Rotterdam, un enorme museo con milioni di foto ti mostra anche come sono conservate

Al Nederlands Fotomuseum, archivi, laboratori di conservazione e perfino una camera oscura aperta al pubblico trasformano i visitatori da spettatori a partecipanti.

Al secondo e terzo piano del Nederlands Fotomuseum di Rotterdam, i visitatori non incontrano subito le fotografie. Incontrano il lavoro che c’è dietro. Pareti di vetro li separano da restauratori con guanti blu che si chinano su tavoli luminosi, da archivisti fanno scorrere scatole grigie dentro e fuori scaffalature compatte, da ricercatori si muovono tra cassetti e monitor con la concentrazione silenziosa di chi sa che toccare un’immagine comporta sempre un rischio.

La collezione del museo — oltre 6,5 milioni di fotografie — non è nascosta in un seminterrato né è affidata a un deposito lontano; è messa in scena come il cuore pulsante dell’istituzione. Come ha dichiarato il responsabile delle collezioni Martijn van den Broek durante l’apertura, l’obiettivo è mostrare che “la fotografia non è solo immagini da appendere al muro: è un patrimonio vulnerabile che richiede cura”.  

Nederlands Fotomuseum – atrium and central stairwell © Photo Studio Hans Wilschut

L’effetto visivo è in parte quello di un laboratorio, in parte quello di un teatro. I visitatori passano davanti a questi spazi lentamente, abbassando istintivamente la voce, consapevoli di osservare una forma di lavoro solitamente nascosta. Si tratta di una coreografia della trasparenza che richiama inevitabilmente il vicino Depot Boijmans Van Beuningen, il deposito d’arte pubblico progettato da Mvrdv. Ma qui la posta in gioco appare diversa.

In mostra non c’è una parata di capolavori riconoscibili, bensì l’infrastruttura fragile della fotografia: fogli di provini con impronte unte, stampe d’epoca che si incurvano, negativi su vetro che sembrano potersi rompere con un respiro sbagliato. Van den Broek ammette che il personale sta iniziando solo ora ad abituarsi a lavorare costantemente sotto osservazione. Il museo è ancora nuovo e le sue vetrate trasparente non sono ancora diventate routine per chi fa questo lavoro da una vita. Ma sappiamo per certo che la conservazione stessa ormai si è trasformata in parte dell’esperienza del visitatore.  

La fotografia non è solo immagini da appendere al muro: è un patrimonio vulnerabile che richiede cura.

Martijn van den Broek, responsabile delle collezioni

Questa scelta ha senso anche perché siamo a Rotterdam, una città che tratta l’architettura come un esperimento pubblico. Se Amsterdam resta la prima città simbolica dei Paesi Bassi, Rotterdam, infatti, continua a definirsi attraverso una continua reinvenzione e una sorta di rivalità produttiva — è meno una cartolina e più un prototipo. Qui esporre strutture e processi è quasi un’abitudine civica. Il Fotomuseum estende questa logica verso l’interno, trasformando l’infrastruttura culturale in architettura e il lavoro museale in qualcosa di simile a una performance urbana.  

Tuareg Women, Mali, 1964 © Violette Cornelius (1919-1998)

Da un magazzino per il caffè a un magazzino per la cultura

Solo dopo questo incontro con l’archivio vivente si percepisce pienamente la scala dell’edificio. Il museo occupa l’ex magazzino Santos, costruito tra il 1901 e il 1902 come deposito per il caffè in arrivo dal Brasile. Il direttore ad interim Roderick van der Lee lo ha definito “un’icona” cui è stata data “una seconda vita”, “un luogo in cui storia, ricerca ed esperienza pubblica si incontrano”. Un tempo l’edificio sosteneva le infrastrutture del commercio globale; oggi sostiene quelle della memoria visiva.   Camminandoci dentro, si avverte questa continuità. I piani sono ampi e robusti, le colonne spesse, le proporzioni quelle di uno spazio progettato per l’accumulo, non per la contemplazione. La trasformazione recente non è stata il primo tentativo di riuso del sito. Per anni si era progettato di farlo diventare la filiale di un grande magazzino di design con sede ad Amburgo — un tempio curato del consumo. Quel futuro commerciale non si è mai concretizzato, ma continua a fare da sfondo. Invece di far circolare beni di consumo, il Nederlands Fotomuseum ora fa circolare immagini — spostando l’attenzione dall’estetica del consumo alla funzione culturale. 

The Island of the Colorblind, 2018

© Sanne de Wilde (1987)

D.N.A., 2007 From Flamboya, 2008

© Viviane Sassen (1972)

We are 17, 1955

 © Johan van der Keuken (1938-2001)

Tupac Shakur, 1993

© Dana Lixenberg (1964)

South Moluccans, Tiel, 1970

© Ed van der Elsken (1925-1990)

Portrait of the Married Couple Johannes Ellis and Maria Louise de Hart, Paramaribo, Suriname, circa 1846

Attributed to J.L. Riker or Warren Thomson

Saskia (Aged 8), 1995 From Mind of their Own, 1995

© Erwin Olaf (1959-2023)


Il restauro e l’ampliamento sono dello Renner Hainke Wirth Zirn Architekten con WDJArchitecten. Il loro intervento sull’edificio precedente lavora per contrasto più che per cancellazione: un nuovo atrio centrale fa penetrare la luce naturale nel cuore di quello che era un magazzino chiuso e “timido”, mentre passerelle e scale trasformano gli spostamenti tra i piani in una sequenza visibile, quasi teatrale. Al Nederlands Fotomuseum si è costantemente consapevoli degli altri corpi che si muovono sopra e sotto di noi. L’edificio alterna spazi espansi e vertiginosi a stanze compresse e più quiete, con un ritmo quasi didattico. Da alcuni pianerottoli si può guardare in basso attraverso l’atrio e osservare i visitatori circolare come figure in un disegno in sezione; dal basso, lo stesso vuoto attira lo sguardo verso l’alto, producendo una lieve ma persistente vertigine.  

La densità di immagini conservate qui non è soltanto un trionfo della cura; è anche una traccia di potere.

Al primo piano, gli architetti hanno realizzato quello che definiscono uno “spazio più intimo”. E, dopo il dramma infrastrutturale dei livelli superiori, questo ambiente ha effettivamente un potere distensivo. Qui la Gallery of Honour of Dutch Photography riunisce 99 immagini che attraversano la storia della fotografia nei Paesi Bassi, dai corpi canonici del modernismo fino a ritratti di personaggi pop come quelli di Snoop Dogg e Nick Cave. La responsabile delle esposizioni Grace Wong-Sigui le descrive come opere capaci di raccontare “la storia degli artistica e sociale del paese”. La sala è più raccolta, la luce più morbida, il tempo di fruizione rallenta. La bellezza ritorna — ma trasformata, segnata dalla consapevolezza che ogni immagine è passata attraverso una lunga catena di scelte, mani che le hanno toccate e condizioni climatiche avverse a conservarle.   Intanto, macchine fotografiche d'epoca punteggiano l’allestimento, ancorando le immagini agli strumenti che le hanno generate. La fotografia è presentata non solo come visione, ma come tecnica, meccanica, relazione con il corpo e con il peso degli oggetti. 

Nederlands Fotomuseum © Photo Studio Hans Wilschut

Al piano terra il museo cambia di nuovo tono. L’ingresso funziona come un “salotto della fotografia”. Una grande biblioteca specializzata invita a fermarsi a lungo, il tipo di luogo in cui si può perdere un intero pomeriggio tra fotolibri. Caffetteria e bookshop incoraggiano la sosta. Nello spazio è inserito anche un photoautomat analogico — la cabina in bianco e nero diventata di culto, familiare a chi ha vissuto a Berlino abbastanza a lungo da affezionarvisi.  Ma l’attenzione del museo per il processo non si ferma all’osservazione. Nel seminterrato, gli spazi educativi includono una camera oscura funzionante dove i visitatori — soprattutto i più giovani — possono sperimentare tecniche analogiche, dalle camere stenopeiche alla stampa fotografica tradizionale. È un gesto discreto ma radicale: qui la fotografia non è solo qualcosa da guardare o conservare, ma qualcosa da praticare. Dopo aver visto ai piani superiori i sistemi che mantengono vive le immagini, i visitatori sono invitati a entrare a loro volta nella catena, passando da spettatori passivi a partecipanti attivi nel ciclo vitale di questo medium. 

Cas Oorthuys, Vondelingenweg, 1957-1958, Nederlands Fotomuseum © Cas Oorthuys/Nederlands Fotomuseum. Dalla mostra d’apertura “Rotterdam in Focus”

Un ampliamento sul tetto ospita un ristorante e appartamenti per soggiorni brevi — eredità delle precedenti ambizioni commerciali dell’edificio ma anche un tipico esempio rotterdammese di stratificazioni di funzioni sul costruito.   

Un archivio nazionale, e le sue ombre

Le mostre temporanee ai piani superiori sono da leggere meno come centro del discorso curatoriale e più come segnali di una direzione definita: una direzione istituzionale. Van der Lee ha descritto il trasferimento come “un enorme passo avanti” per il posizionamento internazionale del museo. La direttrice entrante Zippora Elders ha parlato della costruzione di un programma “più radicato a livello internazionale”, capace di collegare la fotografia olandese a dibattiti più ampi.   Eppure il fatto che i Paesi Bassi custodiscano una delle più grandi collezioni fotografiche museali al mondo non è un dato neutro. Questa abbondanza riflette condizioni storiche: un paese a lungo inserito nei circuiti del commercio globale, della scienza e dell’amministrazione coloniale, dove la fotografia ha operato come strumento di documentazione e controllo. La densità di immagini conservate qui non è soltanto un trionfo della cura; è anche una traccia di potere.

Still from a film by Stacii Samidin

 © Stacii Samidin

Rochussenstraat, Museumpark, 2022

 © Frank Hanswijk

Willemswerf, 1988

© Kim Zwarts

Churchillplein, 1997 From the series Op grond van Rotterdam, 1997

© Niek Deuze Rotterdam City Archives

Rotterdam Phototechnical Department Racinestraat, 1962

Rotterdam City Archives 

Buitendijktunnel, circa 1960

 © Jan Roovers Rotterdam City Archives / Collection A. Voet

Nassauhaven, 1959

© Jan Roovers Rotterdam City Archives / Collection A. Voet 

Delfshaven, 1910

© Wouter Cool Rotterdam City Archives

‘De Hoek’ van Holland, 2015

© Peter de Krom

Picture This Maassilo, 2023

© Martijn Jaarsveld

Construction railway viaduct, Gedempte Binnenrotte, 1873

© Georg Carl Julius Perger Rotterdam City Archives

Terraced Tower, 2021

© Walter Herfst


In questo senso, l’archivio esposto ha un doppio statuto. Dietro il vetro, le fotografie appaiono raffreddate, stabilizzate, catalogate; eppure portano con sé asimmetrie di potere ancora “calde”: chi ha prodotto le immagini, chi è stato reso visibile, chi è rimasto fuori campo. La trasparenza rende visibile il lavoro, ma lascia emergere anche l’ossatura dello sguardo di una nazione. 

Un’ infrastruttura per la memoria

Questo ex magazzino un tempo assorbiva le incertezze del commercio globale; oggi svolge una funzione analoga per le immagini. Le fotografie attraversano sistemi climatici e protocolli di catalogazione prima di riemergere come patrimonio storico, opere d'arte e perfino prove. SI tratta di un processo tecnicamente sofisticato — e tutt’altro che neutrale.  Il Nederlands Fotomuseum pone per la prima volta questi meccanismi al centro dell’esperienza del visitatore di un museo: sposta l’attenzione delll’autorità della singola immagine alle infrastrutture che ne producono lo statuto. Nell'ex magazzino Santos, la fotografia si rivela per ciò che è: un’infrastruttura - al contempo fisica, culturale e politica. 

Immagine di apertura: Nederlands Fotomuseum – front view © Photo Studio Hans Wilschut