Due mostre a Milano trasformano la casa: da rifugio a spazio inquieto e collettivo

All’HangarBicocca di Milano, le mostre di Benni Bosetto e Rirkrit Tiravanija trasformano lo spazio domestico in un dispositivo narrativo e relazionale, tra corpo, architettura e partecipazione.

Due mostre, due visioni diverse e complementari dello spazio domestico: Benni Bosetto e Rirkrit Tiravanija parlano anche di casa nelle due mostre personali in corso nello Shed e nelle Navate di Pirelli HangarBicocca fino alla fine di luglio.

«Se l'arte è la possibilità dell'impossibile, la casa deve essere ammirevole come fosse vuota e intima come fosse piena. La casa perfetta è quella che ci arresta sulla soglia aperta, intimiditi dal suo segreto umano e dalla sua bellezza architettonica. Entrare in una casa altrui la prima volta è un po' violare la casa. Quando ci è permesso inoltrarci in essa, entriamo in punta di piedi, trattenendo la voce, e ringraziamo gli ospiti della concessione di entrare”.

Rirkrit Tiravanija untitled 2002 (he promised), 2026Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Copia espositiva da untitled 2002 (he promised), 2002, Solomon R. Guggenheim Museum, New York. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Con queste parole Gio Ponti, in "Amate l’architettura", volumetto del 1957 che lui stesso definì “piccola architettura da tasca”, rievoca e commenta il suo intervento dedicato alla “casa all’italiana”, apparso nella prima pagina del primo numero di Domus nel gennaio del 1928. La riflessione di Ponti restituisce alla casa una profondità tutta umana, oltre gli aspetti formali. Varcare l’ingresso dello spazio abitato da qualcuno significa entrare in relazione con le idee di chi l’ha pensato, e soprattutto con chi lo vive.

In questa prospettiva, l’abitare non coincide solo con l’uso funzionale di uno spazio, ma con una condizione relazionale che implica esposizione e vulnerabilità. La casa è un luogo identitario, un territorio intimo che si può scegliere di aprire allo sguardo e alla presenza dell’altro.

Le due mostre in corso negli spazi di Pirelli HangarBicocca si appropriano entrambe della dimensione abitativa come modalità narrativa, individuando nella casa – e nei suoi elementi costitutivi – uno strumento per costruire il proprio racconto, arricchito dalla necessità relazionale che entrambi gli artisti attivano.

Da una parte, la ricerca di Benni Bosetto – nella mostra “Rebecca”, a cura di Fiammetta Griccioli, allestita nello spazio raccolto dello Shed fino al 19 luglio 2026 – presenta la casa come ambiente organico e immaginifico, uno spazio quasi iniziatico in cui corpo e architettura si fondono, invitando i visitatori a compiere un movimento sinuoso dall’esterno verso l’interno. Il progetto di Rirkrit Tiravanija invece – “The House That Jack Built”, curato da Lucia Aspesi e Vicente Todolí nello spazio delle Navate, fino al 26 luglio 2026 – mette in atto un movimento opposto: spalanca il concetto di abitazione, partendo da esempi iconici dell’architettura modernista, inglobati in una visione partecipativa, relazionale e collettiva.

Benni Bosetto “Rebecca”, Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Entrare in queste due mostre significa, in un certo senso, compiere il gesto descritto da Gio Ponti: ai visitatori è rivolto un invito a varcare una soglia, ad abitare temporaneamente questi ambienti, lasciandosi coinvolgere dalle possibilità di immaginazione che entrambi gli artisti attivano.

La casa è un’architettura viva per Benni Bosetto in “Rebecca”

All’ingresso dello Shed – che muta forma a seconda del progetto espositivo che ospita, a volte fino a scomparire – Benni Bosetto, con l’opera “La Bocca” (2022), attribuisce allo spazio un aspetto biomorfo: lo ricopre di squame argentee e cangianti, lo dota di un occhio vigile e di un’apertura che, proprio come una bocca, accoglie i visitatori per trasportarli all’interno di un corpo architettonico vivo e pulsante.

Benni Bosetto La bocca (particolare), 2022 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Non è un caso che gli ambienti si identifichino in parti anatomiche – “la guancia”, “la pancia”, “il cuore” – e che l’opera più estesa, “Le Cellule” (2026), si presenti come un elemento epidermico che ricopre le pareti trasformandole in una pelle architettonica, ispirata all’idea della cellula come unità vitale. Una sorta di carta da parati da cui affiorano tracce corporee dell’artista – impronte, gesti, riferimenti erotici – insieme a motivi vegetali legati a fertilità, resistenza e mondi onirici.

Benni Bosetto Gli occhi, 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Prodotto da Pirelli HangarBicocca Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

L’eco del romanzo di Daphne du Maurier, da cui la mostra prende il titolo (e del film del 1940 diretto da Alfred Hitchcock), è fortissimo: qui la casa si articola come un corpo narrante, vivo e inquieto, attraversato da memorie e presenze. Pareti che sembrano muoversi, elementi di arredo dislocati nello spazio e la cui immobilità resta incerta, una luce soffusa e ambigua: tutto contribuisce a generare una sospensione temporale in cui le stanze diventano luoghi emotivi, attraversati da desiderio, vulnerabilità, inconscio e surreale, perdendo ogni pretesa di funzionalità.

Come accade con la serie “Le porte” (2026): nove porte disposte orizzontalmente sul pavimento che, da elementi architettonici di passaggio, si trasformano in contenitori di personaggi, ambientazioni e opere precedenti ricomposte in una nuova configurazione.

Benni Bosetto “Rebecca”, Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Le fonti di ispirazione di Bosetto – letterarie, filosofiche, cinematografiche – si stratificano in un progetto che legge l’interno domestico come spazio politico: un luogo in cui sospendere il tempo della produttività, distendersi su una chaise longue, oppure dedicarsi al tango – come in “Tango (II version)” (2026), la milonga allestita nel “cuore” – dove la danza è intesa come pratica di ascolto reciproco e presenza, e riappropriarsi di un ritmo soggettivo, legato al sogno e al riposo.

Benni Bosetto “Rebecca”. Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

L’architettura domestica come spazio relazionale nelle opere di Rirkrit Tiravanija

Nella mostra di Rirkrit Tiravanija il tema della casa si fa più concreto ed emerge fin dal titolo, tratto dalla filastrocca inglese “This is the House that Jack Built”, in cui l’abitazione diventa il fulcro di una concatenazione potenzialmente infinita di azioni e relazioni.

Questa struttura riflette il nucleo della pratica dell’artista: la costruzione di situazioni in cui l’opera coincide con l’incontro tra individui e con le modalità attraverso cui i corpi interagiscono con lo spazio. In un momento storico in cui le case sono sempre più ridotte e meno pensate per la convivialità, il progetto si propone come modello relazionale, nel senso descritto da Nicolas Bourriaud in “Estetica relazionale” (1998): le opere di Tiravanija “costruiscono modelli di partecipazione sociale atti a produrre relazioni umane, come un’architettura “produce” letteralmente gli itinerari di coloro che la occupano.[…] In queste opere la gente impara daccapo cosa significano convivialità e condivisione”.

Rirkrit Tiravanija “The House That Jack Built”. Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

L’allestimento nelle Navate anticipa questa logica: Tiravanija realizza un labirinto di tubi innocenti e tessuti arancioni che connette le opere e invita i visitatori a muoversi attivamente. Attraversarlo significa rinegoziare continuamente la propria posizione rispetto agli altri e al percorso.

L’elemento ludico richiama Marcel Duchamp – “l’arte è un gioco fra tutti gli uomini di tutte le epoche” – e si intreccia con l’idea di architettura come ready-made. Le forme dell’abitare diventano materia di reinterpretazione critica: la Single Family House n. 47 (1930) di Sigurd Lewerentz si trasforma in una casa per bambini, arredata liberamente con mobili Ikea; la Kings Road House (1922) di Rudolf M. Schindler diventa una struttura percorribile in cui sostare e guardare video realizzati con altri artisti, dedicati alle relazioni della vita quotidiana.

Rirkrit Tiravanija untitled 2026 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of scuola bambini bicocca and “ABC del quartiere,” ages 4 to 6), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Copia espositiva da untitled 1995 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of the storken day care center, ages 5 to 7), 1995, Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk, Denmark. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Allo stesso modo, la Glass House (1949) di Philip Johnson si apre ad attività ludiche, mentre la Maison Tropicale (1949) di Jean Prouvé è abitata da piante che evocano le dinamiche coloniali già presenti nell’opera di Marcel Broodthaers. Un tavolo progettato da Prouvé, il Table Compas del 1953, si dilata fino a diventare una tettoia sotto cui partecipare a un puzzle impossibile.

Non manca un riferimento a Le Corbusier e alla Maison Dom-ino (1914), qui reinterpretata come spazio attivato dalla presenza di giochi da tavolo, di una tv da cui guardare programmi sportivi, e un biliardino. C’è poi il riferimento anche a una forma mobile dell’abitare, connessa all’aspetto del viaggio molto presente nella vita dell’artista, che emerge nelle opere con tende da campeggio, qui usate come supporti per la proiezione di video e fotografie.

Rirkrit Tiravanija untitled 1998 (dom-ino), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Copia espositiva di untitled 1998 (dom-ino), 1998, FNAC 01-812, Centre national des arts plastiques In deposito dal 21 gennaio 2002 : Abattoirs - Frac Midi-Pyrénées (Toulouse) Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Nel luminoso spazio del Cubo, infine, che si apre con un arco che ricorda le geometrie della Tomba Brion di Carlo Scarpa, Tiravanija ricostruisce una porzione della propria casa di Chiang Mai, trasformandola in un luogo che integra opere di altri artisti come Martha Rosler, Shimabuku e Jorge Pardo, e scene di vita quotidiana, documentate anche in un montaggio di sei ore dedicato al gatto che ha abitato quella casa durante i lavori di ristrutturazione, che dà anche nome all’opera intera.

Rirkrit Tiravanija untitled 2009 (the house the cat built), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Questo intreccio tra architettura, gioco e relazione rimanda alla sua biografia: “finding the way home means going through the maze”. La casa diventa così una condizione processuale, lontana dall’idea di spazio chiuso e autosufficiente. Le strutture attivate nelle Navate funzionano come ambienti di passaggio e incontro, pensati per essere trasformati dalla presenza dei visitatori.  

Qui abitare coincide con una forma temporanea di condivisione, con la possibilità di costruire comunità, anche effimere, fondate sull’esperienza dello stare insieme.

Rirkrit Tiravanija untitled 2002 (he promised), 2026Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Copia espositiva da untitled 2002 (he promised), 2002, Solomon R. Guggenheim Museum, New York. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Immagine di apertura: Rirkrit Tiravanija untitled 2009 (the house the cat built), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio