è un ricordo molto nitido”, dice, “legato non tanto a una singola opera quanto alle intense emozioni vissute durante quella prima tappa del viaggio nel mondo dell’arte contemporanea.”
Ad aspettarla c’è un enorme loft con le opere disposte a terra, disseminate tutte attorno. “Mi sono ritrovata in mezzo a una costellazione di piccole sculture ricoperte da pigmenti blu, rossi, gialli.” Sono i lavori del ciclo 1000 Names: “le ho ancora impresse negli occhi.”
“Poi Anish ha iniziato a raccontarle. Mentre parlava la sua energia era palpabile, profonda.” A travolgerla è “un’emozione fortissima, indimenticabile", che ricorda come "un vero e proprio imprinting”: “in quel luogo, in quel preciso momento, ho deciso di diventare collezionista d'arte.”
Quell’“imprinting” personale segna l’inizio di una traiettoria che, nel giro di pochi anni, si sposterà dal gesto individuale al dispositivo istituzionale, trasformando un’esperienza intima in una struttura capace di incidere sul sistema dell’arte.
Un esercizio di apertura
“Ho scelto di collezionare opere d’arte contemporanea. Sono nostre coetanee, sono state concepite da artisti e artiste che vivono il nostro stesso tempo.” Non si tratta solo di una questione di gusto. “Parlano. Parlano una lingua comune, in equilibrio tra il presente e il futuro.”
Da quella giornata uggiosa sono passati oltre trent’anni. La collezione Sandretto Re Rebaudengo è cresciuta insieme a lei, fino a renderla una delle collezioniste più influenti del nostro tempo. A nutrirla, racconta, sono stati soprattutto incontri e dialoghi, più che strategie rigide. “Collezionare è una forma di esplorazione e permette a chi colleziona di disegnare la propria mappa del mondo.”
Se all’inizio questa mappa è personale, con il tempo diventa anche una cartografia capace di orientare visibilità, carriere e geografie artistiche. Una responsabilità che implica non solo sensibilità, ma anche una precisa visione politica del contemporaneo.
Parlano. Parlano una lingua comune, in equilibrio tra il presente e il futuro.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
Inizialmente, spiega, “ho strutturato la collezione su una serie di filoni: l’arte italiana, la fotografia, l’arte delle donne, la scena britannica e quella californiana.” Con il tempo, però, “la griglia si è attenuata a favore di un ventaglio più ampio di interessi”, seguendo “il corso dell’arte stessa” e “l’ampliamento della platea artistica, sempre più aperta e globale”, oltre all’emergere di temi urgenti come “l’ambiente, i diritti, i rapporti tra culture, l’inclusione.”
Ma ogni collezione, anche quando si presenta come mappa aperta, contribuisce inevitabilmente a definire un canone. Nel tempo, la selezione diventa narrazione e la narrazione si trasforma in criterio.
Oggi, “vivo la mia collezione come un unico lungo racconto che scorre attraverso le stagioni, i cambiamenti, gli incontri e le scoperte.” È “un filo rosso che unisce la mia biografia a quella degli artisti, alla vita delle città in cui vivono, alle atmosfere degli studi dove lavorano.”
Se le si chiede come sceglie cosa acquistare, risponde: “Il principio che guida la mia pratica collezionistica è il dialogo con l’artista, premessa necessaria per comprenderne l’opera e la ricerca.” È da lì che tutto parte, “il primo passo con cui partire per avviare in continuità un’azione rivolta a un singolo progetto, alla produzione di un’opera o di una mostra.”
In un’epoca in cui il collezionismo è sempre più esposto a dinamiche finanziarie e speculative, la sua insistenza sul dialogo e sulla progettualità assume un significato che va oltre la dimensione individuale, interrogando il ruolo stesso del collezionista nel sistema.
Se invece le si domanda perché lo fa, allora la risposta si allarga. “L’arte ci allena alla curiosità, alla complessità, alle domande e agli slanci.” E aggiunge: “Mi ha insegnato a essere aperta, a tenere uniti i progetti, i programmi, gli obiettivi a ciò che ancora non conosco, ciò che è ancora capace di sorprendermi e stupirmi.”
Dalla passione all’istituzione
È il 1995 quando capisce che l’entusiasmo di una scelta privata può trasformarsi in una struttura capace di coinvolgere un pubblico più ampio: “Così ho deciso di dare vita alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.”
“La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo nasce dalla mia passione per l’arte e dal desiderio di dirigerla verso un’attività organizzata e professionale, da condividere con gli artisti, i pubblici, con la comunità cittadina, con le persone in visita dall’Italia e da tutto il mondo.”
La decisione matura anche dalla consapevolezza di un vuoto. “Da collezionista sono entrata presto in contatto con le realtà straniere dedicate al contemporaneo e ho cominciato a notare l’insufficienza di strutture analoghe in Italia. Ho capito che c’era ancora molto da fare.” In quegli anni, spiega, “a mancare erano soprattutto quelle istituzioni intermedie dedicate alle generazioni artistiche più giovani”, spazi “flessibili, innovativi e sperimentali” capaci di sostenerne le ricerche mentre erano ancora in corso.
“Una fondazione non deve limitarsi a ‘mostrare’, ma deve assumersi il rischio della sperimentazione.”
Collezionare è una forma di esplorazione e permette a chi colleziona di disegnare la propria mappa del mondo.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
Oggi la Fondazione è insieme collezione e produzione, struttura e laboratorio. Si articola tra Torino, dove il centro progettato da Claudio Silvestrin sorge nel quartiere San Paolo; Guarene, con Palazzo Re Rebaudengo immerso nelle colline del Roero; Madrid, dove dal 2017 opera la Fundación con mostre diffuse; e, a breve, sarà anche a Venezia, con la nuova sede sull’Isola di San Giacomo.
Il passaggio decisivo, spiega, resta l’apertura della sede torinese nel 2002. “In quel momento ho capito davvero che l’idea iniziale – nata da una passione personale per l’arte contemporanea – poteva trasformarsi in un progetto pubblico, aperto, capace di incidere sul contesto culturale e di dialogare con una comunità più ampia.”
Reti, sistema, territorio
Il tema, a questo punto, non è più solo la Fondazione, ma la costruzione di una vera e propria rete di sostegno e valorizzazione dell'opera degli artisti del nostro tempo.
“Credo molto nel sodalizio tra pubblico e privato.” E aggiunge: “Mi sono spesa per la creazione di una relazione costante tra le due sfere, convinta che rappresenti un elemento necessario per la vitalità e il buon funzionamento del nostro ecosistema.”
In un contesto come quello italiano, dove il contemporaneo trova spesso nel privato un motore più stabile rispetto a quello delle istituzioni pubbliche, figure come Sandretto Re Rebaudengo diventano inevitabilmente centrali.
Centralità che, se da un lato colma un vuoto strutturale, dall’altro rende evidente quanto il sistema culturale continui a dipendere dalla visione e dalla continuità di singole personalità, con tutto ciò che questo comporta in termini di equilibrio e responsabilità.
Ciò nonostante, guardando al contesto italiano, aggiunge: “Non parlerei di fallimenti ma dei cambiamenti decisivi, dei passi avanti e dei miglioramenti maturati negli ultimi decenni.”
“Possiamo contare innanzitutto su una generazione di artiste e di artisti determinati, pronti a intraprendere formazioni e carriere aperte, pronti a viaggiare e a confrontarsi con il mondo, capaci di coltivare ricerche e linguaggi originali e discorsi profondi.”
Una fondazione non deve limitarsi a ‘mostrare’, ma deve assumersi il rischio della sperimentazione.
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
Nel 2007 nasce lo Young Curators Residency Programme, “ideato per mettere in contatto stretto i nostri artisti con giovani curatrici e curatori internazionali, un viaggio in Italia che si conclude con una mostra di artisti italiani.” Nel 2014 il Comitato Fondazioni Arte Contemporanea. Nel 2017 prende forma l’Italian Council. Nel 2021 il programma Bel Paese. Promoting Italian Art around the world.
Il 2025 segna i trent’anni della Fondazione, il titolo scelto per le mostre celebrative è già una dichiarazione: “News from the Near Future”.
Alba 2027
La prossima sfida è il 2027, quando il progetto di Alba Capitale dell’Arte Contemporanea la vedrà coinvolta in prima persona, tra le figure chiave della sua ideazione e del suo sviluppo strategico.
“Alba Capitale dell’Arte Contemporanea 2027 nasce un’immagine poetica e molto chiara racchiusa nel titolo “Le Fabbriche del Vento”, che abbiamo tratto da due dipinti di Pinot Gallizio.” È un titolo che, precisa, “evoca un paesaggio in cui l’arte si propaga.”
“È la metafora di un territorio che genera movimento, pensiero, trasformazione, un territorio che si trasforma in un laboratorio aperto, in cui la cultura si diffonde come l’aria, invisibile ma necessaria.”
L’arte contemporanea è come il polline: un seme portato dal vento, che può essere diffuso, seminato, moltiplicato
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
Il modello di Alba 2027 assume l’arte contemporanea come leva strategica per ripensare i luoghi, costruire nuove relazioni, favorire scambi e conoscenze e consolidare la visibilità della città sulla scena internazionale. Il programma è ampio e rticolato. La sfida sarà tradurre questa ambizione in una trasformazione strutturale e duratura, evitando che il progetto si esaurisca nella dimensione celebrativa e riuscendo a radicare nel territorio un modello realmente sostenibile nel tempo.
“Le direzioni più significative per il territorio sono quelle che guardano al lungo periodo: la costruzione di una filiera culturale e produttiva permanente, l’internazionalizzazione come scambio reale, la formazione dei pubblici, il dialogo tra arte, paesaggio e comunità.”
“La legacy più importante che auspico è la nascita della Biennale delle Langhe, una manifestazione internazionale di arte contemporanea capace di radicarsi nel territorio e di proiettarlo nel mondo, lasciando un’eredità concreta e duratura.”
Poi conclude, con un’immagine che sintetizza tutto: “L’arte contemporanea è come il polline: un seme portato dal vento, che può essere diffuso, seminato, moltiplicato.”
