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Perché oggi la fisica quantistica, e non l’AI, è la protagonista dell’arte

Dalle collaborazioni con i laboratori scientifici ai programmi di fondazioni come Las, sempre più artisti esplorano la fisica quantistica: non per illustrarla, ma per mettere in discussione un mondo dominato da modelli predittivi e intelligenza artificiale.

La fisica quantistica non è più soltanto materia da laboratori e paper scientifici. Da qualche anno è entrata con decisione anche nell’arte contemporanea, tra mostre immersive, installazioni e programmi di ricerca che mettono artisti e scienziati fianco a fianco. A rafforzare questa attenzione ha contribuito anche il calendario istituzionale: il 2025 è stato proclamato dall’ONU, sotto la guida dell’UNESCO, International Year of Quantum Science and Technology.

Così una teoria nata per descrivere il comportamento di atomi e particelle si è trasformata in uno dei riferimenti più inattesi del panorama artistico internazionale. Ma come ci è arrivata?

Come mai tutte le grandi rivoluzioni scientifiche hanno avuto un impatto culturale così forte, mentre la meccanica quantistica apparentemente no?

Tommaso Calarco

Veduta della mostra “The Island” di Hito Steyerl, Osservatorio Fondazione Prada, Milano. Foto: Andrea Rossetti. Courtesy Fondazione Prada.

Per il fisico teorico Tommaso Calarco, però, la domanda andrebbe impostata diversamente: “Come mai tutte le grandi rivoluzioni scientifiche — la teoria di Darwin, la rivoluzione copernicana, la meccanica di Newton, la relatività di Einstein — hanno avuto un impatto culturale così forte, mentre la meccanica quantistica apparentemente no?”

Calarco, che lavora tra l’Università di Colonia e l’Università di Bologna ed è coinvolto da anni in progetti a cavallo tra ricerca scientifica e pratiche artistiche, ricorda come la meccanica quantistica descriva fenomeni che sfuggono alla nostra intuizione — stati sovrapposti, probabilità, eventi che sembrano accadere senza una causa determinabile. Proprio per questo, a differenza di altre grandi rivoluzioni scientifiche, non è per niente facile trasformarla in una visione del mondo condivisa.

Per molto tempo, racconta, la risposta al quesito gli era sembrata semplice: “Ho pensato che non sarebbe mai successo, proprio per questa dimensione di inafferrabilità intrinseca.” Negli ultimi anni, però, la conclusione è cambiata: “Sto cominciando a pensare che quel ‘mai’ fosse semplicemente un ‘non ancora’.”

Il “non ancora” della quantistica

Uno dei primi progetti artistici a cui Tommaso Calarco ha collaborato è quello realizzato con Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand, duo noto per realizzare operazioni artistiche a metà tra installazione, performance e scienza sperimentale. “Tutto è nato da un'iniziativa europea che proponeva un matching tra artisti e progetti di ricerca scientifica”, racconta. “In questo caso gli artisti erano interessati a lavorare con una trappola per atomi.”

Il dispositivo è quasi elementare: una piccola camera di vetro in cui vengono intrappolati singoli atomi e illuminati con un laser. Dopo qualche istante diventano visibili. “L’atomino si accende e si spegne. Luccica in modo completamente casuale”, dice Calarco. “Non perché mancano informazioni: è casuale intrinsecamente”, per essere più precisi è uno dei pochi fenomeni che possiamo osservare direttamente senza una causa determinabile.

Per spiegare il risultato, Calarco ricorre a un’immagine presa dal mondo dell’arte: The Artist Is Present, la performance di Marina Abramović al MoMA nel 2010, quando lunghe file di visitatori aspettavano il proprio turno per sedersi di fronte all’artista. In questo caso, la fascinazione per il contatto diretto con la figura dell’artista viene sostituita da uno dei fenomeni più enigmatici della fisica: “trovo sia qualcosa di simile. Solo che invece di sederci davanti a una persona ci sediamo davanti a un singolo atomo.”

Laure Prouvost, We Felt a Star Dying (Cute Bit), 2025. Veduta dell’installazione al Kraftwerk, Berlino. Commissionata da LAS Art Foundation, in collaborazione con OGR Torino. © 2025 Laure Prouvost. Foto: Andrea Rossetti © VG Bild-Kunst, Bonn 2025.

Un ecosistema tra arte e scienza

Oggi queste collaborazioni sono possibili non solo per la curiosità degli artisti, ma perché intorno a questo dialogo si sta formando un vero ecosistema fatto di fondazioni, programmi di ricerca e commissioni artistiche. Tra le realtà più attive c’è LAS Art Foundation, fondazione non profit con sede a Berlino che negli ultimi anni ha promosso opere e programmi pubblici mettendo in relazione artisti, scienziati e tecnologie emergenti.

LAS lavora per cicli tematici che intrecciano commissioni artistiche, public program e attività educative. Tra il 2022 e il 2024, per esempio, il ciclo Interspecies Future ha esplorato il rapporto tra tecnologie su scala planetaria e vita non umana. In quel contesto la fondazione ha commissionato Pollinator Pathmaker di Alexandra Daisy Ginsberg, un algoritmo sviluppato con botanici ed esperti di impollinazione per progettare giardini capaci di sostenere la più ampia varietà possibile di impollinatori — non solo api, ma anche farfalle, hoverflies e coleotteri.

Nel mondo di oggi è importante concedersi la possibilità di pensare a realtà multiple.

Carly Whitefield

Dal 2025 il programma si è spostato sulla quantistica con il ciclo Sensing Quantum, che affianca commissioni artistiche — da Laure Prouvost a Pierre Huyghe — a simposi, laboratori e attività educative.

A spiegare il senso di questo lavoro è Carly Whitefield, responsabile del programma della fondazione: “Credo profondamente in ciò che può accadere quando si portano gli artisti dentro la scienza e la tecnologia, e poi anche i pubblici dentro quell’esperienza.” Nel caso della quantistica, aggiunge, il passaggio è ancora più delicato: “È una delle aree più complesse e più intangibili della ricerca scientifica. Per questo è importante lavorare attraverso esperienze sensoriali, capaci di coinvolgere lo spettatore.”

Sound Lab, 2025. Veduta dell’installazione al Kraftwerk, Berlino. Commissionata da LAS Art Foundation. © 2025. Foto: Andrea Rossetti.

Il quantum come esperienza artistica

La verità è che, in un’epoca dominata da algoritmi, modelli predittivi e sistemi di intelligenza artificiale che promettono di anticipare ogni comportamento umano, la quantistica riapre un dubbio più radicale: che il mondo non sia del tutto determinabile. Ed è forse proprio questa frizione ad attirare molti artisti.

L’artista francese Laure Prouvost, per esempio, ha sviluppato in occasione della mostra We Felt a Star Dying (2025) ambienti immersivi in cui immagini, suoni e odori costruiscono una sorta di esperienza sensoriale del quantum.

Laure Prouvost, We Felt a Star Dying, 2025. Veduta dell’installazione al Kraftwerk, Berlino. Commissionata da LAS Art Foundation, in collaborazione con OGR Torino. © 2025 Laure Prouvost. Foto: Andrea Rossetti © VG Bild-Kunst, Bonn 2025.

Nel lavoro di Hito Steyerl, artista e filmmaker tra le figure più influenti dell’arte contemporanea, la logica quantistica diventa invece struttura narrativa.

Nel film-installazione The Island (2026), presentato all’Osservatorio di Fondazione Prada, diversi livelli di realtà — storico, tecnologico e immaginario — si intrecciano senza collassare in un’unica interpretazione.

[Il mondo fittizio dell'opera è] un veicolo per accedere a ciò che potrebbe essere o non potrebbe essere – per relazionarsi con il caos; e trasforma stati di incertezza in un cosmo.

Pierre Huyghe

Alcuni artisti lavorano sulla dimensione percettiva del quantum, traducendo concetti astratti in esperienze sensoriali; altri ne esplorano le implicazioni narrative, costruendo opere in cui più possibilità coesistono contemporaneamente. In altri casi, infine, il dialogo si sposta direttamente sulle infrastrutture della ricerca scientifica.

È il caso dell’artista francese Pierre Huyghe, che per Liminals (2025), la sua ultima mostra alla Halle am Berghain, ha lavorato direttamente con dati provenienti da un computer quantistico. Sviluppato anche attraverso il confronto con scienziati e ricercatori, il progetto trasforma le vibrazioni di una griglia di atomi in una simulazione sonora, come se la macchina stessa diventasse uno strumento musicale.

Pierre Huyghe, Liminals, 2025. Filmstill. In Auftrag gegeben von LAS Art Foundation und Hartwig Art Foundation. Mit freundlicher Genehmigung des Künstlers. © Pierre Huyghe / VG Bild-Kunst, Bonn, 2026.

Anche nel teatro la logica quantistica può diventare un principio creativo. Il regista polacco Łukasz Twarkowski, noto per spettacoli che intrecciano cinema dal vivo, installazione e drammaturgia, ha costruito con Quanta una storia che procede per deviazioni e possibilità alternative. La narrazione non segue un andamento lineare, ma si apre continuamente in varianti che il pubblico è chiamato a tenere insieme.

Precedenti inattesi

Questo modo di costruire narrazioni non è del tutto nuovo per l’arte. Strutture fatte di livelli che si sovrappongono e si intrecciano attraversano da tempo la storia del cinema e, ancora prima, quella del romanzo.

Facendo un passo indietro, alcuni studiosi hanno individuato affinità con pratiche artistiche del primo Novecento, in particolare con il surrealismo. Whitefield racconta di non aver pensato a questa genealogia finché non ha letto gli studi dello storico dell’arte Gavin Parkinson: “Istintivamente mi sarei aspettata artisti più vicini alla tecnologia, come quelli del Bauhaus. Ma in realtà ha senso che siano stati i surrealisti. Con la loro arte si battevano contro l’idea di un mondo completamente determinato.”

Si pensi al gioco del cadavre exquis, in cui più persone costruiscono una frase o un disegno aggiungendo frammenti senza vedere l’insieme. Oppure alla scrittura automatica, con cui i surrealisti cercavano di far emergere associazioni inattese senza il controllo razionale dell’autore. O ancora ai collage di Max Ernst, nati dall’accostamento di immagini provenienti da contesti diversi per generare nuove narrazioni visive.

In tutti questi casi, la realtà non appare più come un sistema stabile, ma come qualcosa che si biforca, si moltiplica e si trasforma a seconda delle condizioni in cui viene osservata. “C’è qualcosa di liberatorio in tutto questo”, osserva Whitefield. “Nel mondo di oggi è importante concedersi la possibilità di pensare a realtà multiple.”

Il prossimo progetto in questa direzione sarà The Phantom Combatants and the Metabolism of Disobedient Organs di Natasha Tontey (6 maggio - 25 ottobre 2026), una nuova commissione di LAS Art Foundation e Amos Rex, che sarà presentata all’Ateneo Veneto in occasione della 61ª Biennale di Venezia.

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